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venerdì, 22 aprile 2005 Attac France apporte son soutien à Florence et Hussein : «Attac exprime sa solidarité à leurs familles et à leurs proches. La liberté de la presse et la liberté d'expression sont indissociables de la mondialisation de la démocratie et des droits de l'homme pour laquelle lutte le mouvement altermondialiste, et Attac. Attac réaffirme sa demande de libération la plus rapide possible et sans conditions de Florence et de Hussein, et nous nous associons à toutes les initiatives qui sont prises en ce sens.» __________________________________________________________________________ 25 aprile, festa della libertà "Le donne furono la resistenza dei resistenti" (Ferruccio Parri)
Nella mia famiglia, quando ero piccolo, c’erano alcune ricorrenze che avevano sempre lo stesso rito. Se allora qualcuno avesse usato una macchina fotografica avrebbe testimoniato il trascorrere del tempo: io, di volta in volta un po’ più cresciuto, i miei un po’ più vecchi.
Natale e Pasqua dai nonni materni, con i tortellini fatti da mia madre, a tavola sempre seduti allo stesso posto; le vacanze estive a Lognola, una frazione di Monghidoro, da mia nonna, quella paterna; il 25 aprile, con mio padre, mano nella mano fermi e in silenzio di fronte al Sacrario di piazza Nettuno a Bologna. Mio padre è sempre stato di poche parole, ma quel rito che si ripeteva ogni anno e che da piccolo non capivo, è stato più importante di cento discorsi. Era la memoria, il dovere di non dimenticare. Su un fianco di Palazzo D’Accursio, il luogo dove venivano gettati, per intimidire la popolazione, i corpi dei partigiani uccisi dalle brigate nere, in memoria dei martiri per la Liberazione dal nazifascismo, ci sono tante foto in ordine alfabetico, alcune di queste contornate da un filetto d’orato a significare la medaglia d’oro al valor militare. Fermo in silenzio, guardavo quelle foto, le prime volte una a una, poi avevo anch’io le mie conoscenze tra quei tanti giovani trucidati. Guardavo, in particolare, quello di una bellissima ragazza con un sorriso stupendo, le labbra carnose accentuate dal rossetto, i capelli ben pettinati. All’inizio la pensavo una santa, poi qualche anno dopo la credevo una attrice dell’epoca dei telefoni bianchi, si intuiva che aveva tre fili di perle al collo sopra ad una maglia a girocollo, lo sguardo rivolto verso l’alto. Oggi è Irma Bandiera, morta per la nostra libertà. Fu catturata il 7 agosto 1944 dalle SS tedesche, aveva appena fatto una consegna di armi a Castelmaggiore, una frazione poco fuori Bologna, e possedeva documenti cifrati. Irma, da piccola chiamata Mimma, era figlia di una famiglia benestante, allegra, generosa, mai un eccesso, sempre molto ubbidiente. Era cresciuta coltivando ideali democratici, studiava all’università. Quando l’Italia entrò in guerra poteva sfollare come fecero in tanti in attesa della fine del conflitto. Lei no, rimase e cominciò a frequentare gli ambienti antifascisti e dopo l’8 settembre ’43, quando bisognava decidere da che parte stare, lei scelse quella della libertà, della giustizia sociale, di lottare contro i nazisti che occupavano l’Italia e contro i fascisti che li aiutavano a tenerla occupata. Andò con i partigiani entrando in un Gap di Bologna. Fu staffetta e combattente, portava ordini, armi, informazioni e l’unica difesa era l’astuzia. Le istruzioni erano quelle di non far conoscere a nessuno, il suo lavoro. “La famiglia, gli amici, devono pensare che svolgi una regolare professione”, le aveva ordinato il comandante, “devi avere sempre pronta una giustificazione nel caso che fossi fermata lungo il tragitto e soprattutto se sei catturata non parlare mai e non rivelare i nomi dei compagni”. E’ quello che fece Irma, anzi Mimma, questo fu il suo nome da partigiana. Non parlò per sette giorni nonostante le sevizie e le violenze dei nazifascisti. Poi il 14 di agosto, ancora viva, fu portata sotto la casa dei genitori e quel fascista grande e grosso che non riusciva a farle aprire la bocca neanche per un gemito, guardandola per l’ultima volta negli occhi, quegli occhi che per sette giorni lo avevano sfidato con disprezzo, le chiese, di fare i nomi dei partigiani in cambio della vita. In risposta ebbe il suo sorriso, quel sorriso che è in quella foto incorniciata dal filetto d’orato sul Sacrario e che non sarà mai dimenticato. Una raffica di mitra ruppe il silenzio del Meloncello, quei colpi echeggiarono per i tre chilometri di portici che arrivano sino alla Basilica di San Luca, all’interno della quale è costudita la Madonna bizantina, quella che protegge Bologna e che, ogni anno, quando a maggio viene trasportata in città è festa per tutti credenti e non. Quel giorno di fronte al sacrificio di Irma era solo un quadro dipinto tanti anni prima, senza pietà per quell’agonia. Oggi in quel luogo c’è una lapide dedicata a Irma-Mimma Bandiera. “Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte…” “Le donne nella guerra partigiana sono state fondamentali, non lo dice solo la storia, lo dicono i militari che sono vissuti al loro fianco”. Chi parla è Tina Anselmi, la prima donna Ministro, fu staffetta con il nome di battaglia “Gabriella”, in una testimonianza molto interessante a cura della Cgil Lombardia, Teatro della Cooperativa. “La qualità della politica italiana sarebbe migliore se ci fossero più donne accanto agli uomini a gestire i problemi del paese”. Tina Anselmi, all’epoca aveva 16 anni, decise di diventare partigiana quando a scuola fu obbligata ad andare a vedere un gruppo di ragazzi, presi come ostaggi, che erano stati impiccati. Insieme ad alcuni compagni decise che fatti simili non dovevano più accadere. “Gabriella” operava in Veneto tra Treviso, Castelfranco e Cittadella, ogni giorno percorreva in bicicletta circa cento, centoventi chilometri: “I miei copertoni erano sempre con le ernie, con i buchi, perché dovevano fare tanta strada. Il comandante della brigata diede l’ordine ad altri partigiani di trovare tutti i copertoni che potevano”. Un giorno Tina, mentre trasportava nella borsa, infilata nel manubrio, materiale pericoloso, fu affiancata da due giovani che la bloccarono: “Io impallidii dalla paura”. Il più alto le disse: “Non ti preoccupare, non ti facciamo niente, ci basta toglierti i copertoni”. Capì che erano partigiani della sua stessa brigata, poi si riconobbero. Un manifesto fu affisso in tutte le città del nord: “Banditi e Ribelli, ecco la vostra fine!”. Al centro un pugno di ferro enorme che si abbatte sulle case stritolando uomini armati con accanto una scritta: “Tutti quei ribelli che continuano la lotta contro la loro Patria non hanno da aspettarsi che la morte!”. Clotilda Menguzzato, se ne fregò del manifesto, aveva 19 anni - staffetta, informatrice e infermiera fu catturata dai tedeschi in Trentino. Invece di scappare era rimasta vicino ad un partigiano ferito a morte. Mentre i tedeschi la stavano per raggiungere, prese il fucile del morto e fece fuoco. Fu torturata, violentata, fu fatta azzannare dai cani. La sua ultima frase: “Quando non potrò più sopportare le vostre torture, mi mozzerò la lingua con i denti per non parlare”. Anche i romanzi ci permettono di ricordare: “Uomini e no” di Elio Vittorini, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, “La casa in collina” di Cesare Pavese, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. Ma quello che preferisco perché ci fa anche capire che cosa è stata la resistenza è “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, bolognese con il sogno di fare il medico ma fu costretta ad interrompere gli studi al liceo perché la famiglia non aveva i soldi per farla studiare. Fu prima inserviente e poi infermiera e dopo l’armistizio, partigiana con il grado di tenente. Operò nelle Valli di Comacchio e grazie all’esperienza si occupò del servizio sanitario. Agnese non è un personaggio di fantasia, il nome sì, quello vero era Mimma, Gabriella, Clotilda e tanti altri ancora, il racconto della sua storia è servito per capire. Ha scritto Renata Viganò: “Quello era il clima della vita partigiana, antiretorico, casalingo e domestico anche se eravamo alla macchia e la morte girava lì intorno, si nascondeva nello scialle di Agnese, negli scarponi dei barcaioli, o nei capelli del mio bambino. In quel clima abbiamo vissuto diciannove mesi. Tutto è esistito. L’unica cosa che non esiste è quel pezzo di terra in cui i tedeschi hanno buttato il corpo dell’Agnese. Non l’abbiamo trovato” Poco importa perché Agnese sapeva che il prezzo che veniva pagato con la sua vita ci avrebbe riscattato per il futuro e quei tanti e tanti nomi scritti nei Sacrari di tutte le città, di tutti i paesi d’Italia, sono immortali e rappresentano la conquista della pace. I giovani devono sapere e capire che la memoria è l’arma pacifica che ci permette di non ripetere gli errori del passato che hanno portato al fascismo. Il 25 aprile segna i 60 anni dalla fine della guerra ed è la festa di tutti, proprio di tutti, anche se, ultimamente, sono stati tanti i tentativi della maggioranza di governo di rivedere quel periodo che ha segnato l’inizio della democrazia e poi la nascita della Costituzione italiana. La cultura deve rimanere sempre al servizio della verità. da articolo21 La Resistenza a Roma: donne e quotidiano
di Lisa De Leonardis postato da floreana2 | 16:25 | link | commenti (9) giovedì, 21 aprile 2005 Signez, faites signer Le comité de soutien à Florence et Hussein sollicite le concours de tous pour que cette pétition soit diffusée le plus largement possible, partout, sur tous les lieux de travail, dans les rues, les transports, à l'université, sur les marchés, dans les immeubles...
Le but est de réunir des centaines de milliers de signatures comme un témoignage d'une mobilisation de plus en plus large et de plus en plus déterminée. Cette pétition sera remise au président de la République, au Premier ministre et au ministre des Affaires étrangères. Vous pouvez télécharger un modèle de pétition permettant de recueillir dix signatures, ou la signer en ligne sur le site du comité de soutien : www.pourflorenceethussein.org. Bien avant que cette pétition soit lancée, d'autres textes circulaient dans différentes régions de France, à l'initiative de mairies, d'associations, d'enseignants... Ils seront joints à la pétition nationale, à condition qu'ils soient envoyés au comité de soutien avant le 25 avril. Comité de soutien pour Florence et Hussein. Mairie du Xe arrondissement, 72, rue du Faubourg-Saint-Martin, 75010 Paris.
__________________________________________________________________________ INTEGRALISMI E RELAZIONI TRA I SESSI. Una lettera inviata al Manifesto,( e che speriamo ancora venga pubblicata) interviene nella polemica aperta dal discutibile intervento di Tariq Ramadan pubblicato dal quotidiano. di Elena Laurenzi dell'associazione Testarda di Firenze. Tariq Ramadan è nipote di Hassan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani e predicatore di un islamismo politico cruento. Non ha mai preso le distanze dall'eredità politica del nonno, che presenta come "il più influente dei riformatori musulmani del secolo" (Tariq Ramadan, Etre musulman européen, étude des sources islamiques à la lumière du contexte européen, Tawhid, 1999). Nei suoi confronti ci hanno allertato, da tempo, i musulmani laici e democratici che sono tanti, ma inascoltati. Fra i più allarmati sono gli amici algerini, memori del periodo nero del terrorismo islamista e delle fatwa lanciate contro gli intellettuali, i giornalisti, i sindacalisti, le femministe, dai Fratelli Musulmani della cui dottrina Tariq Ramadan si fa propugnatore in Europa. Ma restiamo alla sua proposta diffusa dall'intervista del manifesto. Invece di prendere apertamente posizione contro le punizioni corporali, Ramadan si limita a chiedere una "moratoria totale e assoluta per darci il tempo di tornare ai nostri testi fondamentali", precisando che "i primi a discutere dei testi dovranno essere gli esperti, gli ulema". E' come se, in materia di diritti della persona e di tutela dalle violenze, decidessimo di affidarci al Concilio, per trovare lumi nella Bibbia Tariq Ramadan passa per un "progressista", ma in materia di relazioni tra i sessi afferma il principio della "complementarietà": " Secondo questa concezione è l'uomo il responsabile della gestione dello spazio familiare ma il ruolo della madre è centrale" (Alain Gresh, Tariq Ramadan, L'Islam en questions, Arles, Actes Sud, 2002). E' come se considerassimo il filosofo Rocco Buttiglione un interlocutore illuminato perché invece di chiedere il rogo per i gay o la lapidazione per le adultere si limita a dire che sono "contro natura" Come mai siamo disposti ad accettare queste posizioni espresse da un teorico dell'Islam mentre non lo siamo se vengono espresse da un integralista cattolico? Non c'è, in questo sbilanciamento, un razzismo sotterraneo, una acquiescenza passiva nei confronti dell'immagine (costruita nei laboratori della Politica e propagandata dai mass media dominanti) di un Islam fanatico, arretrato, ignorante? Per il profondo rispetto che nutro nei confronti della civiltà dei paesi musulmani rifiuto questa visione. Anche tra i teologi dell'Islam, oltre che tra i laici, ho conosciuto persone illuminate. Ho ascoltato Muftì arringare i fedeli contro l'imposizione del velo e per la istruzione delle donne. Perché non offriamo a loro le pagine del giornale? Saranno una minoranza esigua e poco "rappresentativa"? Non sappiamo se un'inchiesta di questo tipo sia mai stata fatta. E comunque non pensavo che questa dovesse essere un' obiezione, per il manifesto. Tariq Ramadan viene considerato un interlocutore dalla sinistra per il suo discorso anticapitalista. Ma il suo rancore verso la modernità non concerne solo la mercificazione ma anche l'evoluzione delle mentalità sulle questioni sociali. Lo spiega bene nel suo libro Le Face-à-face des civilisations: quel projet pour quelle modernité ? L'intervista apparsa sul manifesto del 31 marzo: Tariq Ramadan: «Basta pene corporali». E l'islam si interroga
postato da floreana2 | 17:17 | link | commenti (1) martedì, 19 aprile 2005 Voici le texte de l'appel signé ce matin par une vingtaine d'associations à l'initiative de Médecins du monde. «Les journalistes et les humanitaires sont des témoins indépendants et ne prennent pas parti dans les conflits. Les humanitaires, acteurs de solidarité internationale, et les journalistes, acteurs d'information, tentent d'être présents aux côtés des victimes pour leur porter secours ou témoigner de leur sort. Aujourd'hui, les dangers, violences et enlèvements rendent l'information et les secours difficiles, voire impossibles, sur certains terrains. Nous condamnons ces pratiques criminelles. Nous avons le devoir, tous ensemble, de témoigner des atteintes aux droits de l'homme et au droit international humanitaire, dont les populations civiles, en Irak, sont les premières victimes. Pour lutter contre le silence et l'oubli, nous tenons à marquer notre solidarité avec Florence Aubenas et Hussein Hanoun al-Saadi et invitons l'ensemble du monde associatif à nous rejoindre dans une vaste mobilisation pour leur libération.» Les signataires: ACF, AMI, Atlas logistique, Care, Comité aide médicale, Chaîne de l'espoir, Enfants du monde, Enfants réfugiés du monde, France Libertés, Handicap international, Secours islamique français, Médecins du monde, Médecins sans frontières, Pharmaciens sans frontières, Première Urgence, Secours catholique, Solidarités, Solidarité et liberté, Terre des hommes, Reporters sans frontières. Habemus Dogma
«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero – si lamenta il cardinale, considerato uno dei principali papabili – La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro». Una vera e propria condanna della modernità. Un tentativo di condizionare la rotta futura della Chiesa? Questo lo deciderà il conclave. Di sicuro Ratzinger non usa parole scontate. E dal pulpito lancia un monito a tutti i cattolici: «Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Questo non va bene, così come non va bene l’idea per cui, «avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa viene spesso etichettato come fondamentalismo». Questione di fede, ma non solo: i cristiani di oggi, prosegue il cardinale decano «rischiano di «rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità». Ecco allora l’invocazione di un papa – nocchiero, capace di portare la nave della Chiesa fuori dalla tempesta, «un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia». Il gender maledetto da Ratzinger
postato da floreana2 | 18:42 | link | commenti (2) |