[Il Vento e L'Anima]
Sono nata donna non lo sono diventata
 


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sabato, 31 luglio 2004

Sabina Spielrein - Lettera a Freud -

 

10.VI.09

Egregio Professore,
 
    Mi  scusi  se  ancora  una  volta  La  disturbo : (...)  Lei  crede  che  io  mi  rivolga  a  Lei  perché  metta  pace  tra  me  e  il  Dr. Jung?   Ma  noi  non  avevamo  litigato!  Il  mio  desiderio  più  grande  è  di  separarmi  da  lui  con  amore.

  Mi  sono  abbastanza  analizzata,  mi  conosco  a  sufficienza  e  so  che  l'amore  platonico  a  distanza  sarebbe  per  me  la  cosa  migliore.  Reprimere  il  sentimento  non  va  bene  per  me,  poichè  se  lo  faccio  nei  confronti  del  Dr. Jung  non  potrò  più  amare  nessuno;  se  invece  lascio  aperto  uno  spiraglio,  incontrerò  qualche  giovane  che   mi  sarà  più  o  meno  simpatico,  nel  quale  troverò  delle  somiglianze  con  l'uomo  che  amo  e  alla  fine  potrò  anche  amarlo

.

(...)  Professore,  io  sono  tanto  lontana  dal  volere  accusare  il  Dr. Jung  davanti  a  Lei!  E'  vero  il  contrario :  sarei  felice  se  qualcuno  potesse  provare  che  è  degno  del  mio  amore, che  non  è  stato  un  mascalzone.
Per  tre  mesi  ho  analizzato  tutto,  mi  sono  immersa  nella  natura  e  ho  cercato  di  salvare  me  e  il  mio  ideale;  alla  fine  ho  parlato  con  una  collega,  cioè  le  ho  mostrato  tutte  le  lettere  con  il  risultato  che  mi  sono  sentita  ancora  più  sola,  poiché  non  si  poteva  scagionare  il  mio  amato  e l' idea  che  potesse  essere  un  uomo  da  poco,  che  facesse  con  me  degli  esperimenti,  mi  faceva  impazzire;  sono  dominata  da  questi  pensieri,  che  mi  opprimono  la  mente,  e  se  per  un  attimo  torno  a  entusiasmarmi  basta  una  frase  come : "Mascalzone  miserabile"  o  "Sigfrido  cada",  o  se  vuole  ce  ne  sono  altre : "Un  bacio  senza  conseguenze  costa  10  franchi",*  ecc. ecc.,  e  il  mio  ardore  svanisce  subito : "  Non  agitarti  tanto!  C'è  tanto  schifo  in  questo  mondo,  anche  se  da  lontano  sembra  bello". (...)  Così  l'unica  salvezza  che  mi  è  rimasta  è  parlare  con  la  persona  che  lo  ama  e  lo   venera  profondamente  e  che  conosce  gli  uomini   a  fondo.

Quando  ho   ricevuto  la  Sua  ultima  lettera,  per  quanto  fosse  ingiusta  nei  miei  confronti,  gli  occhi  mi  si  sono  riempiti  di  lacrime : "Lui  lo  ama!  Se  solo  potesse  capire!".  Quando  andai  la  penultima  volta  alla  lezione  del  Dr. Jung,  la  mia  collega  si  accorse  che  egli  all'improvviso  era  impallidito.  Ella  si  girò  e  mi  vide  pallidissima  vicino  all'attaccapanni.  Allora  uscii,  poichè  sentivo  che  il  mio  "orgoglio"  mi  stava  inducendo  a  commettere  una  sciocchezza :  la  volta  successiva  mi  sono  seduta  di  fronte  a  lui  e  l'ho  osservato  finchè il  complesso  me  lo  consentiva;  dentro  di  me  si  scatenò  una  tempesta.  Sarà  la  prima  e  forse  l'ultima  volta  nella  mia  vita  che  sopporto  una  tale   beffa  da  parte  di  un  uomo  che  per  quattro,  cinque  anni  è  stato  amato  più  di  ogni  altra  cosa  al  mondo,  al  quale  si  è  dedicata  la  parte  migliore  della  propria  anima,   al  quale  si  è  sacrificato  l'orgoglio  di  una  ragazza,  permettendo  di  essere  baciata , ecc.,  poiché  lui  mi  prese  in  cura  quando  ero  una  ragazzina  ingenua...
(...)
   Ma  per  oggi  basta,  Professore,  poiché  domattina  alle  5  inizia  una  "giornata  colma  di  doveri"
 
 
* Si  fa  riferimento  a  una  lettera  di  Jung  inviata  alla  madre  di  Sabina  Spielrein
 
Aldo  Carotenuto - Diario di una segreta simmetria - Bompiani; Milano; 2000
 
 

postato da floreana2 | 15:52 | link | commenti (2)

venerdì, 30 luglio 2004

Da quando ti ho persa, sono ossessionato dal silenzio;

i suoni le loro piccole ali agitano

un attimo, poi all'onda s'abbandonano

della stanchezza, che dondola senza rumore.

Sia per strada la gente

passeggi con monotono brusio

o sospiri il teatro e sospiri

con profondo respiro roco,

o agiti il vento un groviglio di luce

sul fiume nero, profondo,

o gli ultimi echi della notte

facciano rabbrividirel'aurora,

io avverto il silenzio che aspetta

di poter bere tutto ancora

nella sua estrema totalità svuotando

il rumore degli uomini.

 

(D.H.Lawrence- Poesie d'amore - Newton&Compton, 1983)

 

Giacomo Manzù


postato da floreana2 | 17:54 | link | commenti (7)

giovedì, 29 luglio 2004

2 agosto 1980: I frammenti di Bologna

Martina, Franco, Carmen, Giovanni. In attesa di un treno su cui non saliranno. E lui, il terrorista. Anzi, una valigetta sotto il sedile. Poi il boato. L'orologio è fermo alle 10,25

MARIO COGLITORE

2agosto 1980, una calda mattina estiva. Insonnolita per l'afa, la città fatica a respirare immersa nel clima delle vacanze. Alla stazione decine di figure lente e impigrite dalla promessa di un'altra giornata estenuante attraversano l'ampio atrio per raggiungere i treni, acquistare un biglietto o trovare semplicemente riparo dalla calura che comincia ad alzarsi dai binari. Lo scandire familiare dell'altoparlante racconta distanze ormai raggiunte o coincidenze di cui prendere nota; l'aria è densa di mille odori diversi di cui è impossibile liberarsi. Mentre il sole tagliava obliquo il selciato e si insinuava sul marciapiede rubando spazio all'ombra che si accorciava sempre più, Martina considerò che nel giro di quaranta minuti sarebbe finalmente salita su quel benedetto treno. Franco le aveva dato appuntamento davanti all'entrata principale della stazione per un cappuccino e un cornetto, un paio di baci mattutini, qualche carezza, e poi via assieme nello scompartimento diretto al sud, verso un mare radioso e una spiaggia dalle molte promesse, specialmente sotto le stelle. La bella stagione non avrebbe tradito le aspettative e le goccioline di sudore che le imperlavano la fronte parlavano di un agosto torrido, appena placato dal vento che avrebbe appiccicato l'abbronzatura sulla pelle, spalmandola su tutto il corpo. Lo zaino, gonfio e pesante, le faceva male alla schiena. Controllò l'orologio. 10 in punto.

Carmen entrò nell'atrio trascinando l'enorme borsone in pelle e passò Giovanni sul braccio sinistro. Ad appena due anni compiuti da una settimana, il figlio le pareva già incredibilmente pesante e in quel momento il sudore rendeva scivoloso il contatto tra loro. Giovanni sorrise alla madre e si dimostrò deciso a restare lì dov'era, mentre il mondo gli passava accanto alimentando la sua insaziabile curiosità. Carmen lo guardò con la coda dell'occhio e si rassegnò con un sospiro, posò la borsa reggendola con una gamba e tentò di controllare il tabellone delle partenze. Santo Dio, pensò, ogni volta è così. Non riusciva ad arrivare al treno con meno di venti minuti d'anticipo: una specie di fissazione che portava con sé da quando era bambina e i genitori, sempre in ritardo con le ultime faccende di casa, la trascinavano all'ultimo momento di gran carriera, assieme a suo fratello, verso il binario che avrebbe dovuto condurli a Ferrara e di lì, in autobus, fino ai lidi assolati dell'Adriatico. Il treno, ovviamente, non c'era ancora, ma veniva annunciato in orario. Ripassò Giovanni sull'altro braccio e gettò uno sguardo al piccolo quadrante rettangolare. 10 e 03.



Progettare un attentato significava perseguire uno scopo e la causa aveva sempre bisogno di scopi. L'attentato avrebbe prodotto l'effetto che speravano; costituiva un formidabile richiamo per i mezzi di comunicazione e recava conseguenze incalcolabili tra la popolazione, sdegno, emozione, terrore. Soprattutto terrore. Ed era quello che cercavano. Si soffermò un attimo dinanzi al chiosco dei giornali e immaginò i titoli cubitali del giorno dopo. Deglutì pensando ai venticinque chili di esplosivo che teneva appesi alla mano nella piccola valigia di cuoio. Si poteva uccidere per fare della morte un atto di bellezza, sacrificando corpi che vivono per riscattare intere generazioni di combattenti. Quell'azione era giusta; non era necessario chiedersi se fosse lecita o illecita, l'importante era compierla. Entrò nella sala d'aspetto e cercò un posto a sedere. Le mani in grembo, non potè fare a meno di puntare gli occhi sull'orologio. 10 e 05.



Poco distante dal primo binario l'uomo osservò la valigetta entrare nella sala d'aspetto della seconda classe. Fissava soltanto quella. Chi la stesse reggendo non aveva alcuna importanza. Gli ordini erano stati precisi. Si accese una sigaretta senza filtro e ripose con cura il pacchetto in una tasca della giacca di lino blu. Un bel botto sicuramente, a sentire qualche commento che aveva carpito da bocche più che cucite. Una scossa all'intero paese, senza dubbio. Pensò a sua moglie e ai figli che in quel momento erano già nella casa di campagna, fuori Roma. Suo malgrado scoprì che il cuore accelerava le pulsazioni al pensiero che avrebbero potuto essere lì anche loro tra quella fiumana ignara di pendolari e turisti. Ma non c'era tempo per le emozioni, quando si faceva il suo mestiere; si perdeva la concentrazione. Camminò lentamente fino all'ampia porta a vetri che qualcuno aveva spalancato per far girare aria. Riuscì a scorgere la valigetta deposta sotto la panca di legno. Si girò lentamente come distratto da qualche rumore alle sue spalle e scostò lievemente con un dito la manica sul polso sinistro. 10 e 10.

Matteo allungò le lunghe gambe davanti a sé e guardò con interesse la ragazza dai capelli biondo cenere che sedeva poco più in là dinanzi a lui nella sala d'aspetto. Vent'anni al massimo, giudicò tra sé e sé con aria esperta, e di sicuro straniera a pensarci bene, dato che teneva in mano la copia di una rivista in lingua inglese. Segnò col pensiero i contorni del suo volto rotondo da cui spuntava un piccolo naso vagamente lentigginoso. Si era appena laureato, Matteo, quindici giorni prima; e adesso se ne andava a festeggiare al nord, dalle parti di Bolzano. Una volta raggiunti gli altri, il viaggio sarebbe proseguito a Salisburgo e di lì probabilmente in Germania. Potrei chiederle di venire con noi, si disse grattandosi il mento. Lei alzò gli occhi in quel momento e lo fissò. Matteo arrossì e cambiò nervosamente posizione. La giovane turista si accorse del movimento brusco e seppe di averlo colto in flagrante. Accavallò le gambe affusolate e lanciò con noncuranza uno sguardo all'orologio. 10 e 15.



Si alzò con calma e si accertò che la valigetta fosse al suo posto, appena nascosta dal sedile. Avevano detto di abbandonare la sala non oltre le dieci e un quarto e di allontanarsi dalla stazione quanto più possibile. Fece per muoversi verso l'uscita e urtò le gambe di Matteo che le ritrasse di scatto e lo fece passare. Lo guardò di sfuggita: un ragazzo giovane con lunghi capelli castani, gli occhi scuri e una barbetta rada che gli incorniciava il viso. Si districò tra la selva di scarpe, borse e sacchetti della colazione e uscì sulla pensilina coperta. Giovanni trotterellò nella sua direzione rincorso dalla madre trafelata. Il bambino aveva perso un pupazzo di plastica davanti ai suoi piedi e cercava di raccoglierlo. La sua mano istintivamente afferrò il piccolo papero; rimase a fissarlo un attimo in più del necessario, grande quanto il palmo sudato. Poi incrociò lo sguardo del bambino che osservava dal basso il giocattolo farfugliando qualcosa. Consegnò il papero a Carmen che lo ringraziò con un sorriso e cercò di sparire in fretta. Si infilò in un varco libero tra due gruppi di persone che vociavano allegramente e incrociò Martina; la urtò con il braccio mentre lei si stringeva a Franco per lasciare spazio. Sobbalzò al contatto con la ragazza e si pentì della sua paura improvvisa, mentre il cuore batteva rumorosamente. Se ne andò a lunghi passi rituffandosi nella canicola insopportabile con gli occhi fissi sull'orologio. 10 e 18.



L'uomo scorse la figura magra prendere il largo dal piazzale affollato di autobus e taxi, seduto in macchina sull'altro lato della strada. Ingranò la marcia e si allontanò lentamente verso via Indipendenza. Verificò ancora una volta l'ora. 10 e 20.

10 e 25. L'esplosione, una specie di tuono udito in tutta la città, cancella il tempo per un lungo istante. Soltanto una nuvola immensa di polvere cala, negli attimi successivi, a coprire l'orrore. Un'ala dell'edificio della stazione si solleva su se stessa e lo spostamento d'aria manda in frantumi i vetri delle finestre che occhieggiano la stazione.

Poi una porta dell'inferno si apre di schianto ed è tutto un susseguirsi di grida e lamenti. Il freddo della morte raggela i testimoni; arrivano ululando le prime autoambulanze mentre stridono i pneumatici delle volanti della polizia. Il caos si compone di occhi terrorizzati e orecchie frastornate, di panico liquido che invade, oleoso, le strade.

18 agosto 2001. Forse lo stesso caldo, certamente un'altra Bologna. Un operaio delle Ferrovie aggiusta l'orologio che da ventuno anni segnava, immobile, quell'appuntamento con la strage. Ordinaria manutenzione, dicono i tecnici; ordinaria manutenzione della memoria, meglio. Le lancette ci mettono un istante in più a riprendere il loro regolare funzionamento. Al primo scatto metallico, in molti hanno sentito di nuovo quel terrificante boato di tanti anni prima.
 

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postato da floreana2 | 18:58 | link | commenti (7)