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giovedì, 31 agosto 2006 Sesso flessibile di Martina Ferri
Non credo di avere in casa un esemplare unico o raro, sono convinta invece che ve ne siano moltissimi in giro. Ma sono certa che siano loro a scegliere le case dove abitare, e credo di aver capito la logica che li guida. Secondo me vivono di gran lunga meglio nelle case dei precari. Se la cavano bene dove c'è un precario, ma potendo scegliere prediligono la coppia. La ragione è da ricondurre allo stile di vita delle persone che appartengono a questa categoria. Il precario, si sa, ha infiniti problemi, legati al tempo e al denaro. Il precario non ha la certezza del lavoro, e di conseguenza del reddito. Pertanto non ha mai tempo, perché il tempo è un lusso di chi sa che può prendere tempo, perché ad un garantito viene retribuito anche il tempo libero. Ma io (che sono una precaria della nuova scuola - co. co. cometepare), e il mio fidanzato (che è precario da prima che il termine venisse coniato) sappiamo bene che per noi non esiste tempo libero, ma solo tempo in cui non si lavora, quindi non si guadagna, quindi si cerca di fare in modo di lavorare. Non so se riesco a farvi apprezzare questa sfumatura. Io non ho del tempo libero, io ho dei momenti in cui non lavoro, momenti angosciosi, che cerco di far durare il minor tempo possibile. Poi ho momenti in cui lavoro, momenti in cui non ho tempo per nulla se non per lavorare, periodi le cui pause non vengono retribuite. Insomma, credo che uno degli aspetti peggiori della mia condizione di precaria sia appunto questa mancanza di tempo. Eppure c'è chi di questa mancanza fa il suo habitat prediletto, il Velociraptus. Il Velociraptus vive e si nutre di piccolissimi momenti, più il lasso di tempo è breve, più egli cresce forte e vigoroso. Faccio qualche esempio: ti svegli tardi per andare a lavoro, hai circa 7 minuti per uscire di casa e se tutto va bene riuscirai ad essere in ufficio con 5 dignitosi minuti di ritardo. Ecco che spunta: ti afferra una caviglia. Attenzione, non ha una presa ermetica, ti puoi divincolare, se vuoi. MA POI CHISSA' QUANDO LO RIVEDI!! Ti stai lavando i denti, sei pronto per partire, ma non proprio pronto, diciamo che la valigia l'hai pensata ma non ancora fatta, vabbè, il treno parte tra 56 minuti, i tuoi colleghi ti aspettano al binario, ce la puoi fare: ti ammicca da dietro lo specchio del bagno! È assai impertinente, ma come puoi resistergli?! Ed eccolo che entra in azione. E' fulminante. Il suo passaggio dura dai 5 ai 10 minuti. Normalmente in seguito alla sua apparizione sei sudato, ma non troppo. Sei sbottonato ma non spogliato. Sei emozionato ma non esattamente appagato. «Meglio di niente», è la frase che ti rimane in testa. Quando hai tempo queste cose le chiami amori fugaci. Quando sei precario: Velociraptus. E' chiara l'etimologia, no? Articolo e foto tratti da Megachip.info
postato da floreana2 | 18:24 | link | commenti (1) giovedì, 24 agosto 2006 La donna non è gente Pina Nuzzo e Stefania Cantatore *
Dispiace ed irrita il titolo scelto da Rizzacasa sulla Stampa di oggi per dar conto di alcune dichiarazioni del mondo femminista a proposito di femminicidio, fenomeno di cui per altro, alcune testate sembrano accorgersi solo se riferito al mondo Islamico. Il presunto “silenzio per ferie” è una forzatura, è una suggestione falsa per quanto riguarda, in particolare, dichiarazione resa da Pina Nuzzo dell’Udi. Certo, le ferie ce le meritiamo anche tutte noi che da sempre lavoriamo nella zona di latitanza istituzionale, del contrasto e la denuncia della strage quotidiana di donne (solo a tratti manifesta sui media). Ma quest’anno molte, nella nostra associazione, hanno rinunciato al giusto riposo, per dare la giusta preparazione al seminario-scuola di politica per il contrasto appunto al femminicidio ed alla violenza. Su iniziativa della sede nazionale e che si terrà a Lecce l’1, 2, 3 Settembre. Abbiamo scelto che l’acronimo UDI fosse la sintesi dell’anima internazionalista del movimento delle donne, sostituendo donne Italiane con donne in Italia. Lo abbiamo fatto nella convinzione che fosse necessario alla nostra civiltà il riconoscimento che il conflitto uomo-donna sia una costante, e che ogni cultura deve imparare ad elaborarlo e viverlo dialetticamente per crescere, a partire dalla prima insopprimibile differenza. Il femminicidio (quanto scandalo quando a Napoli quando per la prima volta, noi dell’UDI, lo definimmo così. Omicidio, senza genere, stempera i significati) è una piaga, è omicidio, e questo (neutro nel genere) è punito in tutti gli stati, fino alla pena di morte. Uccidere è reato, ma non in guerra, non per difendere la proprietà, ed anche in pace le attenuanti sono tante: una di queste è l’identità sessuale. Donna è poco anche quando vittima, poco grave è l’ultima ingiuria perché provocata, indotta secondaria ad altri problemi più gravi. Stabilità, famiglia e ordine economico valgono più della vita delle donne. Se è vero che l’equilibrio sociale si fonda in gran parte sul rispetto dei codici di una comunità, quella ospitante e quella ospitata, è anche vero che detti equilibri, dall’una e dall’altra parte, contano sul mantenimento delle gerarchie all’interno delle famiglie e dei gruppi, dove la collocazione subalterna femminile è simbolo e condizione per la continuità e la trasmissione dei valori. È così che “la donna non è gente”: quando si varca la soglia degli assordanti silenzi privati, le differenze etniche lasciano lo spazio alla sconcertante somiglianza culturale tra paesi e identità lontane. Hina sgozzata, fa più orrore o più dolore delle bimbe svuotate di Ciudad Juarez, delle donne “macellate” e chiuse nei sacchi neri, delle donne uccise dalla furia di uomini che contano di ritornare a farlo dopo 5 anni di prigione? Non per chi guarda al quotidiano laicamente e fuori dalle ideologie. Ai delitti si rimedia, nel sistema che ci siamo dati o che subiamo, ma il contrasto è un’altra cosa. L’occhio al rimedio, al ripristino degli equilibri che le vittime hanno leso, è spesso parte del femminicidio. Ogni società ospitante ha il suo, le sue regole sulle quali apparentemente ne stridono altre. Eliminare la vittima dal contesto della discussione, trasferire quest’ultima lontano dal sangue che rende uguali tutti i delitti, piega il caso al comodo di una politica che ha già, di fatto, reintrodotto il delitto d’onore. “La donna non è gente”, è la vittima che scompare, e le attenuanti riconosciute nei tribunali saranno misurate sulla lunghezza di una gonna, su un chador dimesso, sull’integrità (ancora) del suo imene. Quante volte ha denunciato Hina, quante volte la ragazza di Biella morta per mano del suo aguzzino? È qui che si vede che la logica del rimedio è in antitesi col contrasto, è qui che si vede come il rischio corso da chi uccide una donna è così basso da non impedirgli di portare a termine il suo disegno. Noi chiediamo contrasto e salvaguardia, patti chiari e civili tra generi. E non andiamo mai in ferie. Lasciamo raffreddare i nostri computer e i telefonini, qualche volta, perché quel che facciamo e sappiamo è molto di più di quello che, non solo dalla Stampa, si vuole ascoltare. * Pina Nuzzo e Stefania Cantatore da wonenews.net
postato da floreana2 | 20:02 | link | commenti (6) domenica, 20 agosto 2006 Gli occhi di Hina di Alessandro Savorelli
Occhi troppo intelligenti quelli di Hina, per venire a morire sgozzata da chissà quale capanna polverosa in mezzo alle villette della Val Trompia. Troppo intelligenti per suo padre, che continua a ripetere ossessivamente al magistrato che lei si comportava «come una p.». Troppo intelligenti per la canaglia paesana che ha scorrazzato per la valle insultando tutto e tutti: l’islam e la sinistra che vi cercherebbe qualche altro mazzetto di 24.000 voti. Troppo intelligenti per i sociologi della porta accanto che ora discettano sui media di integrazione impossibile, di culture non mescolabili e altro, o ripetono in una smorfia da gargotta il grido di Lucrezio, tantum religio potuit suadere malorum.
Per puro caso qualche giorno prima avevo visto Un bacio appassionato di Ken Loach, vicenda speculare a quella di Brescia, una love story pakistano-irlandese nei sobborghi di Glasgow, con matrimoni combinati e tutto il resto. C’è il lieto fine, papà si limita a spaccare un po’ di vetri di casa, ma, soprattutto ci sono le parti invertite: il pakistano è un lui e di fronte a lui la famiglia finisce per abbozzare. Vorrei che una scrittrice scrivesse di Hina, come di Suad e le altre, ne ritraesse il volto vero, la storia, i sentimenti, senza le ciance dei media: vorrei che fosse tradotto in tutto il mondo. Vorrei che qualcuno mi dicesse cosa pensa di fare sul serio, e non mestasse il torbido del ‘ributtiamoli a mare’ o delle radici cristiane. Vorrei sapere se il gesto di quel padre disgraziato è nato tra l’ostilità, i contributi non pagati, gli affitti esosi, le pernacchie dei ‘cristiani’, lo sterco di porco di Calderoli e soci. Vorrei sapere se ognuno fa la sua parte, se il comune cerca una qualche integrazione, se i vicini di casa gli parlavano: o se si limitavano a farsi costruire le villette al nero e ogni tanto un kebab, che non è mica male. Vorrei sapere se c’è una strategia per rispondere a Lucrezio: se c’è all’ONU, in Vaticano, alla Farnesina e a Sarezzo. Vorrei sapere se gli occhi intelligenti di Hina possono far dire o vedere qualcosa che resti o se sarà solo l’occasione per l’ennesimo grido di guerra coprofilo di Borghezio o di un’altra maglietta di Calderoli o di un dibattito agostano sulla legge di cittadinanza, un dibattito 'prosciutto melone e frizzantino', così, per ingannare il controesodo.
postato da floreana2 | 19:50 | link | commenti (2) |