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venerdì, 30 giugno 2006
Le regole per diventare brave (e infelici) ragazze
di Susanna Cernotti e Eleonora Cirant

Ogni donna ha una storia da raccontare, la propria storia unica ed irripetibile eppure simile a quella delle altre donne, di ogni latitudine e Paese. E’ la storia di ciò accade quando devi scegliere se essere una brava ragazza o una cattiva ragazza. Accade nel passaggio dall’infanzia all’età adulta e si reitera per tutta la vita, a meno che qualcosa intervenga a farti accorgere della terza via: essere te stessa. Esiste un codice per le brave ragazze. Una brava ragazza non la da via facilmente, altrimenti è una troietta. Tuttavia, una brava ragazza non deve rimanere vergine troppo a lungo, altrimenti è una sfigata. Una brava ragazza conosce la moda e cerca di seguirne i fondamenti fino all’ultimo accessorio. Ma una brava ragazza evita di andare in giro con la pancia di fuori e la minigonna, perché se poi viene stuprata, se lo è cercato. Una brava ragazza controlla assiduamente il proprio peso ed ha orrore della cellulite. Una brava ragazza non si fa problemi con il cibo e segue una dieta sana. Una brava ragazza è “intraprendente”, ma senza impaurire i ragazzi con eccesso di iniziativa e protagonismo. Una brava ragazza deve evitare di mostrarsi seducente e sicura di sé, quando poi non è neanche capace di fare un pompino. Una brava ragazza studia all’università ed ottiene ottimi risultati nello sport. Una brava ragazza dichiara il proprio sogno di mettere su famiglia e avere dei bambini. Ci sono ragazze da scopare e ragazze da amare. Con le prime ci si sfoga e si sperimenta, delle seconde è preferibile mantenere la purezza. Non è strano che una ragazza abbia esperienze sessuali sia con donne che con uomini. E tuttavia se nel gruppo una ragazza, ostinatamente, non ci sta con nessuno, allora non c’è dubbio: è lesbica! Sei libera di scegliere il tuo life-style - inteso come canone di auto-rappresentazione basato sulla combinazione di vestiario, gadget, pettinatura, musica ascoltata, personaggio preferito - ma le regole della brava ragazza sono uguali per tutte. Tanto ferree, quanto contradditorie. Devo essere seducente o remissiva? Posto che l’obiettivo è conquistare un maschio e difendere la conquista dalle altre predatrici, la risposta è: una sapiente ed equilibrata via di mezzo. Il prontuario per le regole della brava ragazza non è da nessuna parte ed è ovunque. Basta aprire un giornale per adolescenti (o per adulte) o fare una passeggiata virtuale nei forum frequentati da ragazze e ragazzi (una delle risorse che abbiamo consultato recentemente è www.girlpower.it). “Né puttane né madonne, siamo donne”, è una vecchia storia mai archiviata, più attuale che mai. C’è ancora bisogno di gridarlo con l’urlo prorompente e collettivo che uscì dalla pancia e dalla gola delle donne nei ruggenti anni Settanta? Gridarlo, no. I tempi cambiano. Anche quando sono “cattive”, le ragazze di oggi lo sono in modo educato e non conflittuale. Senza fare rumore. Senza rabbia, dicono, e senza disagio. Eppure le ragazze escono dal silenzio, oggi come ieri, parlando fra loro. Il parlarsi tra donne rompe l’ostilità e tesse complicità tra le medesime. Per questo è ancora un gesto dirompente, ovunque sia realizzato. A Milano le ragazze del gruppo “Le Barricate” già si conoscevano, ma hanno iniziato a riunirsi per parlare tra loro sulla scia della manifestazione milanese del 14 gennaio. Siamo a Quarto Oggiaro, nello Spazio Baluardo, laboratorio genuino di autogestione giovanile nato nell’anarchia della periferia milanese. Sullo sfondo il silenzio di un parco amato e una villa settecentesca in rovina, come i palazzi a cui si fa ritorno dopo la mezzanotte. Le Barricate… perché <<tutta la vita di una donna è una continua Resistenza>>. Nel <<chiacchiericcio>> che accompagna le riunioni si sono concesse di poter <<gettare la maschera>> e considerare l’altra donna non come una rivale con cui essere in competizione, ma come una persona che ha una storia simile alla propria. Per questo <<qualcosa in noi è già cambiato>>, dice Saba, del gruppo. Si comincia col parlare della precarietà del lavoro e inevitabilmente si finisce con la precarietà delle relazioni affettive, le proprie. Il pubblico cede il posto al privato e il privato si rivela pubblico. L’uomo non è mai all’altezza, poco sensibile, troppo individualista, non ascolta, da per scontato il tuo amore, la tua presenza (solo se richiesta), il sesso. Da anche per scontato il tuo orgasmo che mai arriva, ma per lo più lo ignora, nella rapidità di un sesso bulimico. Al proprio fidanzato non si confessa di fingere. Ne avete mai parlato insieme? “No, non si deve offenderlo”. Questi uomini sono anche fragili e permalosi. Alle single non va meglio. Incontri rapidi e sbrigativi, che si trascinano al massimo per qualche settimana, lasciandoti la sensazione di un altro fallimento. Eri la seconda di tre fidanzate gestite contemporaneamente. La masturbazione è spesso un sostituto più che accettabile. Quelle che cercano affetto in un’amicizia intima con altre ragazze sono presto chiamate “kugine”, lesbiche. La maternità è una possibilità, ma remota, o non è semplicemente in discussione. C’è tempo. Valentina, 24 anni, universitaria aspirante sociologa. Un quaderno di viaggio sempre in borsa, ha alle spalle un esempio di certezza, una madre realizzata professionalmente che non ha rinunciato a crescere tre figli. Quindi è possibile, ma prima ci sono gli studi e l’indipendenza economica, premessa irrinunciabile ad un rapporto paritario col proprio compagno. Beh, paritario non proprio. Per le altre, la maternità è quella schiavitù che ti obbligherà a dimenarti tra i pannolini del bambino e i calzini sporchi del marito. E lui non ci sarà, perché starà facendo carriera al lavoro, mentre la tua laurea marcirà nel cassetto. Gli esempi non mancano certo in famiglia e nella società. I ragazzi alle fontane del parco non smentiscono: <<quando verrà il momento, cercherò la donna “giusta”, mi sposerò e lei sarà la regina della casa>>, a casa naturalmente. Durante una riunione del collettivo sfogliamo qualche giornale, costosissimo, per ragazze adolescenti per capire da dove ha origine il domino autodistruttivo del rispetto e della dignità tra i sessi. In prima pagina c’è un richiamo all’inserto hot: “cosa c’è nei loro pantaloni?”. Una sorta di manuale per ragazzine alle prime armi dove si insegna a non prendere iniziative a letto per non turbare la mascolinità del tuo Lui. Alla terza volta che fai l’amore, devi invece sorprenderlo e dare prova di fantasia, intraprendenza, prestazione. Lui è perfetto così com’è, naturalmente. Poi pagine e pagine di pancini lisci, magri e nudi, incorniciati in magliettine tassativamente rosa, perché sia chiaro che sei femmina. E se non ti è chiaro, basta fare gli esercizi rigeneranti al mattino, la maschera per i capelli al pomeriggio mentre le unghie vengono squadrate alla francese. Le unghie sono importanti perché mentre prenderai l’aperitivo, lui ti noterà le mani che dovranno dire tutto sulla tua personalità. Agghiacciante. Disordine emotivo, sesso di consumo, abuso di droghe potenzianti, modelli di relazione stereotipati che impongono alla donna un ruolo di vittima, passività. Colei che si oppone è lesbica o acida. Colui che si oppone è un po’ strano, ma interessante. Proviamo ad indagare meglio ed una sera proponiamo una discussione comune, ragazzi e ragazze, su sessualità e modelli imposti o presunti tali. Apriamo il vaso di pandora. M., 20 anni, parla del modello di uomo a cui crede che le donne ambiscano: una sorta di palestrato depilato che ti scopa nel cesso della discoteca per un’ora a fila senza sosta e senza indugio. Le ragazze scoppiano a ridere. Prosegue. Esistono due categorie di ragazze, quelle con cui ti “svuoti” il sabato sera e quelle con cui ti metti insieme. Con le prime ti svuoti e basta perché se te l’ha data già la prima sera, vuol dire che l’ha data a molti altri. Chiedo se non sia lecito per una ragazza sperimentare il proprio corpo e la propria sessualità senza che segua un giudizio così pesante. Risposta: “forse, ma io non mi ci metto insieme”. Come volevasi dimostrare: o madonne o puttane. P., 26 anni, ammette di aver provato degli stimolanti sessuali per essere più prestante. Ricorre molto nei ragazzi l’idea che il rapporto sessuale sia una sorta di esame di maturità, ove una donna ormai emancipata e pretenziosa ti aspetta al varco con righello e cronometro. G., 24 anni, ammette che il sesso per lui è un gioco di potere dove poter esercitare un ruolo di dominatore. Ci togliamo uno sfizio e parliamo della finzione dell’orgasmo femminile. Negano. A loro non è mai successo. Sdegno delle ragazze e accuse reciproche: i ragazzi dovrebbero essere più sensibili e capirlo da soli, le ragazze invece sono delle cretine a non dirlo chiaramente, per cui se non sono loro per prime a mostrare sincerità e complicità, perché dovrebbero preoccuparsene i ragazzi?
La parola, circolando, permette il riconoscimento reciproco e rompe l’omertà rispetto ad una condizione di costrizione che si realizza per le donne come per gli uomini e che, per le donne, ha un passaggio cruciale nell’adolescenza: “poiché l’iniziazione delle ragazze al mondo delle donne cattive e di quelle buone tende ad avvenire durante l’adolescenza, quando il loro corpo diventa un corpo di donna e pertanto oggetto di attenzione e desiderio da parte degli uomini; poiché l’iniziazione dei ragazzi alla mascolinità avviene di norma assai prima nel corso dell’infanzia, le ragazze che s’innamorano di un ragazzo percepiscono di entrare in un mondo nel quale i ragazzi hanno già trovato un loro adattamento: un mondo interno lacerato dalla divisione e fondato sui codici dell’onore e della castità. […] L’apertura a una relazionalità fiduciosa è bloccata dal timore che, se rivelano parti di sé ritenute non conformi alla femminilità o alla mascolinità, dovranno rinunciare all’amore e all’intimità che desiderano così intensamente” (Carol Gilligan, “La nascita del piacere”). La scoperta sconvolgente del femminismo è in questo nocciolo di esperienza: la parola circolante, come sangue nel corpo, porta nutrimento, ossigeno, rinnovamento della vita. Chi l’ha provata, lo sa. Forse ci occorrono parole nuove per nominarne il senso politico. Ma l’atto di liberazione sta, semplicemente, nel viverla. E trarne le debite conseguenze, cioè riconoscere e modificare a partire da sé i canoni di mascolinità e femminilità che strutturano l’ordine patriarcale delle relazioni tra i sessi. Altrimenti, per quante donne vi partecipino, neppure la politica istituzionale cambierà mai volto. Come ricordava Lea Melandri nell’assemblea milanese di usciamo dal silenzio del 24 maggio, <<si capisce bene allora perché poi sia necessario un “Ufficio delle vittime”: le case, gravate di tutte le miserie della società, non possono che trasformarsi, come del resto già sono, in mattatoi. Così la donna a cui, come sembra diventato d’uso, sarà stata tagliata la testa, potrà sempre ricorrere all’ascolto di Madre Letizia che vedrà miracolosamente di riattaccargliela!>> Ma come faremo mai noi donne a prendere parola pubblica se non abbiamo il coraggio di prenderla neppure in camera da letto?
(Liberazione, Inserto QUEER, n. V "I nostri burqa" )
da universitadelledonne.it
postato da floreana2 | 18:22 | link | commenti (3)
politica, miti, differenza, cultura eventi poesia
martedì, 27 giugno 2006
Società dell’ informazione? Cinque sesti dell’ umanità esclusi dalla conoscenza
di Alberto Maffioli*

I cinque sesti della popolazione mondiale, circa 5,4 miliardi di persone, non hanno accesso alle tecnologie e, con esse, alla conoscenza. La retorica della Società dell’ Informazione – secondo cui la Terra sarebbe immersa in un unico mare magnum mediatico – nasconde una realtà brutale: le impetuose trasformazioni tecnologiche hanno coinvolto solo una parte minoritaria della popolazione della Terra, escludendo di fatto, secondo intensità e livelli differenti, coloro che non vivono nel Mondo Sviluppato e coloro che non fanno parte delle élite economiche globali. E’ il cosiddetto digital divide, a cui è dedicato la tesi che qui presentiamo.
‘’IL DIGITAL DIVIDE - Una nuova frontiera di divisione fra Occidente e resto del mondo. Un antico problema di distribuzione del potere e della ricchezza all’interno della Società Globale’’ è il titolo del lavoro con cui un giovane studente milanese, Alberto Maffioli*, si è laureato in sociologia all’ Università Bicocca col professor Cesare Massarenti.
La tesi è particolarmente interessante perché descrive il contesto reale in cui si sviluppa la cosiddetta Società dell’ informazione: lo squilibrio sempre crescente nelle possibilità di accesso alle reti non solo fra le diverse aree del pianeta, ma anche all’ interno delle stesse aree ricche.
‘’A scanso di equivoci – spiega Maffioli - , è innanzitutto necessario chiarire che il digital divide è un processo di esclusione sociale che riguarda tutti i paesi del mondo. Esso si può articolare come processo di esclusione territoriale (digital divide geografico - una modalità che coinvolge i paesi invia di sviluppo, soprattutto quelli più poveri) oppure può attenere ai rapporti di forza fra gruppi sociali (digital divide interno - in questo modo, il gap digitale è presente anche all'interno di paesi sviluppati come Usa, Inghilterra o la stessa Italia). Il digital divide, quindi, non nasce dal nulla o da una semplice deficienza di tipo tecnico ma si instaura nelle antiche divisioni e separazioni sociali ed economiche, contribuendo ad acuirle e a renderle spesso insostenibili per coloro che ne subiscono gli effetti perversi: esso è sintomo di divisioni e, allo stesso tempo, causa’’.
Maffioli ha utilizzato questo tipo di categorizzazione netta, tra digital divide interno e digital divide geografico, ‘’più per chiarezza d'analisi che non per un reale riscontro all'interno della società globale – spiega l’ autore -. L'articolazione di queste due entità è, infatti, molto più complessa di quanto possa apparire, i punti di sovrapposizione sono molti così come le influenze reciproche ed il legame che intercorre assume spesso le caratteristiche di un paradosso: la diminuzione del livello di digital divide geografico segna spesso l'aumento del digital divide interno di una nazione (fra i gruppi sociali), secondo un rapporto di proporzionalità inversa. Ciò a causa del fatto che, nel momento in cui una tecnologia viene introdotta all'interno di un paese, sono solitamente le élite economiche e culturali ad appropriarsene per prime; quando quella stessa tecnologia diviene alla portata dei gruppi meno privilegiati, è molto probabile che le stesse élite abbiano già preso possesso di una nuova tecnologia più avanzata, mantenendo in questo modo la distanza con le altre classi sociali’’.
La tesi si occupa, poi, di chiarire quali siano nello specifico le situazioni di Sud America, Asia ed Africa. Nelle prime due aree si evidenzia come, generalmente, le classi sociali più abbienti e detentrici del potere economico e politico, utilizzino normalmente le ICT e che lo sviluppo e la diffusione di tali tecnologie proceda gradualmente (e lentamente) verso tutte le classi sociali (solo quelle più povere rimangono ancora del tutto escluse). Osservando, però, maggiormente nello specifico la situazione dei paesi appartenenti a queste aree, è necessario sottolineare come tale diffusione sia caratterizzata da forti squilibri e contraddizioni che divengono ancor più tipici in quei paesi che stanno conoscendo fasi di sviluppo incontrollato (come Cina e India). L'Africa, invece, a differenza delle altre due aree, è l'unico paese dove il digital divide si configura come una vera e propria barriera continentale (Sudafrica a parte): è un intero continente (tranne rare eccezioni) ad essere escluso dall'accesso alle tecnologie che rimane ad appannaggio di ristrette élite spesso rappresentate da occidentali immigrati o presenti sul territorio per motivi di lavoro e interesse.
‘’Chiarita le caratteristiche del digital divide e come esso si presenta all' interno di specifici territori, la prima domanda cui il mio lavoro ha cercato di rispondere – precisa Maffioli - è per quale motivo all'interno di paesi che mancano anche dei generi di sussistenza fondamentali, sia necessario porsi il problema della mancanza di tecnologie della comunicazione e dell'informazione. La risposta a questa domanda ha portato a far chiarezza sul rapporto che intercorre tra tecnologia e sviluppo e di come le ICT potessero essere utilizzate e potessero rispondere alle situazioni contingenti ed alle problematiche specifiche dei paesi in via di sviluppo. Si conclude, in questo modo, la prima parte della tesi, che attiene in maniera specifica alla problematica del digital divide. La seconda parte, invece, esce da tale specificità, incentrando il ragionamento sul piano politico ed economico internazionale e cercando di capire, all'interno di questo, a causa di quali condizioni viene consolidato il digital divide e con esso aumentato il livello di esclusione sociale su scala globale.
‘’Partendo dal presupposto che le ICT possano essere utili ai paesi in via di sviluppo, il mio intento è stato quello di capire per quale motivo tale utilità ed efficacia non abbia ancora avuto riscontri nella realtà di questi paesi. L'analisi delle politiche internazionali, costituita da una solida base dati di tipo qualitativo e quantitativo, si è mossa su tre piani differenti: economico, politico e quello della Società Civile. Il contesto politico ed economico internazionale, infatti, si è rivelato il motore principale delle politiche di risoluzione del digital divide e dei divari ad esso connessi. L'analisi di tali politiche e dei pessimi risultati da esse raggiunti mi ha spinto ad evidenziare una sorta di mistificazione del digital divide (Il digital divide: un falso problema?) e ad affermare la necessità di un approccio differente a questa problematica. Un approccio che deve innanzitutto partire dal presupposto che le tecnologie sono un aiuto, un tool allo sviluppo (e non la soluzione), che il problema non è la mancanza di tecnologie in sé stessa ma la necessità di una vita dignitosa per i popoli del Sud del mondo e che le ragioni del digital divide (e degli altri divari) vadano innanzitutto ricercate nelle policy e nelle dottrine che dominano la politica e soprattutto l'economia globale. Il riconoscimento di tale realtà ha, in questo modo, influenzato la scelta degli strumenti sia di tipo tecnico (software, infrastrutture ecc.), sia di tipo politico (finanziamento, governance ecc.), di cui penso bisognerebbe farsi promotori’’.
*Alberto Maffioli, laureato in sociologia, ha 24 anni. Vive e studia a Milano.
Per contatti: alberto_maffioli@libero.it
Scarica la tesi in formato .pdf ( 1.73 mb ) o il file .zip (1.60 mb) ( licenza CreativeCommons )
da canisciolti.info
postato da floreana2 | 20:01 | link | commenti (4)
politica, cultura eventi poesia, dis informazione
giovedì, 22 giugno 2006

Discorso agli studenti milanesi
di Piero Calamandrei*
"La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po' una malattia dei giovani l'indifferentismo. "La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?". Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: "Ma siamo in pericolo?" E questo dice: "Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda". Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: "Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda". Quello dice: "Che me ne importa? Unn'è mica mio!". Questo è l'indifferentismo alla politica. È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c'è, si vive in regime di libertà. C'è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica... Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane... E quando io leggo nell'art. 2: "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale"; o quando leggo nell'art. 11: "L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli", la patria italiana in mezzo alle altre patrie... ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell'art. 8:"Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour! O quando io leggo nell'art. 5: "La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", ma questo è Cattaneo! O quando nell'art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: "l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica", esercito di popoli, ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell'art. 27: "Non è ammessa la pena di morte", ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani... Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione".
*Piero Calamandrei (1889-1956)
da consumietici.it
postato da floreana2 | 18:02 | link | commenti (6)
politica, referendum, la memoria storica, uomini contro, campagna
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