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martedì, 31 agosto 2004

L'occidente chiuso nel velo

IDA DOMINIJANNI

La Francia di Chirac, avamposto europeo del no antiamericano alla guerra in Iraq, si iscrive al fronte della fermezza e mette a rischio la vita dei suoi due giornalisti ostaggi dei terroristi iracheni in nome di una legge votata dal suo parlamento e tuttavia controversa, contrastata, sbagliata. Una legge che antepone il valore occidentale della laicità al valore occidentale della tolleranza. Che fa dell'integrazione universalistica modello francese un feticcio da agitare, prima che contro l'integralismo islamico, contro il multiculturalismo anglosassone e americano. Che simbolicamente riconsegna la libertà femminile, delle donne islamiche ma anche di quelle occidentali, allo scambio fra uomini, infilandola nella tenaglia fra l'oppressione del patriarcato fondamentalista islamico e la tutela del paternalismo statale democratico. Non era stato solo l'ideologo di Al Queda ad attaccare la legge che vieta l'esibizione del velo, della croce e della kippah nelle scuole: erano stati - lo documenta il lungo dibattito svoltosi lo scorso inverno su Le Monde e altrove - molti e molte intellettuali francesi ed europei, consapevoli della sua impronta illiberale nonché dell'evidente rischio in essa implicito di suonare come una provocazione agli occhi di più di un settore del mondo islamico e delle sue comunità sparse in occidente. Lo scontro di civiltà si fa e si fomenta in due, o non si fa e non si fomenta. Di fronte al nuovo, atroce ricatto del gruppo terrorista iracheno, che non ha tenuto conto ieri degli intenti pacifisti di Enzo Baldoni e non tiene conto oggi dell'appartenenza a un governo no-war di Cristian Chesnot e Georges Malbrunot, non c'è oggi opinionista che non sottolinei il salto di strategia del terrorismo islamico, insensibile ai distinguo politici, radicalmente antioccidentale, globale nel raggio dell'azione anche se tradizionalista nelle rivendicazioni. Ma pochissimi, ancora oggi come dopo l'11 settembre, rilevano quanto sia incongruo e sbagliato, inefficace e autolesivo rispondere a questa scala del problema innalzando barriere veteronazionaliste. La bandiera a stelle e strisce e l'esercito nell'America pro-war di Bush, la grandeur repubblicana nella Francia no-war di Chirac. Non funziona. Nel mondo globale che mette le civiltà a contatto, e che sradica e mescola le identità fino a provocare i tragici crampi identitari e integralisti del nuovo terrorismo, l'occidente non ha scelta: o contamina i suoi valori o li perde. O cede al contatto, o viene preso nello scontro. O si apre o regredisce: con le guerre, e con le leggi.

Fa parte di questa regressione, parte attiva, l'uso delle donne come bandiera, posta in gioco e trofeo, da una parte quanto dall'altra delle civiltà in guerra. Dall'Iran di Komeini all'Algeria all'Iraq, ci indottrina André Gluksmann e altri non mancheranno, il fondo roccioso dei fondamentalismi è sempre lo stesso, l'inferiorizzazione, la lapidazione, il massacro delle donne. Lo sappiamo e lo combattiamo non da oggi, facendo leva, a differenza di Gluksmann e compari, sui movimenti di libertà femminile che abitano anche le società islamiche e non solo le nostre. Ma assieme a quelle donne islamiche, velate e non, che intimano ai terroristi di non imbrattare quel velo di sangue, noi diciamo agli uomini e ai governi occidentali di non imbrattare di sangue la laicità, i diritti e quant'altro della sua contraddittoria storia (e nessuno quanto noi donne sa quanto sia contraddittoria) l'occidente usa oggi come arma contundente contro quanti e quante non vogliono farsi assimilare alle sue misure. Non è in nostro nome che il gioco al massacro dello scontro di civiltà può continuare.

idomini@ilmanifesto.it









postato da floreana2 | 17:19 | link | commenti (4)

lunedì, 30 agosto 2004

Lisbona blocca la nave degli aborti

 

«E' un pericolo per la salute pubblica». Così il governo portoghese vuole proibire le acque territoriali alla «Borndiep», l'imbarcazione olandese che si batte per i diritti delle donne dell'Ue

SERENA DANNA
LISBONA

Era previsto per oggi l'arrivo nel molo portoghese di Figueira da Foz della «Borndiep» la nave olandese dell'associazione per i diritti delle donne Woman on Waves, che ospita a bordo una piccola clinica ginecologica e che dal 1999 si occupa di portare assistenza sanitaria e informazione nei paesi europei dove l'aborto è illegale. Ma la nave resterà al largo. Il governo portoghese gli ha vietato l'ingresso in acque territoriali. La decisione è stata annunciata ieri dal segretario degli affari marittimi, Nuno Fernandez Thomas che, per voce delle autorità lusitane, ha severamente bollato la «barca rosa» come un «pericolo per la salute pubblica» e una «provocazione per la legislazione nazionale».

Scopo degli attivisti di «Woman On Waves» è la distribuzione, a bordo della nave, della pillola abortiva RU-486, ma questa, come qualsiasi altro mezzo di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), è appunto proibita in Portogallo, che insieme all'Irlanda e alla Polonia ha la legislazione più conservatrice di tutta l'Unione Europa in tema di aborto. Nel paese, infatti, l'Ivg è permessa solo nei casi di malformazione del feto, violenza sessuale e grave malattia della gestante. La pena per le donne che violano la legge arriva fino a otto anni di reclusione.

Lo scorso inverno i numerosi processi che vedevano e vedono ancora oggi coinvolte le donne portoghesi colpevoli di aborto illegale, avevano riacceso il dibattito e la speranza nel paese lusitano. Le associazioni per i diritti delle donne, insieme ai partiti di opposizione al governo Barroso, erano riusciti a raccogliere le 75 mila firme necessarie per la promozione di nuovo referendum sull'aborto. Ma, nonostante la disponibilitĂ  dell'opinione pubblica e l'apparente apertura dello stesso governo, il 3 marzo il parlamento ha deciso di rimandare la discussione sul referendum alla prossima legislatura, segnando un forte momento di stallo nel cammino portoghese verso la conquista dei diritti civili.

A distanza di soli 5 mesi oggi arriva dunque l'ennesima conferma della posizione conservatrice del governo. Il divieto di attracco alla «Borndiep» ha scatenato polemiche in tutto il paese e che rischia di causare un vero e proprio incidente diplomatico con l'Unione europea.

L'avvocato dell'associazione olandese, Daniel Andrade, afferma, infatti, che il provvedimento è privo di qualsiasi fondamento giuridico: «Nei paesi in cui la pratica di aborto è illegale - ha dichiarato - la legislazione si applica solamente nelle acque nazionali. Oltre le 12 miglia dalla costa interessata, si applica automaticamente la legge olandese». D'accordo anche il presidente dell'ordine degli avvocati portoghesi Antonio Marino che dichiara: «L'esecutivo portoghese non può oltrapassare la legislazione comunitaria, in base alla quale l'organizzazione olandese ha tutte le condizioni per agire. Questo è un atto autoritario. Quando non c'è la forza del diritto in Portogallo usano il diritto della forta. Sulla volontà politica dei governanti - continua l'avvocato - deve prevalere il diritto comunitario e questa decisione serve solo a coprire il nostro paese di ridicolo». Scende in campo anche Joao Soares, candidato a leader dei socialisti portoghesi alle prossime elezioni politiche, che definisce il divieto del governo di Santana Lopez «assurdo preconcetto che sminuisce il Portogallo davanti all'Unione Europea. Perché - aggiunge Soares - il governo non parla invece di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza che le nostre donne sono costrette a praticare nella vicina Spagna?».

«E' la prima volta che un paese vieta l'attracco alla nostra nave - dice Rebecca Gomperts, presidente di Woman On Waves, ricordando l'azione già svolta dall'organizzazione in Irlanda e Polonia, gli altri due paesi Ue in cui l'aborto è illegale -. Il governo sta violando il diritto internazionale. Siamo venuti con l'intenzione di rispettare la legge nazionale ma veniamo trattati come terroristi che minacciano la sicurezza del paese, siamo fermamente decisi ad intervenire contro la decisione del governo ricorrendo a vie legali».

Al coro di polemiche si unisce anche Francisco Louça, dirigente del Bloqo de Esquerda, forte partito di opposizione al governo, argomentando che il vero dramma della salute pubblica in Portogallo è proprio l'aborto clandestino. I numeri che arrivano dalle ricerche sono impressionanti. Secondo l'ultimo studio svolto proprio da Women on Waves, circa cinquemila donne ogni anno in Portogallo vengono ricoverate in seguito a complicazioni post-aborto e tra di loro, più di due mila arrivano al decesso.

Guerra aperta allo stato, dunque. E oggi pomeriggio è prevista la prima manifestazione nazionale per dimostrare, afferma Paulo Vieira, presidente dell'associazione umanitaria Nao te prives, «tutta la vergogna del popolo portoghese per un assurdo provvedimento e per una assurda legge».

da Il Manifesto.it

 

 

 

 


 

 























postato da floreana2 | 17:37 | link | commenti (2)

domenica, 29 agosto 2004

Caro Enzo, è a te che vorremmo parlare

 

Caro Enzo, nel posto dove sei noi non ti possiamo raggiungere, ma forse sono con te Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Antonio Russo (free lance), Raffaele Ciriello (free lance), Italo Toni e Graziella De Palo (entrambi free lance), Maria Grazia Cutuli (free lance fino a poco tempo prima d’essere inviata in Afghanistan, dov’è stata assassinata) e tanti altri giornalisti e operatori dell’informazione che hanno perso la vita lasciandoci, oltre al grandissimo dolore, molti dubbi su com’è andata...

 Cioè, ci sono delle cose che riguardano la tua (davvero rapida) esecuzione che non ci convincono e di cui vorremmo parlarti. Fra l’altro, è stato Guido Ruotolo, giornalista di La Stampa, ad associare alla tua morte quella del Toni e della De Palo, uccisi in circostanze mai chiarite in Libano nel 1981. Una storiaccia di depistaggi e servizi segreti. Dice che gliel’ha fatto venire in mente una fonte dell’intelligence, che ci avrĂ  visto, lui suppone, delle circostanze similari.

 Vediamo se riusciamo a fare un minimo di ordine.

Ci è stato detto che i convogli con cui hai viaggiato di recente da Baghdad verso Najaf per portare degli aiuti umanitari erano della Croce Rossa italiana e della Mezzaluna Rossa. Il primo, avrebbe cercato di raggiungere Najaf intorno al 15 agosto scorso, in una fase della debole tregua raggiunta con Moqtada Al Sadr, e pur tuttavia sarebbe stata colpita un’ambulanza. Intorno al 19 agosto, invece, tu saresti stato sulla strada del ritorno da un secondo viaggio che aveva portato degli aiuti umanitari a Najaf e a venti chilometri circa da Baghdad l’auto su cui viaggiavi col “tuo” autista Ghareeb sarebbe stata attaccata da dei predoni. 

Secondo la nostra esperienza, i free lance viaggiano molto spesso con i convogli umanitari, delle Ong, perché per loro è praticamente l’unico modo di poterlo fare senza doversi accollare i costi esorbitanti del noleggio di un fuoristrada con autista (figuriamoci poi se blindato), che qualche volta è anche una guida e un interprete e a maggior ragione si fa pagare bene. Ecco perché abbiamo messo fra parentesi quel “tuo” autista: ciò che pensiamo è che tu fossi sull’auto che nell’ambito di quel convoglio, semplicemente, ti trasportava.

Ci è stato detto che non possedevi il telefono satellitare. Questo fa il paio con lo stesso motivo per cui un free lance che si autoinvia all’estero durante un conflitto, come molti di noi, pur se accreditato da una testata in particolare, non dispone di alcuna copertura finanziaria, né può provvedere da sé a simili spese (a meno che sia ricco di famiglia), perché mai e poi mai i ricavi potrebbero, in seguito, pareggiare le uscite.

Dunque, dal 19 agosto di te si perdono le tracce, idem per auto e autista. L’allarme arriva il 20 agosto (da Luca Fazzo, inviato di Repubblica). Il cadavere di Ghareeb viene ritrovato e identificato due giorni dopo, anche se nessuno ci dice quale sia stata la causa e l’ora presunta della sua morte. Sembrerebbe un’esecuzione quasi sul posto, perciò, vista la rapidità fra scomparsa e ritrovamento.

Nel tuo caso, invece, assistiamo il 24 agosto a un breve video in cui compari da solo (senza uomini incappucciati, per intenderci) e le brevi frasi che leggi in inglese sono coperte della voce della speaker di Al Jazeera, che vi si sovrappone. Tu avresti letto una specie di presentazione di te stesso: Sono Enzo Baldoni, vengo dall’Italia, ho 56 anni, sono un giornalista e faccio volontariato per la Croce Rossa. Mi trovo in Iraq per scrivere un libro sulla resistenza irachena.

 E’ giĂ  stato osservato che eri sbarbato e con una camicia pulita che, a detta di Pino Scaccia (inviato della Rai in Iraq), non era quella del giorno in cui sei scomparso. Aggiungiamo che non avevi nemmeno piĂą al collo quel braccio destro che ti eri ferito, così come invece apparivi in alcune immagini girate a Baghdad soltanto pochi giorni prima e che sono andate in onda svariate volte. Questo particolare non ci è apparso irrilevante perchĂ© se una ferita è lieve, non si porta un braccio appeso al collo, e se non è lieve non scompare di certo in così pochi giorni, tanto da lasciarti libero di gesticolare agevolmente (come fai nel video trasmesso da Al Jazeera) con la tua mano e il braccio destro. Gli specialisti ci hanno spiegato che, in effetti, quelle immagini del video sono scontornate e dietro a te è stato aggiunto uno sfondo composto da una cartina geografica irachena e la scritta dell’”Esercito islamico in Iraq” (quello di cui saresti stato prigioniero). Un videomontaggio, dunque.

La logica, e anche un poco d’esperienza, insegna che i cosiddetti “predoni” predano, cioè rubano degli averi. Loro fanno rapine e non rapimenti. Possono anche eliminarti, vista la situazione, ma il loro scopo è acchiappare un bel bottino. E, allora, se per caso fosse andata così, cioè se tu e il tuo autista foste stati inseguiti e poi eliminati da dei predoni, una parte della refurtiva potrebbe essere la tua videocamera, dove magari avevi già registrato quel filmato con quella tua presentazione, per averlo pronto appena ti fosse servito.

Ci piacerebbe chiedertelo, caro Enzo, se è andata così. Solo che se fosse andata così, significa che i predoni ti avrebbero freddato subito, così come hanno fatto con Ghareeb. Tra l’altro eri di corporatura piuttosto ingombrante per infilarti in una macchina e filare via.

Perché la Croce Rossa non ha parlato subito di questo agguato sulla via del ritorno da Najaf? Se lo è chiesto nei primi giorni anche Enrico Deaglio, ma il signor Scelli non l’ha mica spiegato bene. Ha invece richiamato subito a Roma il signor Giuseppe De Santis, capoconvoglio della Croce Rossa a Baghdad, perché, “ufficialmente”, la missione per Najaf non sarebbe stata autorizzata (e il 19 agosto ci sarebbe stato un incidente a causa di una mina che sarebbe scoppiata a fianco del convoglio). Se così fosse, cioè se non era autorizzata, non era autorizzato nemmeno trasportare estranei, come i giornalisti, e quando tu hai detto, nel video, che eri un loro volontario, apriti cielo, sai che casino hai sollevato?

In effetti, tu a Milano guidavi qualche volta le ambulanze della Croce Rossa cittadina, ma di quel convoglio in Iraq non eri un operatore volontario, bensì eri un giornalista, ospite, che viaggiava con quel convoglio. Ci sembra un’ipotesi più credibile, sempre per ritornare al punto: i free lance è così che fanno per riuscire ad andare in certi posti.

Poi, c’è quella strana storia di un convoglio della Croce Rossa che viene attaccato da dei predoni alla testa e viene superato dagli automezzi di coda, che non si fermano per motivi di sicurezza. Ma i convogli non sono scortati da personale armato, della polizia irachena? E se superano un blocco che può sembrare pericoloso, non vedono e non sentono nulla, sapendo che è una delle auto che viaggiano con loro? E poi, non scherziamo, la Croce Rossa aspetterebbe di arrivare fino a Baghdad per dare l’allarme (le loro auto non dispongono forse di radiotrasmittenti e di almeno un satellitare?) e chiedere aiuto? Oppure per “accorgersi” che tu e l’autista non eravate arrivati come tutti gli altri all’ospedale della Croce Rossa a Baghdad?

Caro Enzo, vedi di quante cose ci piacerebbe parlarti.

Prendiamo il caso del giornalista Micah Garen, che era in Iraq per girare dei video d’archeologia per la sua casa di produzione “Four Corners Media” di New York city. Lui viene rapito il 14 agosto e per lui si mobilitano ben due portavoce di Al Sadr. Il primo, informa il 20 agosto che Garen sarà liberato in serata da chi lo tiene in ostaggio. Dato che ciò non succede, il giorno dopo lo sceicco Raed Al Kazami tranquillizza e avverte che sarà solo una questione di ore. E infatti (il 22 agosto Garen viene liberato).

Infine, un grosso dubbio, atroce. Non è che dichiarando di essere lì per intervistare Al Sadr e scrivere un libro sulla resistenza irachena ti sei esposto un po’ troppo? Non è che quelle tue immagini dove imbracci un fucile seduto a un tavolo di ristorante con degli iracheni (una di queste foto è pubblicata su La Stampa del 25 agosto) saranno sembrate un po’ troppo “partigiane”, mentre invece è evidente per chiunque abbia un po’ d’esperienza di quei luoghi che è assolutamente normale che lì ci siano in giro tante armi (negli ospedali di Emergency c’è, infatti, un apposito servizio “guardaroba” dove le si deposita prima d’entrare su tavoli che, spesso, ne sono ricolmi) e che quando ci si fa fotografare con delle persone del posto può succedere, per puro spirito di compagnia, di fare una foto del genere? Non è che tutto ciò sarà apparso a chi deve decidere di pesi e misure che la tua misura aveva oltrepassato il segno? I cittadini sono tutti uguali, ma ormai sappiamo per esperienza che c’è sempre chi è più uguale degli altri.

Forse, nel tuo caso, la trattativa è stata, per così dire, un po’ blanda? O, forse, non c’era niente da trattare perché ti avevano già ammazzato? Solo questo, forse, spiegherebbe la grande confusione che esiste sul tuo caso. Un caso sul quale, come si è premurato Palazzo Chigi d’informare subito dopo la diffusione del tuo video il 24 agosto: Siamo impegnati per far tornare in libertà il signor Baldoni, un cittadino che si trova in Iraq per la sua attività privata di giornalista e quindi assolutamente non collegato al nostro governo

Il giornalismo non è affatto un caso privato, è invece molto pubblico. Pubblicissimo.

Al punto che, caro Enzo, noi vorremmo chiederti: perché, se si stato rapito, sei stato ucciso così in fretta? Come mai dalla scadenza dell’ultimatum alla notizia della tua esecuzione sarebbero passate solo poche ore (con il mistero del video annunciato dal Qatar che poi diventa una fotogramma digitale alla Farnesina, peraltro “non cruento”, dove si vedrebbe solo un corpo riverso nella polvere)?

 Caro Enzo, la domanda che ti vorremmo fare è: pensi di essere stato scaricato?

 

da Articolo 21.com

 

 

postato da floreana2 | 17:26 | link | commenti (1)