[Il Vento e L'Anima]
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sabato, 30 settembre 2006

 Il Demone Amante

 Erica Jong

Incapace di sopportare le falsità –
le ragazze che chiamavano
ogni volta che venivi
nel mio letto –
sono fuggita
e ora sogno di te

sapendo che tu
stai sognando di me,
sapendo che saremo sempre
l’uno la musa dell’altro, l’amante proibito,
strega e stregone,
legati da un filamento di carne,
mio amore attraverso lo specchio.

Sogno di te
come la strega
accanto al focolare del marito
sogna il gran maestro
della congrega,
sogna le pietre roventi
che pungono la carne,
mentre il suo buon marito
le carezza il fondoschiena,
mormorando parole
di mite amor domestico.

Tu sei il mio demone,
il diavolo nella carne,
il bimbo selvatico,
il ragazzo dagli occhi di brace,
il cattivo seme che accolsi
nel mio corpo,
l’ago infetto
che bramavo
più intensamente
della salute.

Da ogni riva di mare
ti vedo agitare le braccia
fuori delle onde spumeggianti
mentre anneghi
solo per rinascere
nella schiuma
tra le mie gambe.

In ogni letto
appari, spiritello sensuale,
prendendoti gioco dei miei amanti
coi tuoi scintillanti occhi azzurri
ed il bastone incurvato del tuo uccello
odoroso di zolfo.

Tu sei un guaio, un guaio doppio,
un guaio triplo,
la rovina della pace,
ma fai bollire
il mio calderone.

Sogno di te sempre
mentre giaccio
tra le braccia protettive
di un altro.
Sogno di te
come la strega condannata
sogna la fine
al rogo,
quando, legata al palo in fiamme,
offrirà la sua carne
perché divenga fumo,
i capelli perché divengan cenere,
l’anima perché sia portata via
sulle ali del vento,
a sposare, sposare, sposare
l’ultimo fuoco.

postato da floreana2 | 21:06 | link | commenti (1)
il mio desiderio, differenza, cultura eventi poesia

giovedì, 28 settembre 2006

 La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini

 

Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile.  Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa  di morte violenta e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo.  E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche..

Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne?
Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.

Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.

Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.

La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo.

Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.

L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme,  modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.

La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.  

Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.

Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile

La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia.  Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago.  Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con otto  coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno.  Ultimo caso
di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.

Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra.

Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza.  E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.

Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.

Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di  una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.

La violenza è l’emergenza più drammatica. Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.

Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà:

Il corpo femminile è negato con la violenza. Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia,  nell’informazione, nell’impresa.

Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro.

Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.  

Primi firmatari

Alberto Leiss,   Marco Deriu,   Stefano Ciccone,   Jones Mannino,   Massimo Michele Greco,   Sandro Bellassai,    Claudio Vedovati.

 

Adesioni

Davide Rossi, Umberto Varischio, Gianfranco Proietti, Luca Proietti, Giuseppe Colosi, Lino Giaccone, Diego Bortolameotti, Francesco Lauria, Beppe Pavan, Daniele Barbieri, Roberto Poggi, Massimiliano Luppino, Andrea Baglioni, Luigi Zoja, Fausto Perozzi, Alessio Surian, Gianluca Borghi, Mattia Toscani, Eugenio Caggiati, Marcello Acquarone, Attilio Mangano, Roberto Illario, Daniele Bouchard, Luciano Sartirana, Corrado Roncaglia,, Franco Toscani, Giacomo Mambriani, Marco Cazzaniga, Gianni Ferronato, Livio Dal Corso, Carlo Marchiori, Marco Sacco, Vanni Bertolini, Francesco Camattini, Luciano Marmocchia, Giuseppe De Nigris, Marco Cervino, Gianni Caligaris, Domenico Matarozzo, Sandro Mezzadra, Stefano Sarfati Nahmad, Alberto Moreni, Enrico Ottolini, Vittorio Cotesta, Alessandro Bosi, Franco Caldera, Ettore Lo Maglio Silvestri, Goffredo Fofi, Cesare Del Frate, Daniele Licheni, Nicola Sinopoli, Enrico Euli, Roberto Verdolini, Antonio D’Andrea, Silvano Cogo, Christian Carmosino, Sandro Coccoi, Giacomo Truffelli, Gianfausto De Dominicis, Michele Citoni, Franco Insalaco, Gigi Malaroda, Andrea Rigon, Nicola Negretti, Nicola Ricci, Mario Gritti, Gianfranco Neri, Osvaldo Pieroni, Andrea Lavagnoli, Antonio Cinquantini, Paolo Scatena, Antonio Canova, Michele Poli, Domenico Rizzo, Stefano Montali, Fernando Lelario, Alessio Miceli, Alessandro Quintino, Gabriele Galbiati, Renato Sebastiani, Giuliano Dalle Mura, Stefano Vinti, Pietro Craighero, Rino Genovese, Giampiero Bernard, Lorenzo Di Santo. (93)

foto e articolo tratti da universitadelledonne.it

postato da floreana2 | 14:13 | link | commenti (1)
politica, differenza, uomini contro, campagna, in-formazione

venerdì, 22 settembre 2006

 EXTRA OMNES

 di Giuseppe Genna

 

Sono stati scritti pochi libri, troppo pochi, sul caso infinito del rapimento di Emanuela Orlandi. Dal giugno 1983 a oggi, in un vorticare confuso, abnorme, di rivelazioni finte e parziali verità, di passaggi di mano degli atti e di investigazioni finite nel nulla, il testo più esplicativo e giornalisticamente sconcertante è quello di Antonio Fortichiari (E' viva. La scomparsa di Emanuela Orlandi, Tropea, 2003), che addita piste innovative con discrezione e con il supporto di lacerti di prove imprescindibili.
Non è questa l'ambizione di Gaja Cenciarelli, che con Extra Omnes realizza un'opera fondamentale, una tipologia precisa di lavoro culturale che su Carmilla ci siamo spesso auspicati venisse affrontata: Cenciarelli, coetanea della Orlandi, racconta il caso compiutamente, intrecciandolo con il proprio sguardo di ragazzina che, ai tempi del sequestro aveva 15 anni. I Settanta e gli Ottanta raccontati dalla prospettiva di chi li ha vissuti essendo bambino: una possibile soluzione e chiusura di ferite in una nazione a lacerazioni multiple, che paiono non suturabili.

emanuelaOrlandic.jpgHo molto studiato il caso Orlandi, perché è a mio avviso il centro vuoto di una rete di connessioni che, prima della scomparsa della ragazza - e durante, e dopo - creano un labirinto inestricabile che raffigura un momento apicale della storia italiana: è l'Italian Tabloid che ho sempre desiderato scrivere. Le relazioni con fatti capitali della nostra storia contaminano il corpo e la mente di una ragazzina innocente che fa le spese di un gioco anonimo (o fin troppo poco anonimo) che interrela tutti i protagonisti della Guerra Fredda in una delle sue fasi apicali: Emanuela Orlandi è l'occhio del ciclone, perfettamente vuoto e non individuabile, di uno scatenamento climatico infernale. Questo vuoto si oppone a un "troppo pieno" di storia, un clima da scirocco (sto citando la prospettiva storica dell'omonimo romanzo di Girolamo De Michele) in cui si addensano nubi per scatenamenti di uragani in serie infinita: connessioni con il caso Moro, con l'attentato al Papa, con la scoperta della P2, con la fine delle BR, con la Banda della Magliana, con gli intrecci neri in Vaticano, con la presenza di agenti segreti dell'est e dell'ovest su un suolo a sovranità limitata. La stessa vicenda, riassunta in questo memorabile libro di Gaja Cenciarelli, pullula di comprimari ambigui, protagonisti segreti, disinformatori di professione: dai primi telefonisti italiani (uno, addirittura, definito "pariolino") che hanno lo scopo di ritardare indagini serrate, fino alla comparsa della leggenda nera telefonica soprannominata "l'Amerikano" e agli incredibili e grotteschi Komunicati del Fronte Turkesh (che dopo il '90 si svelarono essere atti di depistaggio a opera dei vertici della Stasi) e, di contro, l'opposta e inquietante fazione americana detta Phoenix. Il tutto mentre si alternavano gli appelli del Papa, le menzogne contraddittorie di Agca, i "consigli" dei Servizi italiani, l'ipotesi della tratta delle bianche a opera di forze di polizia, ad amplificare la confusione e il dramma della famiglia Orlandi. I poveri Orlandi, la cui scomparsa della figlia si intreccia con un sequestro quasi contemporaneo e geograficamente prossimo, quello di Mirella Gregori: innocenti sommersi da melma umana, da profittatori per cui un'innocente - come non manca di annotare con freddezza accusatoria l'autrice di Extra Omnes - è dopotutto un effetto collaterale e trascurabile.
Il punto, però, non è questo. Il punto è che la vicenda di Emanuela Orlandi si trascina fino a oggi, se solo nel 2001 si poteva bizantineggiare sul ritrovamento di un teschio nella chiesa di San Gregorio VII in Roma e chiedersi se si trattava di un resto della ragazza. Emanuela Orlandi - non la ragazza, ma il caso - inizia con Craxi nominato primo ministro, affianca la morte di Berlinguer, la sconfitta del Pci di Natta al referendum sulla "Scala mobile" (altrochè Legge Biagi: il super-precariato di una generazione inizia da lì) e doppia la caduta del Muro, Tangentopoli, le derive letamose dei Novanta e dei nostri anni: cioè, coincide con una generazione, che è precisamente quella mia e di Gaja Cenciarelli. La quale ha il coraggio di scrivere un resumé incrociato con lo sguardo di una vita - la sua - che cresce al crescere dei misteri estenuanti della scomparsa della ragazza con la fascia in testa, il cui volto era stampato in manifesti ubiqui, che ossessionarono ai tempi chi, la Guerra Fredda, la viveva da minorenne, ma la viveva comunque, portandone le ferite nell'immaginario e nel sistema emotivo. E' da questa ossessione della storia - una storia "senza", la storia di una scomparsa, molto concreta e molto vicina, se è vero che l'autrice del libro viveva a poche centinaia di metri dal luogo del rapimento di Emanuela Orlandi - che Gaja Cenciarelli erige non un romanzo e non un saggio, ma un libro che appartiene all'unico genere universale, il quale dà fondamento agli altri generi letterari: la tragedia attraverso ossessione. Il suo racconto intreccia se stessa al caso Orlandi, è fitto di domande che non hanno risposta e potrebbero averla, se solo i responsabili ancora in vita parlassero. Perché molti sono morti, nel frattempo: dal padre di Emanuela, Ercole Orlandi, che ricordo in una delle prime interviste al tg2 come un tronco squarciato da un fulmine ma che resta in piedi, fino a molti dei mestatori o degli occulti protagonisti di questa vicenda immorale, di questo emblema del male che l'uomo perpetra nei confronti dell'uomo (uno su tutti: il comandante Estermann, coinvolto nell'ambiguo caso dell'omicidio-suicidio tra guardie svizzere in Vaticano: ai tempi, fu lui a chiudere le investigazioni interne; o il cardinal Poletti, il contatto con i veri o presunti rapitori). A fronte di questo gorgo di sterco antiumano e politico, il libro di Gaja Cenciarelli è scientificamente uno j'accuse in forma di una serie di domande ed è un colpo sparato al cuore dell'umanesimo inesistente che non presiede più alla coesione di una comunità nazionale: è un proiettile di pura pietà, ma è un proiettile. La pietà che accusa. Accusa con domande semplici, con ricordi del senso di colpa provato mentre si cresce e si fa esperienza avendo a fianco un'assenza che è penetrata nell'immaginario - tu diventi adulto ed Emanuela Orlandi è fissata in quel manifesto, nei suoi eterni 15 anni, senza che i responsabili di questo abominio permettano ai famigliari di ottenere la certezza di un lutto o la prova dell'esistenza in vita della loro figlia (se penso che Ercole Orlandi è morto senza nessuno di questi due conforti, la rabbia mi aumenta esponenzialmente).
I lettori ideali di questo libro? L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il senatore a vita Giulio Andreotti, il non venerabile ma autenticamente vecchio Licio Gelli, l'ex espertissimo di curia ora pontefice Benedetto XVI - tutta gente che c'era, ha visto e ha fatto o non ha fatto cose, della cui portata (irrisoria o fondamentale, vana o decisiva) mai sapremo nulla, mentre ne avremmo il diritto. D'altra parte, i lettori ideali di Extra Omnes sono gli stessi scrittori italiani che, a parte poche luminose eccezioni, si sono ben guardati dal raccontare, dall'esplorare, dal fare esplodere le prospettive, dal compiere un rito apotropaico sporgendosi su una materia così incandescente che può fondere i lineamenti. Lo ha fatto per tutti noi Gaja Cenciarelli e di questo le sono grato: è uno dei rari gesti con cui la mia generazione si arroga il diritto di chiudere le ferite che i predecessori hanno aperto e non sono riusciti a ricucire, fottendosene delle conseguenze storiche ed emotive, fottendosene dei posteri, fossero figli o nipoti. E' un gesto di appropriazione di parola, che giustifica l'atto per cui, se voglio, scrivo degli anni Settanta e me ne fotto della sollevazione di personalismi memoriali da parte di una generazione - quella precedente alla mia, che gli anni Settanta li ha fatti, mentre io li ho subiti - che ha contribuito se non causato il crollo dell'immaginario di una nazione, l'abisso della sua coscienza storica, l'abominio della dimenticanza e dello schifo che questo Paese è diventato.

Gaja Cenciarelli - Extra Omnes. L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi - Zona - 15 euro

da carmillaonline

postato da floreana2 | 10:28 | link | commenti (1)
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