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lunedì, 31 ottobre 2005

Morte per dote

In India ogni anno centinaia di spose rischiano la vita

di Raffaella Rogora

L’assurdità del fenomeno delle morti per dote è stata inghiottita dal silenzio. Eppure proprio ora che state leggendo, con buona probabilità, una donna indiana sta morendo per mano del suo non troppo caro marito.
Nel continente indiano, sono parecchie le donne tra i 18 e i 26 anni che vengono uccise dallo sposo perché la loro dote non si rivela abbastanza redditizia. Mentre le ragazze sono ai fornelli, prese a cucinare, vengono cosparse di kerosene e fatte bruciare come fossero streghe. Assurdità? Però succede, anche ora che non se ne parla quasi più. Si tratta di un fenomeno che si è consolidato nel silenzio e nell’impunità, anche se il codice penale indiano classifica la morte per dote come reato. Con una legge del 1961 infatti, la  giurisprudenza ha vietato l’antica usanza della dote, ma questa norma, oltre ad essere sotterrata da strati di polvere, non viene nemmeno troppo presa in considerazione e nella vita pratica la dote al momento del matrimonio continua a essere parte di una tradizione ben radicata. Ciò che si è mutato negli anni, sono invece le pretese e l’avidità dei mariti. Un tempo la dote era un’usanza, un dono fatto di oro, argento, gioielli, che la madre passava alla figlia al momento del matrimonio e che nessun uomo, senza il consenso della sposa, avrebbe potuto toccare. Rappresentava una sorta di garanzia per la giovane donna che, al momento del matrimonio, doveva lasciare la sua famiglia d’origine per entrare in quella del marito. Oggi però le cose non sono più quelle di una volta e dell’antica tradizione indiana della dote non restano che poche briciole.
Un vero business. La dote è diventata un machiavellico sistema con cui qualche marito tenta di arricchirsi. Comincia col chiedere un ventilatore, poi il frigorifero, poi la radio, la tv, l’automobile e avanti così, fino quando la moglie è letteralmente strangolata dall’ingordigia senza limiti del marito o della suocera, che spesso è complice del figlio e lo istiga: se non altro perché diventando più ricco lui, lo diventa anche lei, dal momento che sono i maschi a dover prendersi cura dei genitori quando questi si incamminano verso la vecchiaia.
“Credete che le donne siano picchiate, stuprate e uccise solo in India? Anche in altri Paesi dove non esiste la tradizione della dote altrettante donne vengono torturate o ammazzate.” Questa è la risposta che alcune donne dettero quando fu chiesto loro cosa ne pensassero dell’assurda situazione indiana. Rassegnazione mista alla paura di reagire. Sembra che molte donne siano paralizzate nella loro folle situazione. Tacciono, subiscono e muoiono.

La corruzione. E’ difficile quantificare l’entità precisa del fenomeno, molte morti vengono frettolosamente catalogate come ‘incidenti domestici’, i media non trattano quasi più l’argomento, che evidentemente non rappresenta più una notizia. Ovviamente la corruzione e l’adorazione per il dio denaro fanno la loro parte. Non è un segreto che spesso dietro alla morte di qualche sciagurata ci sia la collaborazione di medici, polizia e giudici: una bustarella qua, una là, e l’affare è presto fatto e si va tutti a casa con il portafogli un po’ più gonfio. Il poliziotto chiude un occhio e finge di non vedere, il medico conferma la teoria dell’incidente domestico ai fornelli e il giudice trova il modo di dichiarare innocente l’assassino, che rischierebbe comunque non più di sette anni di carcere.

La speranza. Tuttavia la speranza che la situazioni migliori c’è e non deve spegnersi. Negli ultimi anni infatti sono aumentate le denunce delle donne vittime di abusi e umiliazioni per richieste di dote. Si tratta di un processo lento ma irreversibile, che vuole sradicare la radici di una tradizione antica in un paese dove un vecchio detto recita che: "La morte di una donna dà al marito la possibilità di accaparrarsi una seconda dote. La morte di un bufalo, invece, è un disastro economico per l’intera famiglia".

da peacereporter

postato da floreana2 | 18:29 | link | commenti (1)
politica, differenza

sabato, 29 ottobre 2005

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi "Amore mio,
ma che è successo?", sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


Per dare movimento a quel che è fermo
per vincere o per perdere e poi
ricominciare. Si ricomincia sempre
nel gioco delle carte e rovinarsi
è il peggio che possa capitare.
Togliersi al tempo immobile però
o al tempo che si illude di procedere,
confonderlo nel cerchio
diverso eppure uguale
continuando sempre a mescolare.


La scena è mia, questo teatro è mio,
io sono la platea, sono il foyer,
ho questo ben di dio, è tutto mio,
così lo voglio, vuoto,
e vuoto sia. Pieno del mio ritardo.

(Patrizia Cavalli)

postato da floreana2 | 17:51 | link | commenti (3)
differenza, cultura eventi poesia

venerdì, 28 ottobre 2005

I diritti delle bambine: oltre il politicamente corretto

di Cristina Degan

Nel corso del tempo la rivendicazione dei diritti è andata estendendosi. Le Carte si sono precisate, ma i principi, di volta in volta riaffermati, non hanno dato, e non danno molti frutti, come se le parole siano destinate a riempire un vuoto, a tranquillizzare le coscienze con delle buone intenzioni a cui non importa seguano trasformazioni reali dell’esistente.

Va così diffondendosi una certa sfiducia sul tema dei diritti in generale, perché le affermazioni di principio continuano a scontrarsi con una pratica opposta.

A cominciare dagli Stati promotori e firmatari ogni giorno si verifica che il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza, dati per scontati in una tradizione ormai secolare, scompaiono dalla scena ogni volta che entrano in gioco interessi di parte. Puntualmente i più deboli hanno la peggio.

Di volta in volta si negano i diritti dei paesi meno sviluppati, delle minoranze, delle donne, dei bambini, in una gerarchia di rapporti che provoca la sopraffazione di chi non è in grado di difendersi. In tal senso la questione dei diritti va ripensata per evitare che diventi una celebrazione dell’impotenza.

Quando si riaffermano i diritti delle donne, piuttosto che dei bambini o dei disabili, si rischia di ripetere cose già dette con un tocco di gentilezza, di correttezza politica in più: dovremmo invece provare a rimettere in discussione il punto di partenza, lavorando perché i diritti siano veramente ‘di’ e non degli auspici ‘per’, costruendo pazientemente percorsi che abbiano come principio irrinunciabile la consapevolezza di sé, della propria individualità.

Raramente si arriva a praticare un diritto senza ricorrere ad una prova di forza, spesso si dimentica che tale forza è nella coscienza della propria irripetibile identità, costituita dall’essere una persona, un individuo che ha un corpo ed un sesso e non sta nell’apparato militare. Quali sono, allora, i diritti delle bambine che stanno inevitabilmente nel punto più basso della scala su cui si misura il potere grazie al quale si pretende di ottenere il rispetto dei diritti stessi?

In una vecchia canzone di lotta del secolo scorso il ritornello ripeteva “Sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle e buone lingue, abbiam delle belle e buone lingue”: era un invito deciso, diretto a far uso della potenza della parola capace di render forte il sesso debole!

E’ proprio sul diritto ad esercitare la parola, ma soprattutto ad appropriarsi delle parole, ad inventare un linguaggio nuovo, il punto su cui provare a riflettere come condizione perché chi è più debole, e le bambine lo sono, abbiano diritti su cui possano davvero far affidamento.

Forse sembra fuori posto mettere al primo posto il diritto ad un altro linguaggio, quando le statistiche ci ricordano come in numerosissimi Stati nascere femmina, anche nel tempo presente, è una vera disgrazia. Sfruttamento, prostituzione, stupri dall’Africa all’estremo Oriente, dal Nord al Sud del mondo: ma sono proprio le nostre parole che devono denunciare e possono cambiare.

In nome di tradizioni e usanze insostenibili, che violano e fanno scempio del corpo di bambine e giovani donne, altre donne compiono orrende mutilazioni. Eppure solo con le parole ‘giuste’, non certo con l’uso delle armi, aggiungendo sofferenza a sofferenza, si può spiegare – e abolire - la vergogna di tanti riti che affondano le radici in una realtà primordiale; si può provare a influire sulle politiche di paesi che opprimono donne grandi e piccole.

In Cina sono centinaia di migliaia di bambine abbandonate per strada: le giovani coppie, condizionate dalla necessità politica di esercitare il controllo delle nascite, possono avere al massimo due bambini, perciò, quando il primo è femmina preferiscono liberarsene per lasciare posto al secondo che – sperano – maschio, solo lui, potrà lavorare nelle risaie ed avere, credono, contatti spirituali con gli antenati, mediante il culto dei morti. Non ci sono luoghi di accoglienza per le bambine a cui la riduzione delle spese pubbliche nega anche il sostentamento da parte degli orfanotrofi. Le piccole che hanno la colpa si essere nate femmine vengono eliminate oppure sono costrette ad una vita di abusi e sofferenze.

Ed ancora accanto alla terribile realtà delle bambine cinesi ci sono le infinite storie di sfruttamento e miseria che riguardano i bambini, i ‘children’ di tutto il mondo, ma che – ovunque - trovano una specifica sofferenza di genere: sono le piccole prostitute tailandesi, le raccoglitrici di rifiuti filippine, le bambine senza tetto di Calcutta oppure di Lima: tutte quante aggiungono alla loro condizione diseredata, l’aggravante dell’essere femmine. Dove non si fa una politica di contenimento delle nascite, si ripetono i comportamenti di sopruso e violenza del debole sul più debole. Si tratta di orrori e barbarie che infieriscono sulle bambine, perché indesiderabili.

Anche in Italia, che pure appartiene all’area dello sviluppo, dove si fanno campagne in difesa della vita e continuamente viene ribadito che non ci sono differenze di trattamento tra maschi e femmine, in nome delle ‘pari opportunità’, vediamo che la facciata cela una realtà diversa, ma che perfino il vissuto individuale, dei genitori e dei parenti, non solo quello sociale è estremamente contraddittorio.

Nel nostro paese, afflitto da scarsa natalità, quando ci annunciano una nuova nascita qual è l’augurio che segretamente formuliamo: “Speriamo che sia femmina…oppure…auguri e figli maschi”?

Che posto occupa nelle aspettative dei futuri genitori il desiderio di una figlia?

Ancora oggi se nasce una bambina a molti sembra un obiettivo mancato, un ripiego cui fare buon viso: il patriarcato va finendo, così si dice, e sicuramente ha perso prestigio e autorità, ma continua a lasciare ampie tracce.

In fondo in fondo resiste la convinzione che avere un bambino sia preferibile: il mondo, si sa, va in un certo modo, e anche là dove si è evoluto è ancora profondamente convinto che maschio sia meglio.

Vale la pena richiamare alla memoria le frasi della nostra infanzia, non del tutto passate di moda che, pur con un’analisi superficiale, rivelano in molte espressioni dedicate alle bambine una forma ricorrente di rammarico, di svalutazione se non di misoginia, dal già ricordato ‘Auguri e figli maschi’… a ‘Nottata persa e figlia femmina…

Se la parola ci permette di comunicare e le nostre differenze si rivelano nei termini che scegliamo per esprimerci, per descrivere i nostri sentimenti, per dar voce ai nostri pensieri allora non è indifferente, anzi è un diritto rivendicare parole precise, ‘al femminile’.

Potremmo indire un concorso (oppure accontentarci di una gara fra amici o di un gioco in famiglia) per premiare chi trova nel minor tempo possibile il maggior numero di modi dire o espressioni proverbiali condite con il pregiudizio sessista.

Vale la pena cimentarsi nella prova…e regione per regione, paese per paese, continente per continente… il materiale a disposizione continuerà ad aumentare...

Possiamo provare anche con i passatempi, ad esempio con quelli delle carte: fra i più comuni e più semplici, adatti a grandi e piccini, occupa un posto importante la Pepa tencia, che ‘tradotto’ sta per la Giuseppina sporca, che equivale a brutta e, di conseguenza cattiva, nonché vecchia.

Se ci ritroviamo in mano l’orribile carta non solo abbiamo la prova che la sfortuna ci perseguita, ma alla fine del gioco, quando ancora non ci siamo liberati della Pepa (raffigurata dalla donna di picche, immagine simbolica di un mondo definito, da tempo indefinito, dall’appartenenza di genere) veniamo eliminati.

Un gioco che prepara ad accettare un modo d’intendere la vita, che riassume tanti luoghi comuni e ripropone, in controluce, il mito classico della prima donna, quello di Pandora.

All’inizio c’era Pandora, fanciulla bellissima…che già nel suo nome si porta la condanna a cui il suo genere sarà destinato, infatti Pandora significa ‘tutti i doni’. La giovane recava con sé la ricchezza della realtà, la molteplicità e la diversità di ciò che esiste, il positivo e il negativo: la vicenda umana per cui ogni dono si trasforma nel suo contrario e il bene non si divide dal male.

Nel mito affondano le radici di un pregiudizio di cui si nutre l’immaginario tramandato di generazione in generazione e alimenta i peggiori luoghi comuni…”chi dice donna…”

L’immaginario comune, i richiami simbolici – anche quando vengono votate le carte più solenni, a partire dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e poi tutte le altre - non se ne va, si allontana soltanto e immediatamente dopo esercita nella pratica l’opposizione più dura alla solenne definizione teorica dei diritti in questione.

Pertanto parlare di diritto ad un altro linguaggio come del primo diritto da rivendicare per le bambine, significa sottolineare che il diritto alla vita non riesce ad essere pienamente realizzato se è solo biologico e non si precisa nell’identità di un individuo unico e originale.

Nella lingua inglese esiste uno slogan ‘save the children’ , ma è un’ambiguità lessicale che in italiano viene subito evidenziata perché non abbiamo il genere neutro. Al posto di un soggetto indifferenziato usiamo un maschile oppure dobbiamo mettere due diversi soggetti, di genere maschile e femminile, perché il neutro non è tale se non per la grammatica…le parole si appropriano delle cose e il genere che dà il nome esercita la sua potenza.

Infatti in una serie di termini ne basta uno solo maschile per prendere il sopravvento: è il più importante, mettiamo che si parli di mele, pere, e uva, se ci sono fichi, sono tutti dolcissimi!

Quella concordanza è l’unica corretta (e anche se ci sono spiegazioni convincenti per la grammatica) per la pratica una considerazione si impone: maschile è meglio, si afferma prepotentemente anche in presenza di frutta di genere prevalentemente femminile.

Finalmente quando nel compito di italiano la maestra non si indignerà se troverà scritto “Lia e Luca sono andate”, ed invece con pazienza si metterà a parlare della lingua, chiedendosi come faceva Alice nel paese delle meraviglie “Chi è il padrone della lingua?” forse ci sarà una diversa visione del diritto che ciascuno ha di essere se stesso, cominciando dalle bambine, cominciando dalla modalità di indicare il plurale fra generi.

Non ci deve essere più posto per l’identità neutra: l’identità è sessuata in quanto diritto all’identificazione con se stessi, scoprendo il proprio corpo e le sue caratteristiche, nominando tutte le sue parti senza falsi pudori.

Un cammino difficile, per assenza di genealogia femminile che faccia da riferimento a chi cresce e si trova a che fare con mamme spesso avvilite dal senso di inadeguatezza nello sforzo di soddisfare ogni richiesta.

Come ritrovare la rotta?

La pratica del movimento femminista ha insegnato e insistito sul partire da sé: ora dobbiamo riconoscere lo stesso diritto a bambine che crescono in un ambito in cui sono stati rifiutati i vecchi schemi. Quando donna era sinonimo di moglie, madre, angelo del focolare, risultava più facile prendere posizione, dire di sì o di no, ma quel modello per le bambine non c’è più .

C’è la libertà di scegliere, ma anche la paura, lo sconcerto, l’incertezza.

Resta il diritto di scoprirsi sole e nello stesso tempo il diritto ad avere un grembo materno che faccia da culla accogliente e calda, il diritto ad un confronto appassionato e critico ‘Voglio stare con te, ma non voglio essere come te perché tu sei irripetibile come lo sono io’.

Il diritto a conoscere, per prove ed errori, il senso e il significato dell’avventura di vivere.

Il diritto di mettersi alla prova per costruire una mediazione col mondo che sappia scoprire figure simboliche femminili; il diritto a rifiutare e a reinventare le fiabe tradizionali.

Il diritto ad essere se stesse, senza qualità precostituite, ma capaci di far proprio il senso di responsabilità e la dolcezza: non perché “sei una donnina”, ma semplicemente perché sono ‘io’.

Né piccole donne né donne in piccolo, il diritto di essere solo piccole, faticosamente determinate ad avere coscienza di sé, per riuscire a ricucire pensiero e affettività, per ottenere consenso, ma rivendicare divergenza e non accontentarsi di ogni facile omologazione.

Il diritto a rendersi visibili senza essere oggetti, dando parole alle riflessioni e ai pensieri.

Il diritto a entrare in contraddizione con se stesse, provando a misurarsi con la fatica di diventare grandi in autonomia e libertà.

Insomma – come diceva una grande scrittrice, Virginia Woolf – basterebbe vedere realizzato il diritto ad avere una stanza tutta per sé, se ciò significa avere uno spazio proprio, inviolabile, per entrare in colloquio con se stesse e trovare le parole ‘giuste’ e scoprire il percorso da seguire senza dover accettare una pianificazione voluta per il ‘tuo bene’ - che fa di te una donna in carriera o una brava mogliettina - ma una persona che si inventa il progetto di vita, per affrontare la pluralità del mondo con tutti i suoi colori – senza escludere il rosa.


 da universitadelledonne.it

postato da floreana2 | 17:35 | link | commenti (1)
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