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sabato, 28 maggio 2005

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Diritti umani. Rapporto di Amnesty 

di Simonetta Corrias

(Roma)

Amnesty International ha presentato  lo scorso 25 maggio scorso il  Rapporto Annuale 2005, un tomo di quasi 700 pagine, la sintesi di 545 rapporti effettuati nei Paesi dove l’Associazione ha operato, per denunciare una nuova, pericolosa agenda della situazione dei diritti umani in 149 Paesi e territori nel corso del 2004. Una complessa e particolareggiata visione d’insieme, quella operata da Amnesty, per promuovere e lottare contro specifici abusi come la violenza sulle donne, la tortura e il commercio di armi. Dal rapporto emerge che, a  60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, i governi continuano a tradire le loro promesse di un ordine del mondo basato sui diritti dell’uomo e di tale fallimento devono oggi dare risposta e spiegazioni. Molti di questi Paesi stanno promuovendo una nuova agenda in cui il linguaggio di libertà e giustizia viene usato per portare avanti politiche di paura e insicurezza, ed è  per questo motivo che migliaia di persone hanno pagato, e pagano oggi dure conseguenze. Tre sono i principali scenari emersi da questo studio: un mondo entrato nella lotta al terrore, un mondo accompagnato da atti di terrorismi sempre più brutali, e un mondo più marginale, ma non meno pericoloso, quello delle violazioni ordinarie, quelle che avvengono tra le mura domestiche o in ambienti di lavoro, specie nei confronti di donne e bambini.

Il linguaggio della libertà e della giustizia è finalizzato ad adottare politiche che sfruttano la paura e l’insicurezza, per tentare di ridefinire e magari giustificare la tortura. Qualche dato, allora, a conferma dell’urgenza che Amnesty e il mondo intero hanno nell’eliminare tale vergogna: i Paesi in cui sono registrate detenzioni senza accusa, né processo sono 37; gli abusi dei diritti umani commessi dai gruppi armati comportando uccisioni e violenze sono presenti in 25 Paesi; quelli in cui si sono compiute gravi torture nei confronti dei prigionieri sono 9; i Paesi in cui i bambini vengono costretti a fare i soldati sono 11. Riguardo la pena di morte, sono state eseguite condanne in 25 Paesi e in 51 i prigionieri si trovano ancora nei bracci della morte. La mancata libertà di manifestazione, associazione ed espressione di stampa per informare ed esprimere pareri opposti al pensiero politico, esiste in 75 Paesi, e non solo in presenza di regimi totalitari, ma anche in quei Paesi che si dicono democratici.

Le violenze contro le donne, tra cui stupri e altri abusi sessuali, nel corso di conflitti armati sono presenti in 13 Paesi; i Governi che hanno violato i diritti umani mediante legislazioni anti-terrore sono 12, come 12 sono quelli in cui è norma compiere maltrattamenti e torture nel contesto della “guerra al terrore”. In nome della sicurezza e lotta contro il terrorismo in Darfur, il governo sudanese ha dato vita ad una catastrofe dei diritti e la comunità internazionale ha fatto troppo poco e si è mossa troppo tardi per reagire alla crisi, tradendo molte persone. Nella Repubblica Democratica del Congo orientale, non c’è stata alcuna risposta efficace allo stupro sistematico di migliaia di donne, bambine e persino neonate. I soldati russi hanno impunemente torturato, stuprato e sottoposto ad abusi sessuali le donne in Cecenia. Numerose e preoccupanti le violenze e le discriminazioni sistematiche contro le donne in Asia, dalle aggressioni con l'acido in Bangladesh agli aborti forzati in Cina, dagli stupri dei soldati in Nepal alle percosse dentro le mura di casa in Australia; ad ottobre una ricerca coordinata dalle Nazioni Unite ha rivelato che il 36% delle donne australiane ha subìto violenze nelle loro relazioni. E' stato inoltre appurato che le percosse domestiche sono la causa principale di morti premature e di disturbi di salute in donne tra i 15 e i 44 anni. Il rapporto esprime preoccupazione anche per la violazione dei diritti degli indigeni australiani e per la politica di detenzione dei richiedenti asilo, che a fine 2004 tratteneva dietro il filo spinato 212 persone da periodi che arrivano fino a sette anni .

Un'ampia sezione del rapporto riguarda la situazione delle donne in Afghanistan, dove il rovesciamento del regime dei Talebani nel 2001 messo in atto dalle forze Usa non ha portato molto sollievo alle afgane. “La paura di essere sequestrate da gruppi armati - spiega Amnesty - obbliga le donne a ridurre i suoi movimenti fuori di casa. Anche in famiglia persistono restrizioni estreme sui comportamenti femminili e un alto indice di violenza”. La provincia più ‘ortodossa’ è quella occidentale di Herat: qui centinaia di donne si danno fuoco per sfuggire alle violenze domestiche o ai matrimoni combinati”.

L'India, dove manca tuttora una normativa che regoli le violenze domestiche, non compare nel rapporto. Il governo indiano - spiega Amnesty - ha bocciato la proposta di sottopporre il paese ad un controllo della Commissione Onu per l'Eliminazione delle discriminazioni contro le donne.

Ancora 4 anni dopo l’11 settembre manca al mondo una politica valida per prevenire tutto questo orrore. Sembra, al contrario, che molti governi ancora non intendano ammettere le loro colpe per il mancato successo nella lotta contro il terrorismo. Nonostante l’America abbia da sempre usato un linguaggio volto alla giustizia e libertà dei popoli, sembra essere purtroppo solo teoria se si considerano i casi di mancate indagini sui maltrattamenti nel carcere iracheno di Abu Ghraib  e alla conseguente assenza di provvedimenti contro i colpevoli. Se il più grande e potente Paese del mondo non tiene fede a quanto afferma ma è il primo a tradire la fiducia dei popoli con azioni scorrette, concede agli altri Paesi, anche se ingiustificatamente, la licenza per compiere abusi e orrori.

Gabriele Eminente, direttore della sezione Italiana di Amnesty, asserisce che “L’Italia è 17 anni indietro rispetto una legge contro la tortura”. La Turchia, invece, spinta dal desiderio di entrare in Europa, ha di fatto inasprito la pena per chi intende attuare questo tipo di crudeltà. “L’Italia – continua Eminente – “Sembra non voler prevenire i casi di tortura e non rispetta gli impegni presi in passato. Non rispetta il diritto di asilo e non offre sicurezza a chi cerca protezione nel nostro Paese. Esistono delle strane cooperazioni tra Italia e Libia di cui non si ha chiara la natura, come ad esempio i 34 voli finanziati dal nostro Governo per deportare dalla Libia, verso altri Paesi,  4670 cittadini stranieri. Queste cose gli italiani devono conoscerle, devono esser rese note se si vogliono rispettare i diritti umani. Non poter accedere ai CPS (Centri per gli stranieri) è un’altra grave lacuna. La gente vuole sapere cosa avviene dentro questi centri e devono potersi fare delle normali ispezioni”.

Paola De Pirro, coordinatrice per la Cina della Sezione Italiana di AI, ci presenta il nuovo briefing Da Tian An Men a oggi: violazioni dei diritti umani in Cina per ricordare quanto accadde 16 anni fa con la strage di Piazza Tian An Men. Da quel lontano 1989 sembra non essere cambiato nulla, o quasi. Un Paese, la Cina, che sta vivendo una modernizzazione rapidissima in campo tecnologico e finanziario, ma che non avanza in termini di diritti umani, civili e politici, che continuano ad essere negati secondo gli stessi criteri repressivi del passato. Si assiste dunque allo sviluppo di un sistema sociale che lega insieme totalitarismo comunista e controllo delle libertà individuali, con un liberismo sfrenato e la mancanza di regole di mercato corrette e controllate dall’Europa. Esiste inoltre una enorme divergenza tra campagna e città e chi cerca di trovare una miglior vita in quest’ultima, spesso non riesce a sopportarne i costi. Un Paese in cui 1000 sono le esecuzioni per la pena di morte, (il numero vero è segreto di Stato) e la cosa più aberrante è pensare che queste sono state oggetto di spettacolo nell’ultimo Capodanno cinese, in cui i bambini venivano portati a vedere le esecuzioni in piazza. Circa un migliaio di persone sono morte per torture subite,  le cui cause sono tra le più disparate: motivi religiosi, politici o semplicemente per aver causato blocchi stradali. Insomma una pesante repressione che mira a rieducare i condannati attraverso il lavoro senza che nei loro confronti venga formalizzata alcuna accusa. Occorre una grande mobilitazione dell’opinione pubblica per la Cina e per tutte quelle persone nel mondo che devono godere  appieno diritto della libertà, nel rispetto e nella protezione dei diritti umani internazionali riconosciuti. Quanto tempo ancora perché tutto ciò possa avverarsi?

da deltanews.it

postato da floreana2 | 14:53 | link | commenti (13)
un altro mondo

lunedì, 23 maggio 2005

60 jours de détention<br>pour Florence AubenasClementina Cantoni

 

 

 

 

 

 

«Que le mot "libération" puisse résoner en écho jusqu'à leur geôle

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IL PROCESSO "BLOCCATO" DI EMANCIPAZIONE FEMMINILE NELLA PRATICA SOVIETICA


UN BREVE E ACCURATO SAGGIO CHE FA RIFLETTERE SUL RAPPORTO TRA MOVIMENTI DI LIBERAZIONE DELLA DONNA E SOCIALISMO


di Cristina Carpinelli

 

 

 

 
pixAlexandra Kollontaj

Il concetto marxista di emancipazione femminile rientra in quello più generale di emancipazione delle classi oppresse. Per il marxismo, le donne esistono in quanto "soggetti in azione" e, per tale ragione, esse costituiscono un oggetto dell'analisi di classe. Nelle opere classiche di Marx, Engels, Bebel, ma anche in quelle più recenti di Lenin e della stessa Kollontaj, la categoria di base degli studi sociali deve essere la classe. Il sesso è considerato alla luce di ciò insignificante, se non addirittura inesistente: importante è prima di tutto la classe. Si ritiene, sostanzialmente, che la differenza di genere tra ruoli e stereotipi sia governata dalla particolare struttura di classe della società e dall'esistenza degli antagonismi sociali.

Per Aleksandra Kollontaj, la visione della famiglia, del matrimonio e anche dell'amore sentimentale e sessuale è strettamente legata all'interpretazione evolutivo-lineare della storia, concepita come una sequenza di fasi (ogni fase è necessaria per l'affermazione di quella successiva che si colloca ad uno stadio di sviluppo superiore), secondo il modello marxiano ortodosso. In alcuni suoi articoli, si evince la tendenza a valutare i fatti secondo un certo determinismo economico:

Modificandosi i modi e i rapporti di produzione, anche il lavoro domestico, motivo di discriminazione tra i sessi, sarebbe stato soppiantato dalle strutture pubbliche che si sarebbero prese cura di quei lavori sino ad ora svolti dalle donne.

Le donne, dunque, possono ottenere la parità con gli uomini solo in un sistema socialista. Perciò, esse devono agire come alleate e sostenitrici degli uomini nella lotta per la vittoria del proletariato sulla borghesia, e come risultato dell'affermazione della classe operaia anche la loro condizione d'inferiorità sarà, di conseguenza, riscattata:

Nella nuova società della Russia sovietica - sostiene la Kollontaj - l'amore non sarebbe stato più trattato come una faccenda privata. Spettava ora ai lavoratori e alle lavoratrici del passato, cercare di scoprire quale spazio dare all'amore nel nuovo ordine sociale, e quale fosse l'ideale d'amore che corrispondeva ai loro interessi. [] Infatti, poiché le proletarie non erano affette dal morbo della proprietà privata toccava a loro, e non alle borghesi, gettare le basi della nuova morale.

Le teorie della Kollontaj si spingono oltre il programma del partito bolscevico al potere, prefigurando il declino della famiglia come cellula base della società:

....La famiglia ha cessato di avere qualsiasi ruolo progressivo. Essa non può più costituire in nessun modo un nucleo della nuova società.

Fra tutti i fattori che caratterizzano la produzione mercantile e di conseguenza il matrimonio monogamico, i più determinanti sono l'esistenza della proprietà privata e il modo di trasmettere il patrimonio. Nella società borghese, la famiglia esiste per via della necessità di conservare e di trasmettere i beni di proprietà privata.

La critica formulata dalla Kollontaj alla politica, che affronta la questione femminile senza mettere in crisi l'intero sistema economico e sociale rimane tuttora valida. Le politiche di genere, come qualsiasi altra politica, non dovrebbero perdere la loro natura di classe e, dunque, dovrebbero essere studiate e affrontate marxisticamente.

Purtroppo nella più recente letteratura (straniera e non) sull'argomento non si affronta mai la prima discriminante con la quale le donne devono fare i conti, e che è rappresentata dalla classe o ceto/strato sociale di appartenenza. Dalle analisi delle femministe di orientamento non marxista, l'universo femminile risulta essere al suo interno indifferenziato, privo di contraddizioni e di antagonismi. Le differenze e i contrasti emergono attraverso il confronto con l'altra metà del cielo (in termini di potere e ruoli economici e sociali, stereotipi e simbologie culturali, ecc.). In quest'ottica ciò che conta è, ad esempio, lo studio del gender pay gap (differenziale retributivo di genere) e non quello delle differenze salariali tra donne che emergono in base alla loro diversa posizione ricoperta nel mercato del lavoro e, più in generale, nella società. Un altro argomento affrontato in questi ultimi anni dalle femministe "borghesi" è quello della poverty feminization (femminilizzazione della povertà). Con l'avanzare del processo di globalizzazione le donne di tutto il mondo costituiscono una porzione sempre più elevata di assistiti e poveri (tabb. 1 e 2). E ciò è un fatto indiscutibile. Tuttavia, la povertà femminile non può essere affrontata solo attraverso l'analisi di fattori socio-demografici (età, titolo di studio, sesso, ecc.) o alla luce di trasformazioni in atto, soprattutto nei paesi capitalistici avanzati, e che stanno portando alla luce nuove realtà sociali. Ad esempio, quella delle donne (single, madri e anziane sole, vedove, separate o divorziate) che devono provvedere autonomamente al proprio sostegno e a quello dei figli o di altri componenti del nucleo familiare. Il fattore chiave della femminilizzazione della povertà è prima di tutto la loro espulsione dal mercato del lavoro e lo smantellamento dello stato sociale causati dalle politiche liberiste e devastanti del nuovo fondamentalismo del libero mercato mondializzato. La prima vera oppressione delle donne sono, dunque, i meccanismi economici e finanziari promossi dalle principali istituzioni della globalizzazione (Fmi, Wto, Banca mondiale) che non sradicano la povertà, anzi l'accentuano, e dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

Esistono, poi, delle discriminazioni che riguardano trasversalmente tutto l'universo femminile e che attengono alla posizione svantaggiata delle donne nel mercato del lavoro, alla loro segregazione in aree e tipi d'impiego dove più basse sono le retribuzioni (tab. 3), a tassi più bassi d'uscita dalla condizione di disoccupate e d'ingresso in quella di occupate, e cosi via. Ma anche questi fenomeni non dovrebbero essere affrontati fuori del contesto economico e sociale che li ha prodotti. Ciò che si è verificato nei paesi dell'ex Unione sovietica dimostra quanto sia importante non sottovalutare l'impatto dei cambiamenti socioeconomici sul mondo femminile. Gli aggiustamenti strutturali avvenuti nel corso della transizione da un'economia di piano ad una di libero mercato hanno causato un forte riflusso femminile di massa e l'avvento di un nuovo rinascimento patriarcale. Nella storia dei movimenti e dell'immaginario femminile dei paesi ex sovietici, la separazione tra sfera pubblica e sfera privata era stata motivo di lotta, opposizione e resistenza contro un sistema di tipo patriarcale feudale che aveva storicamente assegnato alla donna il ruolo della cura della famiglia e della casa, all'interno della sfera domestica, escludendola dall'ambito pubblico, luogo della politica e del lavoro. Dopo la rivoluzione d'Ottobre, questa storica separazione era stata annullata. Tuttavia, con il passaggio dall'era sovietica a quella russa, essa è riemersa con prepotenza. Con altrettanta prepotenza è riemersa la povertà femminile secondo le modalità con cui il capitalismo gestisce la vita lavorativa salariata, la dipendenza economica femminile, ecc.

Afferma Enzo Mingione:

Nella fase storica del capitalismo, caratterizzata da industrializzazione e urbanizzazione, gli sviluppi della separazione tra ambiti produttivi e riproduttivi, tra responsabilità economiche per il sostegno della famiglia e responsabilità di cura dei suoi membri, hanno occultato i termini della povertà femminile. Le donne dipendono da redditi maschili e sono ovviamente povere quando i redditi sono insufficienti, ma si assume che siano anche più protette rispetto ai rischi di derive individualistiche di pauperizzazione per il fatto che a loro sono delegate le responsabilità di cura, soprattutto quelle relative ai figli. Tuttavia, questa divisione di genere, che si è consolidata in modalità culturali diverse e in ambienti diversi, ha in realtà offuscato i termini della povertà femminile.

Nei paesi dell'ex Unione sovietica, la divisione di genere, di cui parla Mingione, ha assunto caratteristiche specifiche collegate alle politiche di aggiustamento strutturale intraprese nel corso della transizione liberista. La chiusura della maggior parte delle imprese statali e la mancanza d'incentivi economici a favore delle industrie per creare nuovi posti di lavoro, hanno condotto all'espulsione di milioni di lavoratori dal mercato del lavoro. L'assenza di una social safety net (rete di protezione sociale) ha creato un esercito di diseredati e miserabili. Coloro che sono rimasti nel mercato del lavoro, pur di non entrare a far parte del pool dei disoccupati, hanno accettato di mantenere il posto di lavoro anche a salario zero. In una tale situazione, dove la maggioranza dei nuovi disoccupati manifesti e nascosti sono donne, dove il salario medio maschile non corrisponde al salario di sussistenza (living wage), la divisione di genere ha prodotto forme estreme di povertà tali per cui le donne risultano essere "le più povere tra i poveri". I meccanismi impietosi dell'economia finanziaria e mondiale applicati nella ex Unione sovietica fanno sì che oggi la moltitudine delle donne di quei paesi non debba preoccuparsi tanto di sfondare il c.d. "soffitto di vetro", quanto di "sfondare" la soglia di povertà.

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Per ritornare alla Kollontaj, va anche detto però che le sue tesi d'avanguardia e anticipatrici presentano alcuni limiti teorici, fra i quali il più importante è quello di aver ridotto la questione femminile a un solo problema, e cioè quello della trasformazione dei modi e dei rapporti di produzione da capitalisti a socialisti. Dopo la rivoluzione d'Ottobre, i teorici del bolscevismo pensavano che la discriminazione della donna si sarebbe facilmente risolta con il suo ingresso nel mondo del lavoro, vale a dire con la sua indipendenza economica. Una gigantesca semplificazione che ha impedito nel corso del tempo un reale confronto sul rapporto tra uomo e donna in Unione sovietica.

Anche dopo l'avvento della società socialista, l'influenza degli stereotipi tradizionali patriarcali riguardo alla natura e al ruolo della donna rimaneva forte: la politica di genere in epoca sovietica aveva certamente registrato un progresso riguardo alla partecipazione delle donne nel mercato del lavoro ma ad esse, di fatto, era piombato sulle spalle un altro lavoro, che si era dimostrato difficile da conciliare con quello domestico e di cura, reso a sua volta faticoso dal disastro degli approvvigionamenti, dalle code infinite davanti ai negozi e dal degrado dei servizi registrato soprattutto a partire dagli anni settanta. Il problema del "doppio carico" e della sua difficile conciliazione aveva rappresentato una costante per la donna sovietica. A tale proposito, i sociologi russi avevano ammesso, già negli anni settanta, che il socialismo in Unione sovietica non era ancora riuscito a dare origine a una "trasformazione radicale della vita domestica".

Poiché nessun avanzamento si era avuto riguardo all'asimmetria di genere nella distribuzione dei compiti domestici e di cura, la donna sovietica si era trovata a dover gestire un doppio fardello. Inoltre, l'ineguale distribuzione delle responsabilità familiari e del lavoro domestico aveva contribuito in maniera evidente a metterla in una condizione di svantaggio anche nel mercato del lavoro. Mentre ancora negli anni novanta venivano propagandate le teorie di Marx, Engels, Lenin e Babeuf sul lavoro professionale della donna, quale condizione indispensabile per una sua totale liberazione e come "unità di misura del progresso sociale" di un paese, nessuno sforzo veniva fatto per costruire una rete efficiente di servizi allo scopo di agevolare la donna nel difficile compito della conciliazione. Nessuno sforzo veniva fatto anche per quanto riguardava l'affermazione di una cultura della parità nel campo della distribuzione dei compiti domestici e delle responsabilità di cura. Poiché gli indicatori d'istruzione e di occupazione femminili erano molto alti, era comune credenza che la donna avesse ottenuto la piena uguaglianza. Particolarmente sentita dalle donne era, invece, la contraddizione tra emancipazione nel mondo del lavoro e ruolo familiare. Il tema della compatibilità tra famiglia e tempi di lavoro rimaneva un nodo difficile da sciogliere.

Inoltre, se il concetto sovietico che dava valore al lavoro femminile, sia come strumento di autoaffermazione sia come dovere sociale per la costruzione dei principi del comunismo, trovava ancora negli anni settanta consenso tra le donne, negli anni successivi esso veniva messo pesantemente in discussione: a causa dell'assenza delle infrastrutture sociali, cui compensava il lavoro della donna, e della mancanza di un'affermazione della cultura di parità nella vita familiare, la struttura occupazionale tendeva sempre più a riprodurre lo stereotipo della "predestinazione femminile", che tendeva a giustificare qualsiasi forma di discriminazione e segregazione di genere: concentrazione della manodopera femminile nei settori e nelle professioni meno retribuite e qualificate, accesso privilegiato per gli uomini ai lavori con mansioni e responsabilità superiori, ecc. Sul piano politico, queste carenze che spingevano in direzione della disparità venivano occultate da un lato con una propaganda che tendeva ad esaltare il lavoro professionale della donna quale condizione indispensabile per una sua totale liberazione, e dall'altro enfatizzando la womanly mission: "per le sorti del paese e del socialismo la forma del lavoro femminile più utile è quella di madre e casalinga". Avevano contribuito ad alimentare questa contraddizione, i tassi di fertilità che dagli anni ottanta cominciavano a registrare cali preoccupanti.

Il clima culturale evidenziava un forte regresso nel percorso di liberazione della donna. Esso faceva parte del grande movimento di rinascita della conservazione nel paese, insieme allo spirito nazionale, al ritorno alle fedi religiose, alla volontà di rendere ideale ed eroica l'età presocialista, il passato feudale. Quest'involuzione si manifestava anche nell'affermazione di stereotipi culturali tesi sempre più a "mascolinizzare" la società e nell'uso sempre più frequente di espressioni sessiste e sessuofobiche. Se il mito della classe operaia al potere era stato una beffa, quello della donna sovietica liberata dall'oppressione maschile lo era stato due volte di più. Alla soglia degli anni novanta, le teorie politiche marxiste di Aleksandra Kollontaj, Klara Zetkin, Ines Armand, Rosa Luxemburg erano state spazzate via definitivamente dalla storia. Lenin aveva prospettato la grandiosa funzione della donna al potere affermando che "ogni cuoca sovietica aveva le capacità di governo dello stato dei Soviet". Ma essa era ritornata a casa, aveva ripiegato striscioni e bandiere, abbandonato gli slogan sull'emancipazione assoluta. Tuttavia, ciò non era da imputare solo alla riscoperta di antichi valori presocialisti, ma anche all'emergere di contraddizioni sempre più profonde ereditate dal vecchio sistema sovietico.

Come afferma Olga Voronina, l'approccio sovietico alle questioni di genere era stato sempre primitivo:

l'approccio della sociologia sovietica alla funzione riproduttiva e familiare della donna si era ridotto in sostanza alla constatazione dei singoli difetti del lavoro in casa e fuori. Gli orientamenti di valore, il problema del lavoro, della famiglia, delle donne e degli uomini, l'idea di una collaborazione socioeconomica e spirituale tra i sessi, l'opinione pubblica relativa al nuovo ruolo della donna, erano tutti problemi finora mai studiati esaurientemente.

Nonostante l'indubbia differenza dei contesti, non è difficile individuare anche nell'ex Urss il riproporsi di alcuni nodi tematici che avevano segnato e segnano ancora la cultura delle donne nei paesi capitalisti occidentali: la contraddizione tra emancipazione e ruolo familiare, che resta aperta sia sul piano dell'identità che su quello dell'organizzazione sociale, il nodo della discriminazione e valorizzazione femminile nel lavoro e nel sociale, la differente collocazione di uomini e donne nella società in termini di potere, riconoscimento e valore.

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Il rapporto tra donna e socialismo nella pratica sovietica chiarisce alcuni aspetti trascurati a lungo dalla teorie femministe di orientamento marxista. Esso merita di essere più largamente conosciuto e studiato, con la consapevolezza che non si ha che fare con l'attuazione delle teorie di Marx e di Engels sulla famiglia, o di alcuni socialisti utopisti come Bebel sulla donna, anche se l'esperimento del Soviet è stato indubbiamente influenzato da quelle teorie classiche almeno per parecchi anni. Esso rappresenta, inoltre, il contributo storico concreto più importante per chi desideri approfondire il nesso tra movimenti di liberazione della donna e socialismo.

I limiti e gli errori riguardo al processo di emancipazione della donna compiuto in Unione sovietica si sono nel tempo moltiplicati in concomitanza con il processo di dissoluzione dell'Unione sovietica, sino a esplodere in tutta la sua virulenza con l'affermarsi di un capitalismo e di un mercato al di fuori di ogni sistema di regole e garanzie. Il regresso attuale della donna postsovietica è forse il segno più evidente della crisi di un'intera società. In un contesto di miseria generale, dove un cittadino su tre vive sotto la soglia di povertà, l'affermazione del principio di uguaglianza è reso impossibile. Le difficoltà economiche e la disoccupazione suggeriscono alle donne dei paesi dell'ex Urss risposte al limite della legalità e dell'accettabilità sociale. In linea con le tendenze più generali che caratterizzano il fenomeno della prostituzione mondiale, si sta affermando anche in queste realtà un mercato possente della prostituzione e della schiavitù sessuale in stretto contatto con il crimine e la corruzione. Un mercato vasto e lucrativo pari al traffico dei narcotici o al contrabbando delle armi.

Amartya Sen, premio Nobel 1998, ha detto:

....il successo della globalizzazione, che ha ridotto drasticamente i poteri dello Stato trasferendoli di fatto alle forze cieche del mercato e alle banche, è da accreditare anche al mercato del corpo femminile.

Oggi, la prostituzione, per molte donne dell'ex Urss, è una vera e propria occupazione. Anche le casalinghe e le studentesse sono disponibili a prendere in considerazione questo tipo di mercato. Accanto alla prostituzione criminale, sotto il controllo delle organizzazioni illegali, alla prostituzione nazionale e a quella esercitata all'estero, che comunque produce un ritorno di valuta straniera, affiora sempre più una prostituzione domestica che serve semplicemente per arrotondare le entrate o per accedere ad alcuni beni di consumo.

Afferma Marina Piazza:

Se la transizione della Russia al libero mercato segna il "passaggio dal consumo senza merci alle merci senza consumo" verrebbe da dire che i corpi femminili fanno eccezione. L'espulsione dal mercato del lavoro e la pressione di una povertà sempre più pesante e con sempre meno prospettive di uscita per le donne, sembra trovare un incastro perverso con un'altra modalità di fuoriuscita dalla miseria, quella della criminalità, grande e piccola, che mette a mercato con profitto ciò che dal mercato è espulso come forza lavoro ma recuperato come merce.

Nella nuova struttura economica capitalistica russa, dove il salario non basta per vivere, la vendita del proprio corpo appare alla donna una delle poche risorse alla sua portata.

da ecn.org/reds/donne

postato da floreana2 | 14:05 | link | commenti (2)
differenza, la memoria storica

venerdì, 20 maggio 2005

APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI CLEMENTINA CANTONI

Di Coordinamento Italiano a sostegno di Rawa, Donne in Nero di Milano, CISDA ­ Coordinamento a sostegno delle donne afghane onlusClementina Cantoni

 

 

 

 

 

 

 

Clementina Cantoni, una giovane cooperante italiana che collabora con Care International è stata rapita la sera del 16 maggio nel centro di Kabul.
Clementina era a Kabul da tre anni, attiva in un progetto a favore delle vedove, migliaia in Afghanistan, un paese attraversato da 25 anni di guerra e in cui per questi lunghi anni l’occupazione è stata garantita quasi esclusivamente dall’economia di guerra, dove il tasso di analfabetismo raggiunge l’87%, dove le donne, usate a pretesto dalla “coalizione contro il terrorismo” di Bush, sono ancora pesantemente discriminate e non godono di alcuna sicurezza né garanzia.
Noi che da anni lavoriamo a fianco di alcune associazioni di donne afghane democratiche e laiche conosciamo molto bene le condizioni di grave insicurezza che vigono nel paese, soprattutto a spese delle donne e dei civili, condizioni che abbiamo potuto verificare anche personalmente nel corso delle recenti delegazioni organizzate a marzo e aprile del 2005.
Le donne delle associazioni afghane che sosteniamo, in questi anni non hanno mai smesso di denunciare, inascoltate, quali fossero le reali condizioni del paese, ben diverse da quelle propagandate dai governi e dai media occidentali, in particolare dai paesi che hanno sostenuto la guerra in Afghanistan.
Il rapimento di Clementina dimostra che l’Afghanistan non è pacificato e che non ci sono i presupposti perché
alcun processo di democratizzazione si realizzi. Infatti:
- il presidente Karzai controlla a malapena il centro di Kabul e molti ministri del suo governo sono signori della guerra fondamentalisti che mantengono il potere anche grazie alle loro milizie private;
- Karzai ha recentemente chiesto ai taleban (compreso il mullah Omar) di riappacificarsi e prendere parte alle prossime elezioni politiche;
- la maggior parte delle province sono controllate sempre da signori della guerra che, a tutti i livelli, impongono le loro regole;
- l’Afghanistan è il primo produttore al mondo di papavero da oppio e questa attività copre l’80% del PIL del paese e serve solo a finanziare i signori della guerra che tengono sotto controllo il territorio con la forza delle armi e delle minacce;
- i signori della guerra, alleati degli USA nella guerra contro i taleban, sono tuttora finanziati e armati dai governi che fanno parte della “coalizione contro il terrorismo”;
- la ricostruzione non è di fatto ancora partita – perché chi ha cacciato i taleban, di fatto, ha interesse soltanto di affermare il proprio controllo politico e militare in quest’area di forte interesse che viene chiamata “grande Medioriente” – la popolazione e i rifugiati continuano a vivere in povere case di fango, prive di acqua e di luce, mentre a Kabul, con i proventi del commercio dell’oppio, sorgono come funghi lussuosi alberghi e centri commerciali;
- la corruzione è un fenomeno dilagante, soprattutto all’interno delle istituzioni afghane;
- il processo di disarmo delle milizie dei signori della guerra da parte del contingente internazionale non è quasi neppure partito, anzi, i diversi signori della guerra sono di volta in volta alleati o avversari della coalizione delle forze occupanti;
- la sharia (legge coranica) è ancora vigente e i diritti delle donne non sono considerati; questo è il più grave fallimento della presunta democratizzazione del paese. Ne sono un esempio la condanna a morte per lapidazione di Amina, una donna del Badakhshan “rea” di adulterio, lo stupro e omicidio di 3 cooperanti afghane nella provincia di Baghlan e l’assassinio di una donna nella città di Pulikhumri.
In vista delle prossime elezioni le donne delle ONG afghane hanno firmato e sottoposto a Karzai un appello affinché mantenga le promesse fatte riguardo alle garanzie minime di sicurezza per le donne afghane; le donne vedono nel burqa ancora una protezione, le bambine hanno paura ad andare a scuola, soprattutto fuori Kabul la situazione è enormemente instabile, nell’ultimo anno centinaia di donne, in particolare nelle province di Herat e di Farah si sono suicidate autoimmolandosi per disperazione.
Chiediamo che ogni sforzo possibile venga messo in atto per la liberazione di Clementina, ma soprattutto che le condizioni minime di sicurezza vengano garantite a tutti i civili afghani, donne uomini e bambini, in questo momento gravemente minacciati dalle condizioni di insicurezza e miseria in cui versa il paese attraverso un processo democratico che sia davvero espressione della partecipazione delle donne e degli uomini afghane/i.

Coordimanento Italiano a sostegno di Rawa
Donne in Nero di Milano
CISDA – Coordinamento Italiano a sostegno delle donne afghane onlus
Giuliana Sgrena (giornalista del Manifesto)
Luisa Morgantini - Presidente della Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo
Donne in Nero
Piero Maestri (consigliere della Provincia di Milano)
Luciano Muhlbauer (consigliere della Regione Lombardia)
Luigia Pasi (segreteria nazionale Sin Cobas)
Nadia de Mond (Marcia Mondiale delle Donne contro le violenze e la povertà)
Lidia Cirillo (Marcia Mondiale delle Donne contro le violenze e la povertà)
Monica Perugini (assessora del Comune di Mantova)
Alessandro Rizzo (Berretti Bianchi di Milano)
Filiberto Boffi (cooperativa Chico Mendes onlus – Milano)
Marco Bersani (Attac Italia)
Sergio Pucciarelli (Sinistra Giovanile - Massa Carrara)
Guerre & Pace
Comitato Bastaguerra – Milano
Sin Cobas
Salaam ragazzi dell’Olivo – Comitato di Milano
Coordinamento Pace di Cinisello Balsamo
Socialpress
Istituto per la cooperazione allo sviluppo (ICS) di Alessandria
Luca Guerra (Consigliere della Provincia di Milano)
Radio Gold di Alessandria
Casa per la Pace (Milano)
LOC (lega obiettori di coscienza)
GAN (gruppo di azione diretta nonviolenta)
Assopace Milano
Pace e dintorni
Centro donna L.I.S.A. (Roma)
Associazione Saraj
Gruppo Pace S. Angelo
Centro Documentazione Rigoberta Menchù (Sondrio)
Associazione Italia Nicaragua (Circolo di Sondrio)
Associazione 100 idee per la pace (Siena)
Associazione Jemanjà (Cologno Monzese)
Rivista Marea
Attac Alessandria
Agenzia per la Pace (Chiavenna)
Confederazione Cobas
Comitato a difesa e sostegno delle donne afghane (Torino)
Deborah Picchi (Comitato sostegno a RAWA, Firenze)
Aldo Agosti (storico dell’Università di Torino)
Marina Cassi (giornalista della Stampa)
Forum delle Donne del Prc
Archivio Femminista del Prc "Rosa Luxemburg"
Elettra Deiana- deputata Prc
Imma Barbarossa- Segreteria Nazionale Prc
Gianni Rocco
Raffaella Chiodo (Sdebitarsi)
Domenico Gallo (magistrato)
ARCI - Milano
Partito della Rifondazione Comunista (Federazione di Milano)
Nerina Benuzzi (Segreteria Camera del Lavoro di Milano)
Antonio Lareno (Segreteria Camera del Lavoro di Milano)
Omar Sayal (Kabul)
Luisa Di Gaetano (DiN Roma)
Alisa Del Re (Dipartimento studi storici e politici – Padova)
Marina Rossi (Lodi)
Ilaria Cavazzutti (Massa Carrara)
Clelia Fort (Milano)
Novella Nardecchia (Roma)
Giovanna Cardarelli (Milano)
Elena Medi (Milano)
Simona Cataldi (L’Aquila)
Janet Anderson (Milano)
Rosa Clelia Magno (Milano)
Claudia Cappelletti (Pavia)
Giovanna Vanelli (Pavia)
Cristina Papeti (Pavia)
Mariella Della Patrona (Pavia)
Manuela Vago (Pavia)
Irene Campari (Pavia)
Fausta Degani (Pavia)
Paola Colatroni (Pavia)
Paola Mosconi (Pavia)
Marta Ghezzi (Pavia)
Daniela Simonetta
Irene Monteverdi
Nera Gavina (Bologna)
Rossella Kohler (Arona)
Assunta Signorelli (Trieste)
Luisa Zanotelli (Rovereto)
Giovanna Rizzoli (Rovereto)
Vittorio Miornadi (Rovereto)
Milena Valli (Sondrio)
Graziella Mascheroni (Como)
Giorgio Ape (Como)
Lucia Zanotti (Cremona)
Francesco Andreoli (Siena)
Giuliano Cervelli (L’Aquila)
Piccoli Mariateresa (L’Aquila)
Piccoli Claudio (L’Aquila)
Santilli Felicia (L’Aquila)
Annalisa Gentile (L’Aquila)
Ester Carnicelli (L’Aquila)
Sara Botti (L’Aquila)
Fabrizio Pompei (L’Aquila)
Marco Francia (L’Aquila)
Matteo Cataldi (L’Aquila)
Andrea Fasciani (L’Aquila)
Lucia Di Giovanni (L’Aquila)
Alessandro Ludovici (L’Aquila)
Vittorio Emiliani (L’Aquila)
Mirko Ciuffetelli (L’Aquila)
Laura Fucetola (L’Aquila)
Fabrizio Giustizieri (L’Aquila)
Davide Petracca (L’Aquila)
Francesco Marrelli (L’Aquila)
Giuliana De Dominicis (L’Aquila)
Carlo Cataldi (L’Aquila)
Valeria Cataldi (L’Aquila)
Enrico Perilli (L’Aquila)
Giordano Valente (L’Aquila)
Paolo Fasciani (L’Aquila)
Laura Cataldi (L’Aquila)
Carlo Nannicola (L’Aquila)
Gianni Rocco

da ecn.org




postato da floreana2 | 15:21 | link | commenti (3)
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