[Il Vento e L'Anima]
Sono nata donna non lo sono diventata
 


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lunedì, 28 febbraio 2005

 

(in memoria di Mario Luzi)

SULLA RIVA

I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all'oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto...
L'uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l'aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

da Onore del vero,1952


Nigeria - Campagna "Fistola Fortnight"

 Medici volontari provenienti da Regno Unito e Stati Uniti si uniranno ad un team di chirurghi nigeriani per curare centinaia di donne affette da fistola ostetrica – o fistola vescico-uterina – e formare altri medici su come intervenire chirurgicamente sul problema. “Fistola Fortnight” è un innovativo progetto di due settimane, che si terrà tra il 21 febbraio ed il 2 marzo in quattro ospedali nigeriani, per affrontare il problema medico e socio-culturale della fistola. Il lancio ufficiale della campagna avverrà  iggi, lunedì 21 febbraio presso il Babbar Ruga Hospital a Katsina, in Nigeria.
La fistola ostetrica è una lacerazione da parto curabile e prevenibile che, se trascurata, può avere conseguenze devastanti sulla vita di donne e ragazze. E’ generalmente causata da svariati giorni di travaglio prolungati senza un intervento medico – nella fattispecie, il parto cesareo reso necessario da distocia o altre complicazioni – che allevi la pressione esercitata dal bimbo in fase espulsiva e dalle spinte di contrazione. Il nascituro muore nella maggior parte dei casi e la madre riporta gravi lesioni ai tessuti, spesso con conseguenti problemi d’incontinenza cronica. La donna viene in molti casi lasciata dal marito, isolata dalla comunità e colpevolizzata per la sua condizione. Senza cure adatte, le prospettive di lavoro e vita familiare diminuiscono drammaticamente per le donne che soffrono di fistola.
La chirurgia ricostruttiva può sanare le ferite, con un tasso di successo pari al 90% per i casi meno gravi e del 60% in quelli più gravi. Due settimane di cure post-operatorie sono necessarie per assicurare la completa guarigione. Sono inoltre importanti la consulenza psicologica per aiutare le donne a sanare il danno emotivo e facilitarne la reintegrazione sociale. Il costo medio dell’intervento chirurgico e delle cure seguenti si aggira intorno ai $300, ben oltre la portata della maggior parte delle donne che sono vittime di questa condizione.
Per l’evento, quattro strutture ospedaliere dislocate nella Nigeria settentrionale sono state ristrutturate ed attrezzate per curare le lunghe code arretrate di pazienti. Infermiere specializzate ed assistenti sociali accerteranno che le donne ricevano cure appropriate e consulenze anche oltre le prime due settimane.
Fistola Fortnight è frutto della collaborazione tra UNFPA (Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite), governo della Nigeria, Virgin Unite, Croce Rossa Nigeriana, Voluntary Service Overseas e altre associazioni di medici professionisti e ong locali. Il progetto fa parte altresì della campagna End Fistula dell’UNFPA – prima iniziativa globale rivolta alle disabilità dovute a gravidanza – portata avanti in oltre 30 paesi dell’Africa sub-sahariana, nel Sud est asiatico e negli stati arabi.
E’ stata scelta la Nigera perché vi si registrano i più alti tassi di casi di fistola. Sono tra  400.000 e 800.000 le donne nigeriane che convivono con la fistola; 20.000 i nuovi casi  che si verificano ogni anno, con una maggiore diffusione nel nord del paese. In Nigeria, una donna su 18 muore di complicazioni da parto, in netto contrasto con l’Europa dove il rapporto è di 1 su 2.400.
A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che oltre 2 milioni di donne nei paesi in via di sviluppo subiscano le conseguenze della fistola e che tra i 50 ed i 100.000 nuovi casi si verifichino ogni anno. C’è da sottolineare che questi dati si basano unicamente sulle donne che ricorrono a cure mediche e che quindi i numeri sono solo per una minima parte rappresentativi.
La fistola rimane un problema relativamente nascosto, soprattutto perché coinvolge le fasce più deboli ed emarginate della società: donne giovani, povere ed analfabete che vivono in aree remote. Molte di queste non ricorrono nemmeno a cure, soffrendo in solitudine di ferite che rimangono ampiamente sconosciute o incomprese.
La prevenzione è tuttora la chiave per porre fine alla fistola e salvare la vita di centinaia di migliaia di donne che muoiono ogni anno per complicazioni da gravidanza e parto. Il piano strategico dell’UNFPA per promuovere gravidanze più sicure comprende: cure da parte di personale qualificato; interventi tempestivi per le donne che presentano complicazioni durante il travaglio; servizi di pianificazione familiare per prevenire gravidanze indesiderate e sostenere nascite distanziate nel tempo.
La sfida a lungo termine, invece, consiste nell’affrontare pratiche culturalmente e socialmente radicate che privano le donne di cure mediche appropriate e mettono a repentaglio la loro salute, come ad esempio, le gravidanze sopportate in tenera età. Le ragazze sotto i 15 anni corrono 5 volte più rischi di morire di parto di donne sulla ventina e molte di quelle che sopravvivono a lunghi travagli si ritrovano poi con le consuegnenze della fistola.

www.endfistula.org   

 UN AIUTO PER LUDMILA

(Imola)

“Trama di terre” lancia un appello a nome di Ludmila, una donna ucraina malata terminale di cancro, che vuole tornare nel proprio  Paese, dove la aspettano i due figli: un appello urgente per sostenere la raccolta di fondi che servirà per il viaggio aereo (suo e di un’accompagnatrice), per l’acquisto delle medicine che le serviranno e per il mantenimento economico al rientro in Ucraina previsto verso fine Febbraio. L’associazione sta inoltre studiando di attivare un’adozione a distanza per Julia e Vitaljj figli di Ludmila.
“Vogliamo dare voce al vissuto di Ludmila, una donna (e un’amica)  migrante – si legge nell’appello - che sta morendo di cancro. Ha lasciato l’Ucraina nel 2000 in cerca di lavoro per mantenere un figlio e una figlia, che ancora la aspettano. Oltre la malattia, arrivata allo stadio finale, la sua storia parla di tante altre donne dell’Est che, come lei, lasciano il Paese di origine, la famiglia, i figli per venire in Italia a svolgere lavori di cura, soprattutto l’assistenza ad anziane/i. Sono lavori faticosi e usuranti perché viene chiesta assistenza e attenzione 24 ore su 24, il più delle  volte con un  solo mezzo pomeriggio libero alla settimana.
L’estrema solitudine di queste donne lontane dagli affetti più cari, tormentate da sensi di colpa per i figli lasciati, con pochissima socialità (sono sempre chiuse in casa), permette loro di investire tutte le energie in un unico progetto: mandare soldi a chi è rimasto in patria sopravvive grazie a questo denaro.
 Come spiega Svetlana, socia e mediatrice culturale di Trama di Terre  che accompagna le donne dell’Est quando si avvicinano all’associazione, “queste donne vengono in Italia per poter mantenere i propri cari rimasti in una terra che non dà altra possibilità”.
La crisi economica venuta dopo la divisione nel 1991 delle Repubbliche che facevano parte dell’Unione Sovietica e poi la chiusura delle industrie e la disoccupazione hanno portato miseria e fame. “L’Italia e il suo bisogno di badanti e di baby sitter diventano per tante donne straniere una via d’uscita da quella pesante situazione”.
 Infatti sono 500.000 (sulle 600.000 del totale) le straniere con contratto di collaborazione domestica presenti in Italia nei dati congiunti dell’Inps e della Caritas che dichiarano inoltre in una recente indagine che le famiglie italiane vorrebbero preferibilmente donne ucraine. Negli ultimi anni le donne dell’est  (età media 41 anni) che lavorano come addette di cura alle persone  hanno superato e addirittura doppiato le “storiche” filippine presenti da più tempo nel nostro e che svolgevano lavori analoghi . L’indagine non tiene conto del lavoro irregolare nelle famiglie che, secondo le stime dell’Inps, rappresenta oltre il 41 % del totale (complessivamente quindi tra regolari e sommerse potrebbero sfiorare il milione). Le lavoratrici regolari immigrate dell’est sono circa 268.000, più della metà di quelle extracomunitarie : 104.000 ucraine, 81.000 rumene, 47.000 filippine, 35.000 polacche, 28.000 moldave, 25.000 peruviane  15.000-18.000 le albanesi.
Nel 2OO1  da una ricerca svolta nel Veneto emergeva come 15.000 “badanti” presenti nella Regione facessero risparmiare al sistema pubblico regionale 540 miliardi di lire, consentendo di evitare l’istituzionalizzazione delle persone assistite. Successivamente si è calcolato, che il ricorso a una cosiddetta “badante”, come alternativa al ricovero , fosse fonte di un risparmio di 200 euro mensili per ogni persona bisognosa di assistenza. Se si rapportasse questo esempio  ad almeno 100.000 persone a livello nazionale, il risparmio sarebbe di 240 milioni di euro l’anno.
Ludmila è cresciuta a Donezc (ai confini con la Russia) dove ha studiato, lavorato, si è sposata e ha avuto due figli. Racconta Ludmila che “l’arrivo del secondo figlio è diventato un incubo, per il peggioramento della situazione socio-economica, e un marito che è rimasto indifferente, lasciando alla moglie tutto il peso del sostegno alla famiglia… Soldi, soldi, soldi: quelli che mancano, persino per mangiare”.
Ludmila non poteva pagare il gas, la luce, l’acqua; così ha deciso di venire a lavorare in Italia. Arriva in Calabria e dopo un anno di lavoro cade gravemente ammalata. Era un primo campanello d’allarme, ma il bisogno di lavorare mette in secondo piano la salute (e questo non vale solo per lei ma per centinaia di donne che abbiamo incontrato). Le sue amiche si prendono cura di lei, sembra guarire. Nel periodo della sanatoria  viene in Romagna, dove può guadagnare di più, ma lo stress e la fatica del lavoro la indeboliscono e si ammala nuovamente. Poi c’è la corsa contro un  tempo che non lascia più tempo.
 Ludmila è anche madre. La cosa più difficile per lei è “stare lontano dai figli che l’aspettano”. E’ assurdo ma lei si sente “una cattiva madre perché tornerà solo per morire e non ho saputo stare accanto ai miei figli negli anni in cui avevano più bisogno di me”. Oggi Ludmila ha 44 anni e un cancro incurabile. Fra poco tornerà a morire nel suo Paese, accompagnata da altre donne di “Trama di Terre”.
In Ucraina tutte le medicine sono a pagamento e non ci sono leggi che prevedano il mantenimento dei figli da parte del padre. Per questo vogliamo e dobbiamo aiutarla.  Questa è – in breve - la sua storia: le ore trascorse con lei ad ascoltarla e tentare di rassicurarla almeno sul futuro dei figli, di certo non la salveranno da un male incurabile, ma sono servite a noi e a lei per rafforzare un legame di sorellanza che va oltre i confini. Vi chiediamo di aiutarci: per Ludmila e i suoi figli ma anche perché vogliamo continuare a chiedere diritti e libertà per queste donne. Agire per loro e con loro permette anche a noi tutte/i di dare un senso alla parola giustizia”.
Le donne di “Trama di terre”

 info@tramaditerre.org


 

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domenica, 27 febbraio 2005

 

La petizione dei detenuti non violenti

Dalle carceri italiane sarde l'associazione Detenuti non violenti ha raccolto più di 400 firem per chiedere la liberazione di Giuliana. "Noi detenuti non violenti delle carceri italiane comprendiamo il dramma che sta vivendo giuliana e gli altri prigionieri, in quanto personalmente abbiamo vissuto da prigionieri per molti anni".


LACRIME

 SHERRY GLASER*

Artemisia Gentileschi

Non riesco a fare a meno di chiedermi che succederebbe se migliaia, o anche
milioni, di donne che sperimentano il dolore al livello in cui io lo sto
sperimentando, andassero a Washington o alle sedi dei loro governi locali, e
rimanessero semplicemente li' davanti agli edifici ad esprimere le loro
emozioni, e si battessero i seni in un lamento rituale.
I miei seni sono gonfi, ora. Ho un petto ampio di mio, ma ultimamente sembra
che questi seni vogliano strabordare. Meno male che ho un didietro di
considerevoli dimensioni, altrimenti cadrei sul davanti per lo
sbilanciamento. Ho saltato le ultime mestruazioni, e non perche' sia
incinta. Sono lesbica, e sono assolutamente certa di non essermi impegnata
in attivita' procreative. Sono i miei ormoni ad essere impazziti. Sono
impaziente con le mie figlie, e tendo in generale ad evitare le persone.
Naturalmente, mi sto chiedendo perche'. Perche' il mio corpo si sta
ribellando in tal modo, distraendomi dalle necessita' giornaliere della
vita?
Penso che la risposta vada cercata nel fatto che il mondo intero sta
attraversando un'enorme crisi, e che mia madre e' di nuovo rinchiusa nel
reparto díigiene mentale del suo ospedale. Per quanto indietro vado con la
memoria, mia madre si e' sempre dibattuta nel convincimento di essere la
reincarnazione della Vergine Maria. Quando io avevo quattro anni, nel 1964,
forte di questa convinzione mia madre marcio' lungo le strade con il mio
fratellino neonato fra le braccia, proclamando che il Messia era ritornato.
Dopo un bel po' di elettroshock e torazina, lei torno' ad essere la nostra
brava mamma, sottomessa ed obbediente come si conveniva ad una casalinga nei
primi anni '60. Mantenne quest'identita' funzionale tramite l'assunzione di
litio, un sale che le dava il bilanciamento chimico necessario per agire
come un essere umano civilizzato: sfortunatamente, il litio le rovino' i
reni, che collassarono nel 2002 mentre il suo cervello se ne partiva allo
stesso modo. Da allora la sua vita e' stata un incubo farmaceutico.
Ogni tanto si riprende, ma i miglioramenti sono solo temporanei, ed in
questo momento lei e' ben chiusa dietro una pesante porta metallica e sedata
con medicine che si chiamano Haldol, Atavan, Xyprexa e Bendryl. Il mio
computer non le riconosce come parole, e mi suggerisce che siano errori: non
e' buffo? Ho parlato al telefono con mia madre stamattina, e attraverso il
suo annebbiamento lei mi ha detto che "E' tutto rovesciato". Se dice la
verita' in cui crede, e cioe' di essere la Vergine Maria, e' pazza. Se
mente, e dice di essere la signora Glaser, e' sana di mente. Non riesce a
far conciliare le due cose. Mi ha chiesto se io le credo. Ho esitato, e poi
ho detto che non le credevo, ma che la amavo e che la stavo ascoltando. Le
ho chiesto se questo poteva essere sufficiente, e lei ha risposto di si', e
che anche lei mi amava, e ha riappeso.
Ecco il dilemma. Io sono un'attrice. Sono conosciuta per i miei pezzi
teatrali: per esempio "Segreti di famiglia", dove interpreto tutti i membri
della mia famiglia, o il piu' recente "Oh, mia dea", che io definisco una
commedia di proporzioni bibliche. E' un lavoro dall'umorismo oltraggioso, e
il pubblico lo ama molto, dandomi incredibili soddisfazioni. E questo e' il
momento in cui mia madre mi dice che e' giunto il tempo per lei di rivelarsi
come la Vergine Maria, che mio fratello dovrebbe rivelarsi come Cristo, e
che io dovrei rivelare me stessa come la sua sorella gemella, Sara. Dice che
questo periodo e' l'Armageddon, e che la salvezza del mondo dipende da noi.
Cio' mi riporta ai miei seni pesanti, e al mio ruolo su questo pianeta.
*
Cosa si suppone io debba fare, adesso? Holly Near dice: "Se ognuno e ognuna
di noi fa anche un'unica cosa, una sola ma piena di bellezza, la vita sulla
Terra non morira'".
Qualche mese fa, con altre amiche, ho dato inizio ad un movimento che si
chiama "Seni, non bombe". Sostiamo a petto nudo nelle strade di Mendocino,
reggendo cartelli che spiegano cosa sia la vera indecenza: "La guerra e'
indecente", "Le espulsioni di migranti sono indecenti", "La tortura e'
indecente", e cosi' via. E' il nostro tentativo di rendere visibili la
sacralita' della madre e dei suoi seni. Di risvegliare le persone rispetto
al fatto che donne e bambini sono le vittime non rendicontate della guerra
voluta dalla politica omicida americana. E che noi sopravviveremo grazie
alle madri, che hanno cura, che nutrono, che amano. Vogliamo che il potere
femminino si mostri.
Le nostre manifestazioni vengono salutate da schiamazzi di clacson, e vi
sono alcune persone che se ne ritengono personalmente offese, e coprono gli
occhi ai loro figli. La maggior parte delle donne che fa questo con me ha
seni piccoli, e sebbene anche a loro ci voglia un bel coraggio per sfilarsi
la maglietta, io mi sento maggiormente vulnerabile. I miei seni sono grandi.
Non c'e' dubbio che io stia rivelando me stessa. Non si puo' fare a meno di
notarli, e ad ogni movimento che faccio rimbalzano incontrollabilmente.
Sembrano avere vita propria.
Allora, perche' si sono pure gonfiati? E perche' io non sanguino? Io credo
perche' mi sto portando addosso le sofferenze del mondo. La devastante
tristezza della guerra e la distruzione di tutto cio' che e' sacro sono
fatti innegabili, e pero' e' socialmente inaccettabile rispondervi.
Il mio analista dice che soffro perche' sto perdendo mia madre e che il mio
atto di denudarmi il petto in mezzo alla strada e' un modo per costruire un
ponte sino a lei. Mi ha suggerito di accendere candele sul mio altare, e di
calmarmi. Io ho suggerito la possibilita' che la follia di mia madre sia
oracolare. Forse l'avrebbero considerata una profetessa, nei tempi antichi.
Forse senza l'intervento dei prodotti chimici sarebbe riuscita a vedere
attraverso il velo dell'illusione. Mia nonna fu rinchiusa allo stesso modo
suo, e mori' in un istituto. Forse mi sto portando il loro messaggio
profetico nel sangue. Si dice che un tempo era possibile. Perche' non di
nuovo?
Moltissime donne parlano quotidianamente della loro depressione, dello shock
e dell'orrore che provano di fronte alle bugie ed alle omissioni del governo
e delle corporazioni economiche. Si ammalano, si sentono stanche, non
riescono a fare quello che devono fare durante la giornata, specialmente ora
dopo le ultime elezioni. Io mi spoglio nel tentativo di attrarre
l'attenzione dei media di destra e di quelli che si autocensurano sulle
colossali ingiustizie che vedo. Janet Jackson ha avuto tutti i titoli dei
giornali perche' per un secondo le si e' visto un capezzolo. E allora
perche' noi no, per una giusta causa?
Un paio di anni fa andai a Washington, ad assistere ad una seduta del
Senato. Quel giorno lo presiedeva Hillary Clinton e le decisioni da prendere
riguardavano quali ulteriori sanzioni e punizioni si potessero imporre a
Yasser Arafat ed al popolo palestinese. Cominciai a piangere.
All'inizio mi sentirono solo i miei vicini, il pubblico in galleria, ma
quando il volume dei miei singhiozzi si alzo', persino Hillary non pote'
impedirsi di guardare verso l'alto. Un enorme buttafuori venne a prendermi
per un braccio e mi porto' nell'atrio, dove fui circondata da personale
della sicurezza che mi suggeriva di andare in bagno a rinfrescarmi. Risposi
loro che non volevo rinfrescarmi, volevo piangere. Sembravano terrorizzati
da una donna in lacrime, forse piu' spaventati che se avessi avuto in mano
una pistola: quella era una minaccia a cui sapevano come rispondere.
Percio', ripeto, non riesco a fare a meno di chiedermi che succederebbe se
migliaia, o anche milioni, di donne che sperimentano il dolore al livello in
cui io lo sto sperimentando, andassero a Washington o alle sedi dei loro
governi locali, e rimanessero semplicemente li' davanti agli edifici ad
esprimere le loro emozioni, e si battessero i seni nudi in un lamento
rituale. Che effetto avrebbe?
Io credo che questo tipo di potere non potrebbe essere negato. Io credo sia
giunto il tempo per tutte le donne, le nonne, le figlie, di rivelare se
stesse. Io credo che lasciar continuare le atrocita' sia la vera follia.
Forse sto entrando in menopausa. O forse, come mia madre, sono semplicemente
pazza.

(trad.di Maria G. Di Rienzo)

da LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO, Numero 851 del 25 febbraio 2005   

*Sherry Glaser e' l'interprete e l'autrice di numerosi successi
teatrali, fra cui Segreti di famiglia, Oh, mia dea!, e Ricordate questo!, un
ritratto intimo della guerra attraverso gli occhi di una donna. E' madre
single di due bambine, e vive in California. Il suo sito web e'
www.sherryglaser.net]

       
 

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sabato, 26 febbraio 2005

Lettera di Yasmine Reguieg presidente Aiwa (associazione donne arabe e italiane)

"Giuliana devi tornare sana e salva per continuare la tua missione di informazione in questo periodo così tormentato e così cruciale della storia moderna. Noi chiediamo a quelli che ti tengono prigioniera di liberarti in nome di una umanità che tu difendi con tanto coraggio e tanto ardore". Cosi' Yasmine Reguieg presidente dell'Aiwa, l'associazione delle donne arabe e italiane chiede la liberazione di Giuliana Sgrena."Siamo sorelle di Giuliana  perché noi lavoriamo per la stessa causa. Tu indaghi e informi, spesso a rischio della tua vita. Hai denunciato davanti al mondo intero il dramma vissuto dalle donna algerine che hanno combattuto e resistito, senza mai abbassare la testa, il terrorismo e il fanatismo che voleva rinnegare


Nell’ Inferno di Darfur

di Gina Zacchi

Una catastrofe umanitaria infuria nel Darfur, nella regione occidentale del Sudan. Dall’immane genocidio del Ruanda avvenuto nel 1994 ( una delle pagine più nere della storia dell’Africa e delle Nazioni Unite) il mondo non aveva più visto un simile massacro. La guerra civile in Sudan è in corso da più di venti anni. All’origine la differenza etnica , sociale e religiosa, esistente tra il Nord nazionalista, arabo e islamico e il Sud nero, cristiano e animista, di stampo tribale. I due gruppi ribelli cioè l’"Armata di liberazione del Sudan" e il "Movimento per la giustizia e l’eguaglianza", sostengono di aver preso le armi per difendere i diritti e gli interessi delle etnie nere autoctone dall’oppressione del governo centrale di Khartoun dominato dall’etnia araba.

Una guerra intestina sta estinguendo un’inerme popolazione civile. La milizia di "Janjaweed", composta da governativi e non governativi (ribelli ostili agli altri due movimenti) stanno sistematicamente eliminando intere comunità tribali di contadini africani. Sono stati razziati interi villaggi, donne e bambine sono state rapite e violentate, uomini e ragazzi arrestati, scomparsi, uccisi o mutilati, bloccate le forniture di cibo e di acqua. Gli effetti di questa campagna di pulizia etnica sono stati devastanti. E’ stato stimato che almeno 200 mila persone siano morte. Più di un milione e seicento mila siano state cacciate dalle loro case, più di 200 mila sono fuggite nel Ciad.

Questi profughi del Darfur ora vivono in accampamenti dove mancano il cibo, farmaci e condizioni igieniche adeguate. Donne e bambini vivono ammassate nei "campi" con il rischio di essere attaccate e violentate dalle milizie dei Janjaweed che pattugliano la zona.

Negli accampamenti del Ciad e del Sudan un numero incalcolabile di persone, soprattutto bambini, muore perché l’acqua dei pozzi è inquinata causando dissenteria e altre decine di infezioni la cui diffusione viene agevolata dalla denutrizione e dalla mancanza di igiene. Dall’inizio di gennaio è scoppiata un’epidemia di meningite ed è in corso una campagna di vaccinazioni per bloccare la diffusione dell’infezione. "La meningite è una malattia mortale che, senza cura, uccide tra il 50 e l’80 per cento dei malati che la contraggono" afferma Gianfranco De Maio, responsabile medico della sezione italiana di Medici Senza Frontiere (Msf). "Le autorità sanitarie del Ciad ci hanno chiesto aiuto per frenare l’epidemia". Msf sta operando con le autorità sanitarie locali e la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa per raggiungere con il vaccino 70 mila persone. Cifre da capogiro che danno l’immagine della tragedia.

Infezioni, acqua e cibo. Il rischio rappresentato dalla meningite si aggiunge alle condizioni di vita nei campi profughi che, per quanto più sotto controllo rispetto al recente passato, non sono di certo ideali. Attualmente negli undici campi del Ciad vivono 215 mila persone. "La situazione medica è oggi stabilizzata (la mortalità è ritornata a livelli normali), ma vi sono ancora casi di infezione respiratoria acuta, malaria e diarrea grave" racconta Huub Vergagen, capo missione di Msf in Ciad. "I problemi maggiori riguardano la disponibilità di acqua potabile, che in alcuni campi raggiunge solo 4-7 litri per persona al giorno (quando il minimo, secondo alcune norme internazionali, è di 20 litri). Secondo il Programma alimentare mondiale (Pam) vi sono anche problemi di approvvigionamento di cibo. Quanto alle prospettive, rimangono incerte, perché legate alla situazione che prevarrà in Darfur, per la quale non ci si attende una soluzione rapida". Infatti, negli ultimi mesi la situazione è andata sempre più peggiorando. Gli scontri e le violenze sono aumentati, alcune organizzazioni umanitarie, incapaci di proteggere i loro volontari, sono uscite dalla regione del Darfur.

Nei giorni scorsi, Bruxelles, ha approvato una risoluzione sul Sudan in cui, tra l’altro, si sostiene con forza che i responsabili delle atrocità nel Darfur dovrebbero essere sottoposti al giudizio della Corte Penale Internazionale. Il fatto di rendere esplicito questo orientamento mentre Bush era a Bruxelles, ha inteso costituire una netta presa di posizione dell’Europa a favore di un organo internazionale , che Bush tenacemente avversa. Gli Stati Uniti non vogliono che la Corte - unico organo di giustizia internazionale che potrebbe intervenire subito ed in modo efficace - si pronunci su quei crimini. Forse perché temono che la Corte - organo indipendente dal potere politico - possa prima o poi processare militari o politici statunitensi? "E’ chiaro", spiega Antonio Cassese, già presidente del Tribunale dell’Aja, che dirige la Commissione d’inchiesta dell’Onu sul Darfur, " che l’avversione pregiudiziale americana alla Corte è dettata non da ragioni utilitaristiche ma da motivi ideologici e soprattutto dall’intento di non legittimare politicamente quell’organo di giustizia internazionale. Senza sapere che così facendo Bush finisce per fare il gioco dei pianificatori ed esecutori di quelle atrocità dato che, in assenza di alternative realistiche, l’opposizione americana alla Corte, garantirà l’impunità dei colpevoli.". Insomma se l’Europa vuol contare di più, "deve insistere con Bush sulla necessità di essere coerenti: non si può proclamare ai quattro venti di voler diffondere nel mondo la democrazia e la libertà e poi opporsi alla Giustizia", conclude Cassese. E poiché tutto il mondo sa che un genocidio è in atto, il silenzio di Bush è diventato assordante.

Il documento fotografico. Ecco le quattro foto ottenute dall’editorialista del New York Times Nicholas D. Kristof dagli osservatori dell’Unione africana. La foto in alto a sinistra è stata scattata nel villaggio di Harmada dopo l’assalto delle milizie degli janjaweed. A destra un uomo con la gamba ferita che non è riuscito a fuggire. Sotto, a sinistra, un uomo ucciso mentre era in fuga. A destra i resti irriconoscibili di una vittima.

L'articolo ( in inglese) dal New York Times

Approfondimenti:
Darfur: una spietata lotta di potere su una tragedia umana
di Mir Mad

da megachip.info

postato da floreana2 | 18:04 | link | commenti (4)
politica