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venerdì, 30 settembre 2005

UZBEKISTAN: ELENA URLAEVA, ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI, DETENUTA IN OSPEDALE PSICHIATRICO

IL GOVERNO VUOLE METTERE A TACERE LA VERITA' SUL MASSACRO DI ANDIJAN DEL 13 MAGGIO SCORSO, IN CUI SONO MORTI CENTINAIA DI CIVILI


Tornano in auge le antiche tattiche di repressione dell'era sovietica: le autorità uzbeche hanno ordinato la detenzione in ospedale psichiatrico dell'attivista per i diritti umani Elena Urlaeva, arrestata il 27 agosto con l'accusa di "dissacrare i simboli dello stato". Secondo l'accusa, Elena avrebbe diffuso un volantino in cui si mettono in ridicolo le divise dell'esercito. La struttura psichiatrica dovrebbe valutare se l'accusata è in grado di sostenere un processo.
"Questo è un caso oltraggioso di detenzione politica immotivata" ha dichiarato Holly Cartner, direttore esecutivo di HRW per l'Europa e l'Asia."E' spaventoso constatare il ritorno a pratiche di governo che etichettano la gente come clinicamente pazza perché è critica contro il governo".
HRW sostiene che la persecuzione da parte del governo contro Urlaeva è direttamente legata al suo lavoro per i diritti umani.
Le autorità uzbeche avevano messo Urlaeva agli arresti domiciliari il 17 maggio scorso, per impedire che partecipasse a una manifestazione di protesta contro il massacro perpetrato dal governo ad Andijan, che aveva causato centinaia di morti tra i civili, quattro giorni prima. Il 13 luglio, funzionari di polizia hanno fatto irruzione a casa di Urlaeva e l'hanno minacciata con un fucile.
HRW ha chiesto al governo Uzbeco di rilasciare immediatamente Urlaeva e di lasciar cadere le accuse a suo carico, o di garantirle un processo equo.
"Il governo vuole mettere a tacere la verità su quanto è accaduto ad Andijan il 13 maggio", ha dichiarato Cartner. "Adesso ha persino resuscitato l'uso di rinchiudere gli eminenti oppositori del regime in ospedale psichiatrico".
Nei mesi successivi al massacro di Andijan, le forze di sicurezza uzbeche hanno arrestato, picchiato e minacciato dozzine di difensori dei diritti umani di attivisti politici, costringendone molti ad abbandonare il loro impegno per i diritti. Molti attivisti sono fuggiti dal Paese dopo il 13 maggio, temendo per la propria incolumità.
Questa non è la prima volta che le autorità usano la detenzione psichiatrica contro Urlaeva. Il 6 aprile del 2001 Urlaeva è stata arrestata e rinchiusa in ospedale psichiatrico; stava lavorando a difesa delle persone private delle proprie case dalle autorità cittadine. Governi stranieri e organizzazioni per i diritti umani hanno deplorato questa misura come un evidente esempio di vendetta governativa contro una portavoce a difesa di diritti negati.
Dopo due mesi di pesanti pressioni internazionali, Urlaeva è stata autorizzata a tornare a casa. Ma le persecuzioni sono continuate. Il 5 giugno del 2002 un tribunale di Tashkent ha emesso l'ordine di sottoporre nuovamente Urlaeva a trattamento psichiatrico. La sentenza non è stata eseguita, tuttavia, fino al 27 agosto 2002, quando Urlaeva ha partecipato a una protesta davanti al ministero della Giustizia. Il giorno dopo lei è stata forzatamente confinata nell'ospedale psichiatrico di Tashkent. Urlaeva è stata rilasciata alla fine del dicembre 2002.
HRW ha documentato altre occasioni in cui il govwerno uzbeco ha arbitrariamente detenuto difensori dei diritti umani in detenzione psichiatrica. Nel marzo 2005, Larissa Konakova, che aveva assistito vittime di abusi governativi, è stata obbligata a sottoporsi ad esami psichiatrici. Il tribunale non ha tenuto conto di una diagnosi dell'ospedale, chiesta da una corte precedente, che affermava che la paziente non aveva bisogno di alcun trattamento.. Temendo una lunga reclusione nell'istituzione psichiatrica, Konaklova ha abbandonato il paese. Nel novembre 2004, l'attivista uzbeca per i diritti umani Lydia Volkobraun è stata costretta a sottoporsi a esami psichiatrici; è stata rilasciata dopo due settimane di detenzione.
La detenzione psichiatrica di chi critica il governo, un'eredità dell'era di Stalin, è una pratica che sta ricomparendo negli stati più repressivi dell'ex Unione Sovietica. Ha lo scopo specifico di sopprimere ogni genere di dissenso, di mettere a tacere ogni voce critica.
In Turkmenistan, per esempio, Gurbandurdy Durdykuliev è stato forzatamente confinato in una istituzione psichiatrica nel febbraio del 2004, dopo aver scritto una lettera al Presidente Saparmurat Niyazov e al governatore della provincia balcanica chiedendo loro di autorizzare una manifestazione pacifica di due giorni "per esprimere disaccordo con le politiche del Presidente e di altri alti esponenti del governo e per chiedere loro di rettificare alcuni difetti a tempo debito".
Nella sua lettera, Durdykuliev ha chiesto alle autorità "di trattenersi dall'uso della forza contro i manifestanti". Un mese dopo aver inviato la lettera, Durdykuliev è stato tratto in custodia e affidato ad un ospedale psichiatrico nella città di Balkanabad. Più tardi le autorità lo hanno trasferito in un ospedale nel distretto di Garashsyzlyk, dall'altra parte del paese, rendendo difficile alla moglie visitarlo. Durdykuliev resta tuttora in quell'ospedale e pare versi in cattivo stato di salute.
"Il riemergere di politiche retrograde come il recludere dissidenti in istituzioni psichiatriche deve mettere in allarme la comunità internazionale: i governi dell'Uzbechistan e del Turkmenistan hanno oltrepassato i limiti", ha dichiarato Cartner.

da ecn.org

postato da floreana2 | 18:29 | link | commenti (3)
politica, differenza

giovedì, 29 settembre 2005

 Verità e giustizia per Calipari

di Sandro Ruotolo

Quello che state per leggere e’ un appello preparato dal coordinamento nazionale antimafia - Associazione di Impegno Civile “Riferimentifondata nel 1995 da Antonino Caponnetto. E’ un “movimento”  che da anni si batte per la legalita’ fondato in Calabria dai familiari di alcune vittime della criminalita’ organizzata come Ambrosoli, Impastato, Scopelliti, Musella.  E in Calabria era nato Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso da “fuoco amico” a Bagdad mentre riportava a casa la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena, liberata dai terroristi iracheni.

E’ un appello semplice, che puo’ essere e deve essere sottoscritto da tutti gli italiani. Non e’ di parte. Chiede al Presidente Ciampi di far rispettare e custodire la memoria come valore. Ricorda che il sacrificio di Nicola Calipari “pone questioni di responsabilita’ e insinua il dubbio che cio’ che e’ avvenuto avrebbe potuto svolgersi diversamente”. Ecco perche’ Articolo 21 si fa promotore di questo appello che invita tutti a tenere accesi i riflettori e dunque si rivolge anche a noi che operiamo nei media. Sappiamo che c’e’ il tentativo da parte delle autorita’ americane di affossare l’inchiesta, sappiamo anche che le indagini della magistratura italiana rischiano di essere vanificate dal muro di silenzio, dall’assenza di collaborazione con gli Stati Uniti. Non e’ solo la famiglia Calipari a chiedere verità e giustizia. La morte di Nicola Calipari riguarda tutti noi.

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Appello rivolto al Presidente Ciampi:

Sappiamo bene e la storia ce lo insegna, che la memoria individuale entra spesso in conflitto con la gestione pubblica della memoria collettiva .                                                                                                

La memoria , infatti, può risultare talvolta un ingombro perché non adeguata ai propri fini e spesso si tenta di annullarla o di renderla inesatta e selettiva, nell’illusione di rimuoverla in quanto si temono i suoi contenuti sovversivi.                                               
Ricordare è doloroso,talvolta scomodo, ma è importante  rispettare e custodire la memoria come valore,in quanto chiave d’interpretazione dei processi umani.
Il ricordo del sacrificio di Nicola Calipari pone questioni di responsabilità e insinua il dubbio che ciò che è avvenuto avrebbe potuto anche svolgersi diversamente.
Non dimenticare è l’impertivo etico che ci si pone,perché,quali cittadini italiani,siamo tutti parte lesa e abbiamo, quindi, il diritto di pretendere verità e giustizia per quella morte assurda.

Chiediamo al Presidente della Repubblica ,nella cui persona riponiamo la nostra fiducia,di rendersi interprete di questa istanza e garante, come dell’unità, anche della dignità della Nazione.
Invitiamo

La società civile,gli studenti, il mondo della cultura,dello spettacolo e dello sport, i rappresentanti delle Istituzioni e della politica, i media, a non spegnere i riflettori sul caso Calipari e ad unirsi a noi nella sottoscrizione e diffusione di questo appello.

Tra i primi firmatari:Umberto e Anna Lori Ambrosoli, Elisabetta Baldi Caponnetto, Giovanni Impastato, Enzo Biagi, Michele Santoro, Giulietto Chiesa, Lilly Gruber, Gad Lerner, Loris Mazzetti, Antonio di Bella, Sandro Curzi, Roberto Morrione, Carlo Freccero, Adriana Musella, Dario Fo, Carlo Rognoni, Salvatore Calleri, Alfredo Galasso, Paolo Serventi Longhi, Guido Ruotolo, Sandro Ruotolo, Carlo Lucarelli, Francesco La Licata, Maurizio Tropeano, Massimo Del Papa, Giuseppe Giulietti, Tommaso Fulfaro, Federico Orlando, Gianni Rossi, Giorgio Santelli, Stefano Corradino, Nino Rizzo Nervo, Vauro Senesi, Piero Marrazzo, David Sassoli, Simona Pari, Simona Torretta, Alfonso Andria, Vincenzo Vasile, Paolo Ruffini, Adriano Catani

Sottoscrivi anche tu l'appello compilando il format

da articolo21.info

postato da floreana2 | 15:44 | link | commenti (3)
politica, la memoria storica, cultura eventi poesia

mercoledì, 28 settembre 2005


  Maschilità bifronte

Virilità ed effeminatezza: i due volti della comunità storica degli uomini

di Lea Melandri

Frida Khalo

"L'omofobia è qualcosa di più del timore irrazionale dell'omosessualità, più della paura di essere considerati gay… trae origine dal timore che altri uomini possano smascherarci, mettere in discussione la nostra maschilità…scoprire che la separazione dalla madre non è ancora del tutto compiuta." (Michael S.Kimmel, Maschilità e omofobia, in Tra i generi, Guerini 2002).

L'esclusione della donna dalla vita pubblica non ha impedito che vi restasse doppiamente implicata: per gli effetti del dominio che la comunità storica degli uomini si è arrogata sul suo corpo e per quelle tracce di "effeminatezza" che l'età virile eredita, suo malgrado, dalla parziale identificazione originaria di ogni figlio con la madre, e dalle cure che riceve da lei. Nel momento in cui si definiscono la figure del maschile e del femminile, sulla base delle opposizioni note con cui sono arrivate fino a noi -materia/spirito, biologia/storia, debolezza /forza, ecc.- si può pensare che la donna sia già lontana, confinata nell'interno delle case, e che a interagire nei vincoli, nelle norme, nei linguaggi che gli uomini vanno costruendo tra loro, sia rimasta soltanto la sua ombra. E'in questa posizione ambigua, di presenza e assenza, che la femminilità si carica di significati e valenze contraddittorie, diventando agli occhi dell'altro sesso perdizione e salvezza, mistero e verità, morte e rigenerazione. Inscindibile dall'infanzia di ogni essere umano, su di essa finiscono per convergere quei tratti, amati e odiati, da cui il maschio ha creduto di poter prendere distanza: la tenerezza, ma anche l'umiliazione e la dipendenza, la garanzia della crescita e, al medesimo tempo, il rischio di rimanere per sempre bambino.

Le due donne che si presentano al bivio dove un Ercole adolescente è chiamato a decidere del suo futuro, benché messaggere di destini opposti - la mollezza dei piaceri del corpo e la virtù del cittadino guerriero-, sono in realtà una persona sola, divisa tra la possibilità di scomparire per lasciar vivere il frutto del suo sacrificio, o di restargli a fianco, tentazione permanente e ostacolo al suo impegno civile. Il fascino del mito mai tramontato che racconta il difficile, incerto passaggio dell'uomo-figlio dall'abbraccio caldo e minaccioso della madre amante alla comunità di padri e fratelli, trova in età moderna un'appassionata argomentazione nella lettera che il giovane filosofo goriziano, Carlo Michelstaedter, scrive alla madre il 10 settembre 1910, un mese prima di suicidarsi:
"Quando tu mi coprivi se avevo freddo, mi nutrivi se avevo fame, mi confortavi quando piangevo…dimmi, allora, facevi questo come una bambina fa con la sua bambola, come un'infermiera o una bambinaia, che lo fa come lavoro quotidiano di tutta la sua vita, o lo facevi come la mia mamma e mi nutrivi e mi riparavi e mi curavi perché ti crescessi forte e sano, perché nella piccola, tenera, stupida cosa bisognosa di tutto tu sognavi l'uomo forte, sicuro di sé di fronte a ogni cosa…tu non mi curavi per potermi curare ancora in futuro, non mi curavi con la speranza ch'io ti rimanessi eternamente fragile e impotente oggetto di cure…ora io potrò camminare sulle mie gambe, ora tu avrai i frutti del tuo lungo soffrire; ora non amerai più in me il futuro incerto da curare e assicurare con la tua pena, ma il presente vivo per se stesso. Pensa mamma alla tristezza, se stanco e sfiduciato, adattato alla qualunque convenienza, col sorriso amaro e la sigaretta sulle labbra io ti chiedessi il rifugio delle cure e delle carezze che mi davi quand'ero bambino…" (C.Michelstaedter, Epistolario, Adelphi 1983)

Lo sguardo impietoso, giudicante, con cui un uomo spia dietro la maschera virile del suo simile il rimpianto di antichi piaceri e abbandoni, si va a collocare su una linea di continuità con l'occhio di chi, a sua volta, si volge preoccupato verso il retroterra della sua età adulta, sperando di non trovarvi, immutata, l'offerta di cure di cui ha già conosciuto i benefici. A segnare il traguardo di una raggiunta differenziazione e autonomia rispetto alla condizione infantile di "piccola cosa bisognosa di tutto", l'uomo chiama paradossalmente la persona che lo ha avuto, confuso e indistinto, dentro di sé e poi in sua balìa, e che ora per risparmiargli debolezze e umiliazioni, dovrebbe accorparsi in qualche modo a lui, muovere i suoi passi nel mondo per suo tramite.

La minaccia alla virilità non viene genericamente da un femminile riconosciuto diverso dal punto di vista biologico e come tale carico di enigmi, e forse non è neppure la conseguenza inevitabile dei segni che lascia l'appartenenza intima all'altro sesso nella fase prenatale. Il gesto monotono e ripetitivo della "cura", in cui si vanno a sovrapporre in modo inquietante il gioco della bambina con la bambola, il lavoro dell'infermiera e della bambinaia, è quello che la storia ha ritenuto fin dai primordi connaturato al femminile, così come "naturale" è sembrata la rinuncia della donna a porsi come individualità. Carlo Michelstaedter, fanciullo profeta della lunga notte che ha tenuto gli umani in una infantile reciproca dipendenza, giungerà a "gridare" per la prima volta la sua voce di "uomo libero", non a tutti gli uomini come avrebbe voluto, ma indirettamente, a una "commissione di professori". Quasi del tutto assente dal suo unico libro, La persuasione e la retorica , tesi di laurea incentrata su un'idea di libertà "assoluta", sciolta da legami e nostalgie di infanzia, l'ombra di figure femminili calde e protettive occupa invece interamente l'Epistolario, lettere spedite da lontano ai famigliari, nel disperato tentativo di cancellare distanze e separazioni.
Il dissidio mortale tra la tenerezza del figlio, che rimanda perennemente la sua "uscita alla vita", e l'imperativo che chiama a una virilità forte, imperturbabile, si tradurrà, negli stessi anni, nella teorizzazione di più ampio respiro di Otto Weininger, improntata a toni opposti di profonda misoginia e di odio razzista nei confronti della donna, considerata nella sua "essenza" materia che genera e sessualità, vita inferiore alogica e amorale, che insidia l'uomo dall'interno, perché ne rappresenta la colpa e la caduta, mentre contamina, allo stesso modo, popoli "effeminati", come gli ebrei e gli arabi.

Ad avvicinare Carlo Michelstaedter e Otto Weininger, l'autore di Sesso e carattere, pubblicato a Vienna nel 1903, è apparentemente solo il destino tragico di giovani suicidi e di pensatori estremi, indotti a esplorare zone di frontiera dell'esperienza umana dall'assolutizzazione di una frattura antica tra corpo e mente, femminile e maschile, abbandoni sensuali e perfezionamento dello spirito. Ma dovrebbe far pensare il fatto che due figure così drammatiche della maschilità, oltre che della cultura occidentale nelle sue radici classiche e cristiane, si vadano a collocare in quell'inizio di secolo, il '900, che già segnalava una presenza diversa, consapevole e combattiva, delle donne nella vita pubblica, come se il minaccioso corpo della madre, prima di eclissarsi dietro l'insegna di donne emancipate, volesse lanciare i suoi ultimi bagliori.

Quando riemerge sulla scena pubblica con tutta la sua carica di potenza carnale generatrice e di estasi erotica, attraverso gli scritti che negli anni '30 esaltano la mistica della guerra, la femminilità è già parte integrante, assunta ora in modo esplicito, del rapporto tra uomini. L'omofobia, da potente dispositivo di paura e difesa rispetto a possibili cedimenti "femminili", si rivela, per un altro verso, come la più efficace copertura della convivenza e dei compromessi che il maschile e femminile hanno trovato all'interno di una società di simili, in quanto volti opposti e complementari dello stesso sesso.
"Quinton considera la guerra come lo stato naturale dei maschi. Essa dà loro la forza morale che la maternità dà alle donne…Il contatto col nemico è un contatto con l'amore. Le prime linee a riposo sono donne che dormono. Quest'atmosfera ispira al maschio il senso dell'infinito. Egli comprende che è fatto per essere sacrificato. La tentazione di morire si impadronisce di lui come si impadronisce della femmina la tentazione di partorire." ( Roger Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro 1990).

Anche se mette a repentaglio le costruzioni millenarie della civiltà e minaccia oggi la sopravvivenza stessa della specie, la guerra non ha mai smesso di essere pensata come un ritorno "alle leggi semplici e brutali della natura", a una maschilità guerriera tanto più virile quanto più fa proprie quelle passioni, gioie e patimenti del corpo che a malincuore ha creduto di dover consegnare alle donne e alla sua memoria di bambino. La stessa società che, come scrive Virginia Woolf nelle Tre ghinee, congiura a trasformare il "fratello privato" in un " maschio mostruoso, dalla voce prepotente e dal pugno duro", non ha mai smesso di accogliere, tollerare e per certi aspetti incentivare quel sottobosco di "non- uomini" -fanciulli, donne, schiavi, omosessuali, prigionieri, migranti- contro cui riaffermare i propri paradigmi di vigore fisico e morale. L'Occidente, come Ercole, mitico eroe della "fatica" guerriera civilizzatrice, fondatrice di città, si accanisce ormai da secoli contro popoli e culture che considera "altro" da sé, forze della pura naturalità, effeminate o ipervirili, incapaci di un sano, civile ordine democratico. Mai, come nelle guerre che oggi si definiscono "preventive" e "umanitarie", secondo un'astratta contrapposizione di Bene e Male, civiltà e barbarie, è stata così chiara la parentela tra femminilità, omosessualità e razzismo, tra i richiami al sesso che è stato escluso dal patto sociale e il trasferimento immaginario che una comunità storica di soli uomini ne ha fatto, per cementare legami al proprio interno.

In America e nei paesi dell'Unione europea si discute ormai apertamente di matrimoni gay; nelle capitali del mondo le manifestazioni-spettacolo dell'Orgoglio omosessuale sfidano l'opposizione dei governi conservatori e delle chiese. Eppure rimane il sospetto che, dietro la maggiore tolleranza riservata ai corpi, alla sessualità, alla differenza tra i sessi e alle molteplici forme dell'amore, si nasconda la segreta pacificazione di una maschilità che può spostare sull'anomalo, sul diverso divenuto visibile, esperienze, interrogativi, passioni, difficili da riconoscere in se stessa.

da universitadelledonne.it


postato da floreana2 | 17:42 | link | commenti (2)
politica, miti, differenza