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mercoledì, 30 novembre 2005
Basta, Ruini!
di Vita Cosentino

Il cardinal Ruini ha recentemente risposto a chi lo accusa di ingerenza nelle cose dello Stato: "La chiesa ha il diritto di parlare". E io non posso che dargli ragione. Però poi la questione mi ritorna sotto forma di domanda -i francescani di Assisi hanno il diritto di parlare?- dopo aver letto l'articolo di Repubblica "Assisi commissariati i francescani" (20-11-05) sul richiamo all'ordine rivolto dal papa ai francescani. Faccio la domanda proprio perché nell'articolo un padre dei Redentoristi di Palermo dichiara che "con queste iniziative si possono ledere quei sentimenti di libertà che per tradizione albergano nelle comunità religiose che nascono nella Chiesa proprio come esperienza di libertà e autonomia". Proprio questo tipo di contraddizioni mi ha permesso di capire che cosa mi dà veramente fastidio dei pronunciamenti del Cardinale. Chi parla in effetti è Ruini e non la Chiesa che è molto più grande e comprende anche queste comunità religiose animate da sentimenti di libertà. Ruini può parlare a nome della Chiesa in virtù del fatto che è il presidente della CEI. Ciò non toglie che a parlare sia sempre Ruini, come mostra il fatto che se al suo posto ci fosse Martini con ogni probabilità la Chiesa parlerebbe diversamente. Lo legittima la sua carica, ma una carica obbedisce a una logica che è di questo mondo. Anch'io sono di questo mondo, non ho nessuna carica, ma sono una donna. E su questo piano secolare io, che non faccio parte della chiesa, ritengo di poter parlare e chiedere conto al Cardinale. Per quello che dice e per come agisce Ruini mi sembra animato da una concezione del potere che non ha niente da invidiare a un dittatore. Con una pretesa in più: entrare e dominare fin nelle camere da letto, entrare e dominare fin nella mente degli essere umani. Che spesso sono donne. Di fatto, in quasi tutte le questioni su cui si esprime si tratta di un corpo e di una mente di una donna. E questo mi sembra davvero troppo. Che si fermi a quella soglia di rispetto che deve almeno a quella donna che l'ha messo al mondo. Su questo piano secolare viene fuori un uomo cinico e misogino, molto più amante del potere che del suo prossimo, che rischia di fare della chiesa il peggiore baluardo di una cultura patriarcale in disfacimento.
da libreriadelledonne.it
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politica, differenza
martedì, 29 novembre 2005
(Non soltanto in) VENEZUELA, POTERE POLITICO E GIUDIZIARIO DIFENDONO GLI STUPRATORI
GIUSTIZIA PER LINDA
di Jen Ross (giornalista indipendente, corrispondente per We News, vive in Cile)
trad. M.G. Di Rienzo

Avvolta in una maglietta bianca, con il viso coperto di lentiggini, la ragazza fa frequenti pause mentre mi racconta la sua storia. Ha 21 anni, e quattro anni orsono è stata rapita e torturata. "Mi ha violata in ogni modo possibile", dice Linda Loaiza Lopez con voce soffice. Il suo labbro inferiore pende, mentre parla, rivelando i ferri di cui ha bisogno per tenere insieme i denti: la sua mascella è stata ricostruita tramite diversi interventi chirurgici. "Sono stata brutalmente stuprata e selvaggiamente battuta. Per questo ora il mio corpo è deformato, come lo vedi." Linda aveva 18 anni all'epoca, ed era appena arrivata a Caracas da Merida, una cittadina dell'interno. Aveva appena terminato i corsi pre-universitari come assistente veterinaria, e si trovava in città per iscriversi all'università. Era pieno giorno, in una strada abbastanza frequentata. Un uomo sconosciuto le si avvicinò e la spinse all‚interno di un‚auto parcheggiata. La portò in una casa in campagna, dove la tenne prigioniera due mesi, violandola e picchiandola tanto che la polizia venne ad investigare a causa delle lamentele dei vicini, che sentivano di continuo grida e rumori. Allora l'uomo la trasferì a Caracas, dove continuò ad aggredirla. Dopo quattro mesi da incubo, il rapitore lasciò un giorno la casa senza legare Linda, che cercò aiuto e fu soccorsa. Era denutrita, le sue orecchie erano state completamente distrutte, un capezzolo tagliato via. Cicatrici e scottature da sigaretta le coprivano il corpo. "Sono stata operata nove volte: una all‚occhio destro per cataratta traumatica, tre volte per la frattura della mascella, due per la ricostruzione dell'addome, e quattro per la ricostruzione delle labbra." L'uomo che ha fatto tutto questo è libero: il giudice lo ha rilasciato per insufficienza di prove. Il ricorso in appello di Linda è prossimo al dibattimento. L'uomo in questione è Luis Carrera Almoina, figlio di Gustavo Carrera Damas, un influente politico che era rettore di una delle maggiori università di Caracas al tempo del primo processo, nel 2004. Costui ha forti legami sia con i precedenti governi di destra, sia con quello attuale di sinistra di Hugo Chavez. Dopo essere stato catturato e posto agli arresti domiciliari nell'agosto 2001, l'aggressore di Linda ha tentato di fuggire con l'aiuto del padre. Quest'ultimo è stato poi accusato di ostruzione all'azione giudiziaria. Luis Carrera Almoina, tra l'altro, era già stato arrestato per aver torturato la sua ex compagna, nel 1999. Il primo processo fu posposto dal sistema giudiziario 29 volte. Cinquantanove giudici hanno rifiutato di trattarlo. Nell'agosto 2004, circa tre anni dopo che gli avvocati di Linda Loaiza Lopez lo avevano accusato di tentato omicidio, stupro, rapimento e tortura, il caso stava per raggiungere i limiti della prescrizione, dopo di che le accuse avrebbero dovuto essere lasciate cadere. Per evitare questo, Linda cominciò uno sciopero della fame davanti alla sede della Corte Suprema. Dopo 13 giorni, il processo finalmente iniziò il 22 ottobre 2004, e si concluse con l'insufficienza di prove. Linda è convinta che i forti legami politici del padre del suo aggressore abbiano falsato il processo. Marta Chacon è la direttrice generale dell'Instituto Nacional de la Mujer (Istituto nazionale delle donne) a Caracas, un ufficio del governo semi autonomo, con status ministeriale. "Il caso di Linda è stato manipolato" dice Marta Chacon. "E' stato usato a tutti i livelli, dall'opposizione e dal governo. Entrambi hanno giocato la loro partita, e Linda è stata la vittima anche di questo. Si è sentita usata dai politici a tal punto che non ha fiducia neppure nel mio gruppo, per essere sostenuta al processo." Marta aggiunge che il Presidente Chavez dovrebbe prendere un fermo impegno per cominciare a sradicare la violenza contro le donne, e aggiunge che il Venezuela ha bisogno di un nuovo codice penale, e di una revisione della legge contro la violenza domestica. "Più di tutto, è essenziale suscitare consapevolezza attorno ai diritti delle donne, fra gli ufficiali di polizia e i giudici, maschi e femmine. Spesso le giudici sono le più dure con le vittime di sesso femminile". La giudice che ha assolto Luis Carrera Almoina, Rosa Cadiz, ha poi infatti aperto un'indagine su Linda per sospetta prostituzione. La difesa di Luis Carrera Almoina aveva suggerito che Linda fosse una prostituta, e che si fosse procurata le ferite dai suoi precedenti clienti. Questi avvocati tentarono anche di appellarsi ad una clausola del codice penale venezuelano che riduce le pene per i crimini commessi contro prostitute: in questo modo, il loro assistito avrebbe avuto al massimo un quinto della pena. Le accuse di prostituzione, che in tribunale sono miseramente cadute, hanno incendiato i gruppi locali di femministe. Guadalupe Rodriguez, del Coordinamento Simon Bolivar, che lavora nei sobborghi impoveriti di Caracas, dice che la legge che riduce le sentenze a chi commette crimini contro prostitute rivela un'implicita accettazione della violenza contro le donne: "E' un esempio preciso del ruolo delle donne in questa società. Nota che la giudice ha sostenuto che Linda avesse provocato il suo aggressore. Allora abbiamo detto: E anche se fosse stato così? Lui non aveva comunque il diritto di farle ciò che le ha fatto". L'International Planned Parenthood Federation di New York ha condotto una campagna internazionale per suscitare consapevolezza attorno al caso di Linda. Più di 40.000 persone hanno inviato lettere alle autorità venezuelane, chiedendo giustizia. E‚ tutto quello che Linda vuole: "Non smetterò mai di lottare per i miei diritti. Io non sto cercando vendetta, voglio giustizia. E ciò va al di là della mia persona: sto lottando per i diritti di tutte le donne."
Maggiori informazioni: International Planned Parenthood Federation: Justice for Linda: http://www.freechoicesaveslives.org/campaign/Linda Mujeres En Accion - Asociacion de Mujeres Hispanas contra la Discriminacion y la Violencia de Genero: http://www.mujeresenaccion.com
da ecn.org
postato da floreana2 | 17:05 | link | commenti (6)
politica, differenza
lunedì, 28 novembre 2005
ADDIS ABEBA: DETENUTI OPPOSIZIONE IN SCIOPERO DELLA FAME

Da oggi sono in sciopero della fame 48 detenuti “politici” tra cui i vertici del principale partito di opposizione in Etiopia e alcuni attivisti per i diritti umani, arrestati all’inizio di novembre con l’accusa di aver fomentato i disordini repressi nel sangue dalle forze dell’ordine ad Addis Abeba e in altre città con un bilancio finale non accertato di decine di vittime (46 per le autorità, un centinaio secondo fonti della società civile). “Ci asterremo dal cibo, a parte i diabetici, fino a quando il governo non risponderà alla nostra domanda di libertà provvisoria” ha detto Bertukan Mideksa, vicepresidente della Coalizione per l’unità e la democrazia (Cud), ai giornalisti che per la prima volta sono stati autorizzati a visitare il centro di detenzione di Addis Abeba. Nei giorni scorsi l’Alta Corte aveva rifiutato di rilasciare su cauzione i detenuti, accordando una proroga alla polizia per ulteriori indagini. In attesa di un’incriminazione ufficiale, il controverso primo ministro Meles Zenawi ha detto che dovranno rispondere di tradimento, punibile anche con la pena di morte. Tra i detenuti vi sono anche giornalisti ed editori indipendenti. “Non abbiamo commesso alcun crimine, tanto meno un reato che possa essere considerato tradimento” ha detto Hailu Shawel, presidente del Cud. Il suo partito accusa il governo di brogli alle elezioni legislative del 15 maggio scorso e ha rifiutato finora di partecipare alle sedute del nuovo Parlamento, dove ha ottenuto 108 seggi. Secondo le autorità, invece, il Cud avrebbe organizzato proteste anti-governative che all’inizio del mese hanno provocato una violenta reazione delle forze di sicurezza. Mentre l’iniziativa dello sciopero della fame richiama l’attenzione dei mass-media sui detenuti “politici”, nulla si sa di migliaia di persone – in gran parte giovani – arrestati nelle scorse settimane in retate casa-per-casa nella capitale e condotti in due campi militari a centinaia di chilometri da Addis Abeba. Almeno 8.000 persone – secondo fonti ufficiali non verificabili in modo indipendente – sarebbero già stato rilasciate, ma non è chiaro quando ne sono state arrestate. La MISNA ha appreso stamani ad Addis Abeba che in questi giorni sono proseguiti rastrellamenti di civili, anche se in numero nettamente inferiore rispetto alle operazioni di polizia condotte nelle scorse settimane. “Addis Abeba - dice una fonte della MISNA che chiede l’anonimato - sembra essersi stabilizzata, ma non sappiamo nulla di quanto sta accadendo ‘dietro le quinte’: è difficile capire quali siano le intenzioni del governo. Tra due giorni apre l’università, dove iniziarono anche gli scontri di giugno”, quando per analoghe proteste anti-governative sui frodi elettorali vennero uccise almeno 42 persone. Ieri, al termine di una corsa non competitiva a sostegno della lotta all'Hiv/Aids nella grande piazza di 'Meskel Square', alcune centinaia di partecipanti hanno gridato slogan contro il governo mostrando le dita in segno di vittoria, un simbolo adottato dal partito di opposizione nella sua battaglia contro il Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiope (Eprdf) del premier Zenawi.
Etiopia, testimonianza di un 'detenuto fantasma' in un lager militare
La drammatica testimonianza di un ex prigioniero deportato nel campo militare di Dedessa, a circa 360 chilometri dalla capitale Addis Abeba.
"Io sono riuscito a venirne fuori perché avevo con me il documento da studente, ma migliaia di persone sono ancora rinchiuse là dentro. Per sei giorni soltanto un camion cisterna di acqua potabile per non so quanti di noi, certamente molte migliaia": la voce di Teodros - il nome è di copertura - è ancora incrinata dalla tensione al telefono da Addis Abeba con la MISNA. È uno dei "detenuti fantasma" deportati nel campo militare di Dedessa, circa 360 chilometri dalla capitale, in seguito alle retate della polizia per rappresaglia delle proteste anti-goverantive d'inizio novembre che hanno provocato una cinquantina di vittime ma almeno un centinaio secondo molte testimonianze. "Di giorno caldo torrido, di notte freddo e nulla per ripararsi: è stata una settimana davvero dura" aggiunge. Teodros ha negli occhi le immagini di quei giorni trascorsi in una struttura dell'esercito senza motivo e senza un'incriminazione formale. Dopo aver annunciato la liberazione di oltre 4.000 civili, oggi le autortià hanno reso note altre altre 3.850 scarcerazioni, che porterebbe il totale a circa 8.000. Questi dati sembrano confermare il numero elevato di civili arrestati nei giorni scorsi, prelevati anche casa per casa. Secondo alcune fonti il numero di 'desaparecidos' oscillerebbe tra 15.000 e 40.000. "Sono venuti a prendermi a casa di sera, poi mi hanno portato nel carcere di Kerchele, qui ad Addis. Durante il tragitto mi hanno picchiato. Ho trascorso lì la prima notte, in mezzo a una quantità enorme di persone, anche molti ragazzi giovani, alcuni sembravano bambini. Non c'era abbastanza spazio per sdraiarsi, così abbiamo cercato di dormire seduti" prosegue. Dopo quasi 15 ore "ci hanno dato un pezzo di pane. C'era una sola pompa dell'acqua per tutti, quasi impossibile bere" scandisce lento le parole Teodros, che ha 20 anni e in queste settimane dovrebbe iniziare la Facoltà di ingegneria. "Di notte ci hanno caricato su degli autobus". Si ferma e la sua voce si distende. "Io sono stato fortunato, gli altri hanno viaggiato su camion", un viaggio massacrante che l te interlocutore della MISNA ha comunque dovuto affrontare al ritorno. "Dopo circa 20 ore di viaggio, insieme a una sessantina di altri autobus, siamo al campo di Dedessa. C'era già una grande quantità di persone, non saprei quantificarle". Donne e ragazze, come ha denunciato qualcuno? "Io non ne ho viste". Il centro di formazione militare di Dedessa venne costruita all'epoca del dittatore Menghistu Haile Mariam. "Un posto sporco e abbandonato da 11 anni, in un clima torrido con zanzare ovunque: mi hanno pizzicato, speriamo di non aver preso la malaria. Ma lo scoprirò solo tra qualche giorno" spiega Teodros, che dal suo rientro accusa una leggera febbre e "una strana allergia". "Non c'erano bagni: gli agenti della polizia federale ci dicevano di andare all'aperto in mezzo all'erba per i nostri bisogni. Ho sentito dire che all'interno della base almeno tre persone sono morte per i morsi di serpenti, ma non le ho viste. C'erano invece molti ammalati nel carcere di Addis Abeba". Il testimone riferisce anche di "21 detenuti che hanno cercato di scappare: tre ci sono riusciti, 18 sono stati riportati al campo dal alcuni contadini, cui i militari avevano promesso ricompense". Ogni giorno, aggiunge "ci chiedevamo quando ci avrebbero liberati. Secondo qualcuna 'la mattina seguente', secondo altri 'entro un paio di mesi'. Per fortuna dopo sei giorni è stato risolto il problema dell'acqua. Altrimenti c'era una bottiglia per dieci persone". Eppure, aggiunge il testimone intervistato dalla MISNA, "siamo anche riusciti a scherzare e inventare barzellette sugli 'Agazi'", i tenuissimi 'berretti rossi', forze speciali provenienti in gran parte dalle regione del Tigray come il controverso primo ministro Meles Zenawi. "I militari Agazi fermano due studenti. Uno ha la carta d'identità, l'altro no. Su richiesta dei soldati, il primo la mostra. L'altro, non avendola, se la fa 'prestare' dall'amico e spiega che ne hanno una in due. Come finisce? Gli Agazi li lasciano liberi avendo verificato la loro identità sullo… stesso documento" riesce ora a sorridere Teodros al telefono con la MISNA. "Insieme a me sono stati liberati altri studenti e disabili, tra cui alcuni menomati dell'udito, altri con problemi psichici". Il viaggio di rientro, quasi 24 ore. "Ma con uno spirito diverso: eravamo felici di tornare a casa. Il cibo? Niente nemmeno stavolta, ma abbiamo mangiato grazie alla solidarietà della gente che ci gettava qualcosa dalla strada". Nella sua testa, oltre al ricordo di questi sette-giorni-sette che non passavano mai, resta la scritta letta su un muro del campo militare, lasciata nel 1994 da un soldato: "Uguaglianza per tutta la nazione".
Fonti: misna.org - reggaerevolution.it
postato da floreana2 | 17:27 | link | commenti
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