|
venerdì, 30 settembre 2005 UZBEKISTAN: ELENA URLAEVA, ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI, DETENUTA IN OSPEDALE PSICHIATRICO IL GOVERNO VUOLE METTERE A TACERE LA VERITA' SUL MASSACRO DI ANDIJAN DEL 13 MAGGIO SCORSO, IN CUI SONO MORTI CENTINAIA DI CIVILI
Tornano in auge le antiche tattiche di repressione dell'era sovietica: le autorità uzbeche hanno ordinato la detenzione in ospedale psichiatrico dell'attivista per i diritti umani Elena Urlaeva, arrestata il 27 agosto con l'accusa di "dissacrare i simboli dello stato". Secondo l'accusa, Elena avrebbe diffuso un volantino in cui si mettono in ridicolo le divise dell'esercito. La struttura psichiatrica dovrebbe valutare se l'accusata è in grado di sostenere un processo. da ecn.org postato da floreana2 | 18:29 | link | commenti (3) giovedì, 29 settembre 2005 Verità e giustizia per Calipari di Sandro Ruotolo
Quello che state per leggere e’ un appello preparato dal coordinamento nazionale antimafia - Associazione di Impegno Civile “Riferimenti” fondata nel 1995 da Antonino Caponnetto. E’ un “movimento” che da anni si batte per la legalita’ fondato in Calabria dai familiari di alcune vittime della criminalita’ organizzata come Ambrosoli, Impastato, Scopelliti, Musella. E in Calabria era nato Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso da “fuoco amico” a Bagdad mentre riportava a casa la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena, liberata dai terroristi iracheni. E’ un appello semplice, che puo’ essere e deve essere sottoscritto da tutti gli italiani. Non e’ di parte. Chiede al Presidente Ciampi di far rispettare e custodire la memoria come valore. Ricorda che il sacrificio di Nicola Calipari “pone questioni di responsabilita’ e insinua il dubbio che cio’ che e’ avvenuto avrebbe potuto svolgersi diversamente”. Ecco perche’ Articolo 21 si fa promotore di questo appello che invita tutti a tenere accesi i riflettori e dunque si rivolge anche a noi che operiamo nei media. Sappiamo che c’e’ il tentativo da parte delle autorita’ americane di affossare l’inchiesta, sappiamo anche che le indagini della magistratura italiana rischiano di essere vanificate dal muro di silenzio, dall’assenza di collaborazione con gli Stati Uniti. Non e’ solo la famiglia Calipari a chiedere verità e giustizia. La morte di Nicola Calipari riguarda tutti noi. _________________________________________________________________________________________ Appello rivolto al Presidente Ciampi: Sappiamo bene e la storia ce lo insegna, che la memoria individuale entra spesso in conflitto con la gestione pubblica della memoria collettiva . La memoria , infatti, può risultare talvolta un ingombro perché non adeguata ai propri fini e spesso si tenta di annullarla o di renderla inesatta e selettiva, nell’illusione di rimuoverla in quanto si temono i suoi contenuti sovversivi. Chiediamo al Presidente della Repubblica ,nella cui persona riponiamo la nostra fiducia,di rendersi interprete di questa istanza e garante, come dell’unità, anche della dignità della Nazione. La società civile,gli studenti, il mondo della cultura,dello spettacolo e dello sport, i rappresentanti delle Istituzioni e della politica, i media, a non spegnere i riflettori sul caso Calipari e ad unirsi a noi nella sottoscrizione e diffusione di questo appello. Tra i primi firmatari:Umberto e Anna Lori Ambrosoli, Elisabetta Baldi Caponnetto, Giovanni Impastato, Enzo Biagi, Michele Santoro, Giulietto Chiesa, Lilly Gruber, Gad Lerner, Loris Mazzetti, Antonio di Bella, Sandro Curzi, Roberto Morrione, Carlo Freccero, Adriana Musella, Dario Fo, Carlo Rognoni, Salvatore Calleri, Alfredo Galasso, Paolo Serventi Longhi, Guido Ruotolo, Sandro Ruotolo, Carlo Lucarelli, Francesco La Licata, Maurizio Tropeano, Massimo Del Papa, Giuseppe Giulietti, Tommaso Fulfaro, Federico Orlando, Gianni Rossi, Giorgio Santelli, Stefano Corradino, Nino Rizzo Nervo, Vauro Senesi, Piero Marrazzo, David Sassoli, Simona Pari, Simona Torretta, Alfonso Andria, Vincenzo Vasile, Paolo Ruffini, Adriano Catani Sottoscrivi anche tu l'appello compilando il format da articolo21.info postato da floreana2 | 15:44 | link | commenti (3) mercoledì, 28 settembre 2005
Virilità ed effeminatezza: i due volti della comunità storica degli uomini di Lea Melandri
Frida Khalo "L'omofobia è qualcosa di più del timore irrazionale dell'omosessualità, più della paura di essere considerati gay… trae origine dal timore che altri uomini possano smascherarci, mettere in discussione la nostra maschilità…scoprire che la separazione dalla madre non è ancora del tutto compiuta." (Michael S.Kimmel, Maschilità e omofobia, in Tra i generi, Guerini 2002). L'esclusione della donna dalla vita pubblica non ha impedito che vi restasse doppiamente implicata: per gli effetti del dominio che la comunità storica degli uomini si è arrogata sul suo corpo e per quelle tracce di "effeminatezza" che l'età virile eredita, suo malgrado, dalla parziale identificazione originaria di ogni figlio con la madre, e dalle cure che riceve da lei. Nel momento in cui si definiscono la figure del maschile e del femminile, sulla base delle opposizioni note con cui sono arrivate fino a noi -materia/spirito, biologia/storia, debolezza /forza, ecc.- si può pensare che la donna sia già lontana, confinata nell'interno delle case, e che a interagire nei vincoli, nelle norme, nei linguaggi che gli uomini vanno costruendo tra loro, sia rimasta soltanto la sua ombra. E'in questa posizione ambigua, di presenza e assenza, che la femminilità si carica di significati e valenze contraddittorie, diventando agli occhi dell'altro sesso perdizione e salvezza, mistero e verità, morte e rigenerazione. Inscindibile dall'infanzia di ogni essere umano, su di essa finiscono per convergere quei tratti, amati e odiati, da cui il maschio ha creduto di poter prendere distanza: la tenerezza, ma anche l'umiliazione e la dipendenza, la garanzia della crescita e, al medesimo tempo, il rischio di rimanere per sempre bambino. Le due donne che si presentano al bivio dove un Ercole adolescente è chiamato a decidere del suo futuro, benché messaggere di destini opposti - la mollezza dei piaceri del corpo e la virtù del cittadino guerriero-, sono in realtà una persona sola, divisa tra la possibilità di scomparire per lasciar vivere il frutto del suo sacrificio, o di restargli a fianco, tentazione permanente e ostacolo al suo impegno civile. Il fascino del mito mai tramontato che racconta il difficile, incerto passaggio dell'uomo-figlio dall'abbraccio caldo e minaccioso della madre amante alla comunità di padri e fratelli, trova in età moderna un'appassionata argomentazione nella lettera che il giovane filosofo goriziano, Carlo Michelstaedter, scrive alla madre il 10 settembre 1910, un mese prima di suicidarsi: Lo sguardo impietoso, giudicante, con cui un uomo spia dietro la maschera virile del suo simile il rimpianto di antichi piaceri e abbandoni, si va a collocare su una linea di continuità con l'occhio di chi, a sua volta, si volge preoccupato verso il retroterra della sua età adulta, sperando di non trovarvi, immutata, l'offerta di cure di cui ha già conosciuto i benefici. A segnare il traguardo di una raggiunta differenziazione e autonomia rispetto alla condizione infantile di "piccola cosa bisognosa di tutto", l'uomo chiama paradossalmente la persona che lo ha avuto, confuso e indistinto, dentro di sé e poi in sua balìa, e che ora per risparmiargli debolezze e umiliazioni, dovrebbe accorparsi in qualche modo a lui, muovere i suoi passi nel mondo per suo tramite. La minaccia alla virilità non viene genericamente da un femminile riconosciuto diverso dal punto di vista biologico e come tale carico di enigmi, e forse non è neppure la conseguenza inevitabile dei segni che lascia l'appartenenza intima all'altro sesso nella fase prenatale. Il gesto monotono e ripetitivo della "cura", in cui si vanno a sovrapporre in modo inquietante il gioco della bambina con la bambola, il lavoro dell'infermiera e della bambinaia, è quello che la storia ha ritenuto fin dai primordi connaturato al femminile, così come "naturale" è sembrata la rinuncia della donna a porsi come individualità. Carlo Michelstaedter, fanciullo profeta della lunga notte che ha tenuto gli umani in una infantile reciproca dipendenza, giungerà a "gridare" per la prima volta la sua voce di "uomo libero", non a tutti gli uomini come avrebbe voluto, ma indirettamente, a una "commissione di professori". Quasi del tutto assente dal suo unico libro, La persuasione e la retorica , tesi di laurea incentrata su un'idea di libertà "assoluta", sciolta da legami e nostalgie di infanzia, l'ombra di figure femminili calde e protettive occupa invece interamente l'Epistolario, lettere spedite da lontano ai famigliari, nel disperato tentativo di cancellare distanze e separazioni. Ad avvicinare Carlo Michelstaedter e Otto Weininger, l'autore di Sesso e carattere, pubblicato a Vienna nel 1903, è apparentemente solo il destino tragico di giovani suicidi e di pensatori estremi, indotti a esplorare zone di frontiera dell'esperienza umana dall'assolutizzazione di una frattura antica tra corpo e mente, femminile e maschile, abbandoni sensuali e perfezionamento dello spirito. Ma dovrebbe far pensare il fatto che due figure così drammatiche della maschilità, oltre che della cultura occidentale nelle sue radici classiche e cristiane, si vadano a collocare in quell'inizio di secolo, il '900, che già segnalava una presenza diversa, consapevole e combattiva, delle donne nella vita pubblica, come se il minaccioso corpo della madre, prima di eclissarsi dietro l'insegna di donne emancipate, volesse lanciare i suoi ultimi bagliori. Quando riemerge sulla scena pubblica con tutta la sua carica di potenza carnale generatrice e di estasi erotica, attraverso gli scritti che negli anni '30 esaltano la mistica della guerra, la femminilità è già parte integrante, assunta ora in modo esplicito, del rapporto tra uomini. L'omofobia, da potente dispositivo di paura e difesa rispetto a possibili cedimenti "femminili", si rivela, per un altro verso, come la più efficace copertura della convivenza e dei compromessi che il maschile e femminile hanno trovato all'interno di una società di simili, in quanto volti opposti e complementari dello stesso sesso. Anche se mette a repentaglio le costruzioni millenarie della civiltà e minaccia oggi la sopravvivenza stessa della specie, la guerra non ha mai smesso di essere pensata come un ritorno "alle leggi semplici e brutali della natura", a una maschilità guerriera tanto più virile quanto più fa proprie quelle passioni, gioie e patimenti del corpo che a malincuore ha creduto di dover consegnare alle donne e alla sua memoria di bambino. La stessa società che, come scrive Virginia Woolf nelle Tre ghinee, congiura a trasformare il "fratello privato" in un " maschio mostruoso, dalla voce prepotente e dal pugno duro", non ha mai smesso di accogliere, tollerare e per certi aspetti incentivare quel sottobosco di "non- uomini" -fanciulli, donne, schiavi, omosessuali, prigionieri, migranti- contro cui riaffermare i propri paradigmi di vigore fisico e morale. L'Occidente, come Ercole, mitico eroe della "fatica" guerriera civilizzatrice, fondatrice di città, si accanisce ormai da secoli contro popoli e culture che considera "altro" da sé, forze della pura naturalità, effeminate o ipervirili, incapaci di un sano, civile ordine democratico. Mai, come nelle guerre che oggi si definiscono "preventive" e "umanitarie", secondo un'astratta contrapposizione di Bene e Male, civiltà e barbarie, è stata così chiara la parentela tra femminilità, omosessualità e razzismo, tra i richiami al sesso che è stato escluso dal patto sociale e il trasferimento immaginario che una comunità storica di soli uomini ne ha fatto, per cementare legami al proprio interno. In America e nei paesi dell'Unione europea si discute ormai apertamente di matrimoni gay; nelle capitali del mondo le manifestazioni-spettacolo dell'Orgoglio omosessuale sfidano l'opposizione dei governi conservatori e delle chiese. Eppure rimane il sospetto che, dietro la maggiore tolleranza riservata ai corpi, alla sessualità, alla differenza tra i sessi e alle molteplici forme dell'amore, si nasconda la segreta pacificazione di una maschilità che può spostare sull'anomalo, sul diverso divenuto visibile, esperienze, interrogativi, passioni, difficili da riconoscere in se stessa.
da universitadelledonne.it postato da floreana2 | 17:42 | link | commenti (2) |