[Il Vento e L'Anima]
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domenica, 30 luglio 2006

Ombre

Henrik Nordbrandt

( a M.)

Tanto ho pensato a te
e ho scritto tanto di te
senza proprio sapere chi tu fossi.
In tante e tante camere ho dormito
senza averti al mio fianco
e tante sono le case
nelle quali ho abitato, senza di te.
Tante son le città in cui non ti ho incontrato.

Tante sono le cose che ho esaurito
o smarrito per via senza di te,
e tante possibilità ho sprecato,
tante vite che la tua presenza qui e ora
mi fa sentire perdute
che ormai ti posso vedere solo
come la luce primaverile che talvolta
sfiora la tua gota o accende l’ardore dei tuoi occhi

lasciando le ombre ancora più fredde e più profonde.

Poesia d’amore del Novecento,Crocetti Editore 2005


postato da floreana2 | 15:49 | link | commenti (2)
il mio desiderio, cultura eventi poesia

martedì, 25 luglio 2006

Mai più in nome del padre

A proposito del caso del frate di Cosenza accusato di aver violentato una suora

In questi ultimi mesi Cosenza appare come una città attraversata da un diffuso stato confusionale. La vicenda di Padre Fedele ha seminato un virus, che agisce ancora in maniera latente e solo a sprazzi si conclama.

Ogni presa di posizione netta, innocentista o colpevolista, appare come un’ostentazione, una forzatura.
Non appena il caso è esploso nonostante i proclami di innocenza, di colpevolezza, sembrava che la gente non volesse lasciarsi attraversare dal dubbio. L’ambivalenza, la sospensione, la contraddittorietà dei sentimenti e delle valutazioni, sono di fatto di una complessità pubblicamente insostenibile. L’incertezza attiene alla sfera del privato, è un sentimento intimo, quasi sconveniente, svela la precarietà. L’incertezza è perdente! Pertanto conveniva non assegnarle uno statuto di riconoscibilità e annidarla negli anfratti più scuri della nostra coscienza. Molti cosentini sono stati pervasi sotterraneamente da tali stati d’animo.

Al coro degli innocentisti, alla flebile voce dei colpevolisti, va aggiunta un’orchestra di opinionisti di strada e del focolare il cui pensiero si estrinseca non tanto con il ragionamento, quanto con battute retoriche, un’acredine vendicativa, un’equidistanza equilibrata e un po’ vigliacca, un’antica morbosità comaresca, un minimizzare distratto ecc. ecc..

Siamo stati e siamo tutt’ora messi a dura prova, nonostante lo sbandamento iniziale, il frastornante evento, lo stupore, l’incredulità. Tali sentimenti sono stati legittimamente accolti agli esordi del caso. Oggi i contorni di questa vicenda, sul piano mediatico, troppo spesso, si definiscono in maniera unidirezionale: “ Fedele è Fedele, innocente o colpevole che sia”. La macchia della colpevolezza appare sbiadita di fronte al fulgore della fede in lui. Ma di che tipo di fede parliamo, e poi, si tratta veramente di fede? La fede in-Fedele e nel suo agire? E’ quest’ultima che trascina, soprattutto giovani e uomini forti a proclamare l’innocenza del frate?

E’ troppo impertinente pensare al rinnovato coraggio di dichiararsi di un robusto, quanto fosco, retaggio culturale, all’insegna di una “selvatica e pertanto innocente mascolinità”? E’ il mito del “buon selvaggio “che si fa strada, si spoglia della sua maschera perbenista e democratica e tira fuori l’artiglio? E non è solo una mano maschile ad agitarlo. Abbiamo ascoltato le testimonianze, i racconti di tante donne. Un fiume di narrazioni sotterranee, spontanee.

Questi racconti di esperienze,uniti ad un tentativo di analisi sui tipi di pensiero e sull’agire sociale che attraversano la nostra città, non sono stati sufficienti a spingerci ad avviare un percorso di elaborazione e interpretazione critico. A volte mi sembra di rapportarmi ad una città che non è tanto sull’orlo di una crisi di nervi, che, piuttosto stia tentando una abnorme opera di rimozione collettiva della capacità di guardare in faccia la realtà.

Mi sembra di stare di fronte ad una collettività girata di spalle, che scuote la testa, e che sostiene con fatti e parole retoriche, nonostante il morto gli sia disteso davanti, che non è vero, che non è morto, che è vivo. Ed hanno pure ragione, perché egli è vivo (concedetemi la metafora che vado esplicitando), e con lui è viva e vegeta questa cultura poco paesana e poco metropolitana, che la medicina dell’oblio, di una forte miopia autoaddotta, la assume per autoriprodursi, per riconfermarsi nel suo assetto di comportamenti virili e selvatici, razzisti e fuorilegge. Tutto sommato goliardicamente anticonformisti!

postato da floreana2 | 20:08 | link | commenti (3)
politica, miti, differenza, cultura eventi poesia

domenica, 23 luglio 2006

Le sciocchezze di Sofri e Rampoldi

di Giulietto Chiesa


Quando il gioco si fa duro Repubblica non risparmia pagine. Di sciocchezze. Affidandole ai suoi sciocchezzatori di punta. Caratteristica principale dello sciocchezzatore – quando non si libri nel vasto cielo delle bugie - è quella di aggrapparsi al dettaglio per divagare nel grande mare delle analogie.

Specialista di queste virtù è il noto Garton Ash, quello che credette sinceramente a tutte le panzane di Rumsfeld e di Colin Powell prima della guerra irachena, ricamandovi sopra intere vagonate di sciocchezze, per poi riconoscere l'abbaglio, ma anche per accusare contestualmente Saddam Hussein, reo (oltre che novello Hitler) di averci tutti tratti in inganno per non aver dichiarato per tempo che non le aveva, le armi di distruzione di massa.
 
Ma questa volta, si presume, Garton Ash non ha ancora scritto, e dunque ci si affida agli sciocchezzatori nostrani, cui si è aggiunto occasionalmente anche l'inedito Michele Serra. Per altro Sofri e Rampoldi fecero parte attiva, ai tempi delle guerre precedenti, nell'additare Saddam Hussein, come l'Hitler di turno. E non risulta che alcuno di loro si sia levato anche solo a suggerire che, magari, quella fialetta memorabile sollevata dal Colin al Consiglio di Sicurezza dell'ONU fosse piena d'inchiostro, o d'altre sostanze coloranti innocue di quelle che servono per rendere attraenti gli shampoo o le caramelle.

Sofri esordisce volando come un bombardiere, contro Gino Strada, ricordandoci che l'intervento della NATO fu “autorizzato e ora implorato dall'ONU”. Si è dimenticato che appena nel 1999, per strana ma provvida coincidenza, le regole della NATO furono cambiate a Washington, senza che nemmeno i parlamenti degli alleati fossero informati. Quello italiano nemmeno ne discusse. E non si trattava di un cambiamento da poco. Vogliamo ricordarglielo: la NATO estendeva, con le nuove regole, il suo campo d'azione a tutto il pianeta e, al contempo, si autorizzava a svolgere funzioni preventive (cioè ad agire solidarmente non più solo in caso di attacco contro uno dei membri, ma a prescindere, in base a valutazioni di altro genere, sicurezza, prevenzione, peace keeping, peace enforcing etc ). Si è dimenticato, lo sciocchezzatore Sofri, che l'intervento in Afghanistan fu deciso dall'Amministrazione Bush prima che l'ONU lo autorizzasse, anzi, per la precisione, ben prima dell'11 settembre 2001. E si è dimenticato anche che l'offensiva si chiamava inizialmente (quale lapsus!) “ Infinite War ” e poi “ Enduring Freedom ”. La tardiva autorizzazione dell'ONU non ha mai riguardato la partecipazione della NATO a Enduring Freedom . Infatti la NATO, di cui non tutti i membri sono gonzi, si limitò a inviare un contingente che aveva, all'inizio, funzioni di polizia limitate alla regione di Kabul e non abilitato a partecipare ad azioni di guerra. Senza dimenticare che noi non viviamo nell'empireo dei buoni sentimenti e che le Nazioni Unite, in questi anni, sono state bistrattate e violentate dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, per cui le loro decisioni sono anch'esse soggette allo scrutinio di legittimità. E può accadere (perché è accaduto più di una volta) che l'ONU abbia preso decisioni che contrastano perfino con il suo statuto.

Stiamo assistendo, per esempio, all'aggressione militare su larga scala da parte di Israele contro il Libano sovrano. E l'ONU cosa fa? Fa il Ponzio Pilato, di fronte alla violazione del suo statuto. E' questa la giusta posizione, cui fare riferimento? Niente affatto, non appena si capisca che l'ONU è costretta a riflettere anch'essa i rapporti di forza. E se, in queste condizioni, pronuncia un verdetto, dobbiamo sapere che esso altro non è che l'effetto dei rapporti di forza, non la verità ultima e inappellabile.

Adriano Sofri non lo sa? Ma se non lo sa perché scrive di cose che non sa? E se lo sa perché mescola criteri etici astratti a considerazioni di realismo politico spicciolo, usando gli uni e le altre come meglio gli fa comodo, volta a volta, per esercizio polemico?

La prima sciocchezza di Sofri è dunque palese. Parla di cose che non conosce, per sentito dire. Come gli sciocchi, appunto.

E che dire del titolo che il giornale ha dato all'intera paginata di Sofri? “Cari pacifisti, sulla guerra vi sbagliate”. E su cosa dovrebbero i pacifisti essere nel giusto o nel torto, se non sulla guerra? E se si sbagliano sulla guerra e sulla pace, che è il loro pane quotidiano, cosa resta loro se non il suicidio? Ma lasciamo perdere perché ci sarebbe da morire dal ridere se dovessimo fare il fascio completo delle bugie e delle sciocchezze e di tutti i loro autori.

Proseguiamo nell'arduo percorso. Subito dopo la prima perla, Sofri salta il fosso e passa apertamente sul terreno della destra più sfegatata: come mai non manifestaste contro i taliban? Solita scemenza di quelli che non manifestano mai, della maggioranza silenziosa dei menefreghisti più incalliti, che pensano solo ai fatti loro. Ma anche un furbesco ammiccare all'accusa del tipo di quelle che piacciono tanto a “Betulla”: voi siete amici, complici dei terroristi. Siamo già alle soglie del maccartismo.

Domanda, a lui e a Rampoldi: avete mai manifestato contro i taliban? Per quanto riguarda me, e molti altri pacifisti, la risposta è sì. Quando scrivemmo, ben prima della guerra afgana, che i taliban erano stati organizzati dai servizi segreti pakistani, che a loro volta agivano in combutta con la Unocal e la Delta Oil, compagnie petrolifere rispettivamente americana e saudita, che progettavano di far passare oleodotti e gasdotti dal Turkmenistan al Golfo Persico, via Afghanistan.

Di che si occupavano allora Sofri e Rampoldi? Non ricordo di avere letto loro infuocati commenti contro i servizi segreti pakistani e americani. Ma aggiungo un'altra domanda ai due sciocchezzatori: avete mai manifestato contro i mujaheddin? Sì, contro gli eroi democratici come Gulbuddin Hekhmatiar che eroicamente combatterono, con le armi e i dollari americani, per cacciare l'invasore sovietico? Questi li ricordo bene: gl'inni alla “resistenza popolare” afgana “contro il comunismo”. Salvo che poi, quando i sovietici se ne andarono, l'oblio più totale cadde sull'Afghanistan e nessuno si accorse (e naturalmente manifestò nelle piazze) del fatto che i mujaheddin si stavano scannando tra di loro, che ammazzavano i loro compatrioti come le mosche, che Kabul venne rasa al suolo dai cannoni delle diverse fazioni, che le donne che portavano la gonna sopra le caviglie venivano fucilate in piazza, eccetera, eccetera. Adesso Sofri ci parla del regime talibano come di una “tirannide oscena”, e accusa Strada di preferire i taliban a Karzai. Falsa, ovviamente l'accusa. Ma bugiarda l'argomentazione, perché Sofri salta a piè pari i misfatti dei mujaheddin, mettendo tutto in un sacco buio. Quando invece dovrebbe essere chiaro che i taliban arrivarono al potere, nel 1996, dopo quattro anni di scempi, i cui autori non furono i taliban, creati dagli americani, ma i mujaheddin (tra cui Osama bin Laden) alleati degli americani. Dov'erano Sofri e Rampoldi in quel periodo? Di quali farfalle si occupavano?
 

postato da floreana2 | 19:18 | link | commenti
politica, la memoria storica, dis informazione, in-formazione