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martedì, 30 gennaio 2007

Le donne della Collezione Prinzhorn

Un viaggio attraverso le opere d’arte realizzate dalle recluse degli ospedali psichiatrici del primo Novecento, alla scoperta di disegni, pitture e ricami sopravvissuti ad un lungo silenzio, senza invecchiare.

Di donne nei manicomi e nelle altre istituzioni psichiatriche europee dei primi anni del XX secolo ce n’erano molte, moltissime. Venivano spesso rinchiuse per “atteggiamenti non conformi” allo stereotipo femminile difeso dalla società patriarcale e condannate alla reclusione per tempi molto lunghi.

Le indagini condotte negli ultimi vent’anni sui meccanismi che hanno favorito la patologizzazione delle donne mostrano come la psichiatria di inizio secolo sia stata tra i protagonisti di questa modalità discriminatoria: senza neppure scomodare il tema del desiderio femminile o dell’amore lesbico, è sufficiente confrontarsi con alcune affermazioni contenute nei dossier psichiatrici di quegli anni per rendersi conto della grandezza del problema, come nel caso di Charlotte C..
Siamo nel 1917, la paziente ha già vissuto tre anni di internato quando, a seguito ad una domanda di matrimonio, la sua situazione viene riesaminata. Riporta il dossier: “La paziente ha potuto lasciare l’istituzione in quanto presentava di nuovo i segni esterni di una signora” e il suo psichiatra conclude affermando che il progetto di Charlotte “è di buon auspicio per un’evoluzione sana”.

La follia ha suscitato un notevole interesse agli occhi di numerosi artisti e storici dell’arte tanto da portare, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, alla concettualizzazione di un’arte psichiatrica separata da quella delle avanguardie. E anche qui la “rappresentanza di genere” ha subito un duro colpo. Tra il 1918 e il 1921 lo psichiatra tedesco e appassionato di arte Hans Prinzhorn si dichiarò affascinato dalla plasticità delle opere di alcuni ricoverati nella clinica universitaria di Heidelberg, dove lavorava in qualità di assistente e chiese ai suoi colleghi di fornirgli esempi di opere che mettessero in risalto “la percezione individuale del mondo” dei loro pazienti. Fu così che nel 1922 giunse a costituire una vasta collezione, unica per il suo tempo e che divenne negli anni un riferimento importante per l’arte psichiatrica.

“Tanto le donne si manifestavano veementemente nell’istituzione psichiatrica, tanto la Collezione Prinzhorn le presenta in modo discreto - afferma Bettina Brand-Claussen, assistente scientifica alla Collezione di Heidelberg. - E quando ve ne sono, si trovano classificate tra gli Scarabocchi non figurativi e i Disegni ludici a tendenza ordinata raggiungendo raramente quello che viene dallo psichiatra definito l’Affascinante stravaganza”.

La Follia al femminile (Waanzin is Vrouwelijk, La folie au féminin, Madness is female, edizioni Museum Dr. Guislain, 2006, 24 €) è il titolo del catalogo tratto dall’omonima mostra, ospitata di recente dal museo del Dr. Guislain di Gand (Belgio). Un’iniziativa che ha contribuito a colmare un vuoto, presentando le opere delle artiste della Collezione Prinzhorn sotto un’altra luce.

La mostra e il libro sono il risultato degli studi compiuti negli ultimi venti anni da un gruppo di studiose e storiche dell’arte per cercare di correggere la marginalizzazione imposta alle donne nella professione artistica in ambito psichiatrico. “L’assenza delle opere delle donne nella Collezione – prosegue Bettina Brand-Claussen – deriva da una definizione maschile dell’arte e del mestiere di artista, ma è anche responsabilità delle stesse istituzioni psichiatriche che hanno suggellato il silenzio, privato di mezzi e di possibilità espressive le pazienti quando addirittura non ne hanno stravolto il senso per adeguarlo a canoni più sani e convenzionali”.

Dalle donne ci si attendeva che si limitassero all’artigianato. Ricamo, tessitura e decorazione erano le vie d’espressione permesse alle brave ragazze e un mezzo espressivo per le ricoverate che venivano indirizzate a questo genere di attività per recuperare la “normalità”. Dagli archivi esaminati durante le ricerche emerge che “alcune ricoverate possedevano un gran talento, erano creative e capaci di elaborare strategie estetiche e metodi di lavoro originali in assenza di qualunque indicazione - scrive Gisela Steinlechner in uno dei saggi introduttivi che arricchiscono il catalogo – senza poi però essere riconosciute”.

Prendendo spunto dalla propria condizione di segregazione, le artiste hanno tradotto su carta e stoffa il rapporto con il proprio corpo e la propria visione del mondo. I soggetti maggiormente rappresentati sono i luoghi abitati in un passato più o meno lontano, forse un tentativo di ricreare uno spazio che nulla abbia a che vedere con il mondo spersonalizzato e confinato del manicomio.

Le case trasparenti di Marta Hoge, internata nel 1909 a seguito di reiterati tentativi di suicidio, mostrano contemporaneamente l’esterno e l’interno disabitato e privo di oggetti. Gli edifici in vetro di Louise Bourgeois dal chiaro titolo Glass House/No secrets seguono lo stesso ideale, mentre Eugénie P., internata nell’ospedale psichiatrico svizzero di Préfargier, scelse di rappresentare unicamente gli interni realizzando delle perfette case di bambola, completamente arredate dove non manca nulla e dove ogni oggetto possiede un’annotazione che ne descrive l’uso o conserva il ricordo di uno spazio divenuto inaccessibile.

I ritratti e gli autoritratti (sebbene più rari) costituiscono un altro mezzo importante per affermare la propria identità in un luogo come il manicomio. Ne sono un esempio le mani e i piedi di Getrud Schwyzer, che scelse di ritrarre solo le parti da lei giudicate importanti, e le figure di donne tutte intere, elegantemente vestite e colorate di Elisabeth Faulhaber, i cui contorni sono mobili e instabili grazie alla tecnica dello sfumato.

Ferri da calza, ago e uncinetto erano gli strumenti più facilmente accessibili alle recluse, segno sottile della tendenza alla repressione, di un mezzo per rieducare le donne alle ‘virtù femminili’ dimenticate con la malattia. Molte di loro, tuttavia, li adoperarono in modo trasgressivo, come Agnes Emma Richter, sarta di professione, internata nel 1898 presso il manicomio di Dresda e messa in seguito sotto custodia a Hubertburg: utilizzò il tessuto grigio delle lenzuola manicomiali per cucirsi un vestito che poi ricamò con testi interamente autobiografici, indossando così la narrazione del proprio malessere.

Anche la scrittura ha un ruolo importante: disordinata o perfettamente simmetrica, fatta di singole parole o fiumi di testo, costituisce il mezzo per esprimere il proprio disagio in un contesto in cui la propria verità non era compresa. Emma Bachmayr, finita molto giovane prima in un convento, da cui uscì dopo essere a suo dire “divenuta pazza per le troppe preghiere” venne poi internata a Regensburg per manie di persecuzione. Nei suoi testi, intrecci di parole e frasi scritte di volata attraversano il foglio in ogni direzione, accavallandosi e ripetendosi all’infinito, per rivendicare il diritto di denunciare chi vuole impedirle l’accesso al proprio capitale e “contro i torti causati ai bambini adottati, orfani e ai malati mentali”.

Laddove, poi, la società non ha più spazio per le donne di una diversa disposizione - eccetto che nei luoghi ristretti degli istituti - molte hanno tentato la fuga verso altre sfere. Spiriti protettori, angeli guardiani e simili emblemi assicurano la protezione contro la miseria della reclusione e ricorrono nel repertorio espressivo delle artiste. Come nell’opera di Else Blankenhorn, la sola donna rientrata nella parte più importante della Collezione Prinzhorn. Volti angelici di donne calme e sorridenti popolano i suoi immaginari biglietti di banca dai tagli smisuratamente elevati, dieci milioni di miliardi, cento milioni di miliardi. Immedesimatasi nella pelle dell’imperatore Guglielmo coniò questa cartamoneta immaginaria “per destinarla alle coppie seppellite vive”. Un mezzo interessante ed esteticamente molto convincente per concedersi uno spazio immaginario di autonomia in un luogo di totale reclusione e dipendenza.

Fonti: womenews.net - prinzhorn.un-ihd.de

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lunedì, 29 gennaio 2007

 Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana

di Mauro Manno

 Signor Presidente

 

Da quanto leggo su televideo lei avrebbe dichiarato:

“No all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.

“Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.

Se questo è realmente il suo pensiero, e naturalmente mi auguro che non lo sia, mi lasci dire che queste sono affermazioni errate e gravi e mi auguro che suscitino, da parte di numerosi italiani, una reazione calma e ragionata ma ferma.

Signor Presidente,

mi consenta di dissentire dalla prima frase da lei pronunciata. Lei sostiene che l’opposizione al sionismo è antisemitismo mascherato. Né si può pensare che Lei abbia voluto dire che solo alcuni antisemiti nascondono il loro antisemitismo reale dietro un preteso o falso antisionismo. Lei ha formulato il suo pensiero in modo inequivocabile: per Lei chi è antisionista è antisemita sic et simpliciter. Io sono d’accordo con lei che l’antisionismo è la “negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico e delle ragioni della sua nascita” ma sostengo con decisione che la negazione delle ragioni della nascita dello Stato ebraico e la sua sostituzione con uno Stato democratico unico di ebrei e palestinesi su tutta la Palestina non potrà che arrecare bene agli ebrei, ai palestinesi, ai popoli mediorientali e del mondo intero. Ritengo, e non sono l’unico visto che molti ebrei antisionisti sono dello stesso avviso, che lo Stato sionista per soli ebrei è uno Stato razzista, coloniale e espansionista, non diversamente da quello che era lo Stato razzista per soli bianchi del Sud Africa. La natura sionista di Israele è una minaccia per la pace mondiale e per gli stessi ebrei.
 

Signor Presidente,

non sono un negazionista dell’Olocausto e non nutro sentimenti anti-ebraici. Desidero solo che gli ebrei in Palestina non neghino ai palestinesi un diritto che rivendicano per sé. I palestinesi, profughi e residenti in Israele o nei territori occupati, hanno diritto a vivere in Palestina in pace e in armonia, godendo delle libertà democratiche che tutti i popoli del mondo meritano. Questo principio che noi non neghiamo agli ebrei di Palestina, Israele lo nega ai palestinesi.

Lei forse è favorevole agli stati etnici? Mi sembrava di aver capito che Lei e il partito da cui proviene eravate favorevoli agli Stati democratici in cui tutti i cittadini sono uguali indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dalla cultura o altro, a cui appartengono. Forse mi sono sbagliato. Non capisco perché l’Italia e l’UE si sono impegnati per l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri in Sud Africa, o si impegnano oggi per l’uguaglianza e la convivenza tra serbi e cossovari in Kossovo, tra macedoni e albanesi in Macedonia, tra musulmani, ortodossi e cristiani in Bosnia, tra sciiti, sunniti e cristiani in Libano e poi sostengano il carattere esclusivamente ebraico di Israele?

Forse Olmert ha chiesto anche a Lei, come ha fatto con il Signor Prodi, di difendere Israele in quanto Stato esclusivamente ebraico e sionista?

Se questo è il suo pensiero, voglio chiederLe:

-         se Israele decidesse di deportare i cittadini israeliani non ebrei, come chiede da tempo il ministro razzista Avigdor Lieberman, Lei appoggerebbe questa politica in nome della difesa del carattere ebraico dello Stato israeliano?

-         ignora Lei forse che i cittadini non ebrei d’Israele non hanno gli stessi diritti degli ebrei? Non sa forse che è proibito per legge ad un cittadino israeliano non ebreo di acquistare proprietà terriere da un ebreo? Ignora forse che esistono strade che collegano Israele alle colonie nei territori occupati su cui non possono circolare (non i palestinesi dei territori occupati, questo tutti lo sanno) ma i cittadini arabi di Israele? Le ricordo, inter alia, anche che è negato il ricongiungimento al coniuge ad un cittadino arabo d’Israele se questo coniuge proviene dai territori occupati. Spero che Lei sia informato sulla proposta di legge nella Knesset che prevede di togliere la nazionalità israeliana ad un cittadino arabo d’Israele se costui non dichiara fedeltà al sionismo. Si renderà conto che questo corrisponde a volere l’accettazione dell’ingiustizia storica che il sionismo ha fatto ai palestinesi da parte delle stesse vittime dell’ingiustizia.

-         Non ritiene che portare quegli ebrei (per fortuna non sono tutti gli ebrei) che sostengono Israele a liberarsi di una forma statale che discrimina i cittadini non ebrei, che impianta colonie su territori fuori dai suoi confini, che conduce una guerra contro una popolazione occupata e indifesa, che possiede armi nucleari e non aderisce al trattato di non proliferazione nucleare e all’AIEA, che è stata condannata mille volte nell’ambito dell’ONU, non equivalga ad un bene per loro e per i palestinesi?

-         e infine l’ultima domanda: se l’Italia (che lo ha già fatto nel passato) dovesse attuare una politica discriminatoria verso i suoi cittadini ebrei come Israele discrimina i suoi cittadini non ebrei e dovesse riprendere, malauguratamente, una politica coloniale, Lei non riprenderebbe la lotta contro il regime o il governo che così si comportasse?

Allora perché non si può combattere un regime, quello sionista, che è discriminatorio, razzista e colonialista? Nessuno sta proponendo un nuovo olocausto ebraico, gli antisionisti vogliono solo uno Stato non confessionale, non etnico, non razzista in Palestina, per gli ebrei e per i palestinesi. Non diversamente da quello che sono tutti gli stati autenticamente democratici nel mondo.

Signor Presidente,

si dà il caso che sono uno studioso del sionismo. É quindi sulla base dei miei studi di questa ideologia politica che Le scrivo. Le ricordo alcuni fatti:

Primo tra tutti la collaborazione dei sionisti (di destra e di sinistra) con gli antisemiti, con il fascismo e il nazismo. Si è trattato di una collaborazione lunga ed estremamente dannosa per gli ebrei non sionisti (che allora erano la stragrande maggioranza). Per quanto ciò possa apparire incredibile, la collaborazione dei sionisti con i fascisti, i nazisti e gli antisemiti, storicamente documentata, si fondava su una logica di scambio criminale a danno degli ebrei. I sionisti hanno appoggiato i regimi fascisti e antisemiti prima e durante la seconda guerra mondiale, chiedendo in cambio di permettere loro di portare gli ebrei in Palestina per realizzare il loro progetto coloniale. Gli ebrei che non accettavano di emigrare in Palestina sono stati abbandonati al loro destino. Gli antisemiti erano ben contenti di liberarsi degli ebrei in questo modo. Non è vero che gli antisemiti sono antisionisti come lei sostiene ma è vero proprio il contrario. Non metterà in dubbio, spero, le parole dello scrittore israeliano Yehoshua che qualche anno fa ha dichiarato:

“I gentili hanno sempre incoraggiato il sionismo, sperando che li avrebbe aiutati a liberarsi degli ebrei che vivevano tra di loro. Anche oggi, in una maniera perversa, un vero antisemita deve essere un sionista”.
[1]

Lo scrittore israeliano dimentica però di dire che anche i sionisti, in maniera perversa, hanno incoraggiato gli antisemiti affinché allontanassero gli ebrei dai loro paesi e li consegnassero agli attivisti sionisti pronti a portarli nelle colonie in Palestina. Un vero sionista è un amico degli antisemiti.

Questo aspetto vergognoso della storia del sionismo inizia con il suo stesso fondatore, Theodor Herzl. Nell’agosto del 1903, Herzl si recò nella Russia zarista per una serie di incontri con il Conte von Plehve, ministro antisemita dello Zar Nicola II e Witte, ministro delle finanze. Gli incontri avvennero meno di 4 mesi dopo l’orrendo pogrom di Kishinev, di cui era direttamente responsabile von Plehve. Herzl propose un’alleanza, basata sul comune desiderio di far uscire la maggior parte degli ebrei russi dalla Russia e, a più breve termine, allontanare gli ebrei russi dal movimento socialista e comunista. All’inizio del primo incontro (8 agosto) von Plehve dichiarò che egli si considerava “un ardente sostenitore del sionismo”. Quando Herzl cominciò a descrivere lo scopo del sionismo, il Conte lo interruppe affermando: “Predicate a un convertito”.

In un successivo incontro con Witte, il fondatore del sionismo si sentì dichiarare apertamente: “Avevo l’abitudine di dire al povero imperatore Alessandro III: se fosse possibile annegare nel mar Nero sei o sette milioni di ebrei, io ne sarei perfettamente soddisfatto; ma non è possibile; allora dobbiamo lasciarli vivere”. E quando Herzl disse di sperare in qualche incoraggiamento dal governo russo, Witte rispose: “Ma noi diamo agli ebrei degli incoraggiamenti ad emigrare, per esempio dei calci nel sedere”.
[2]

Il risultato degli incontri fu la promessa di von Plehve e del governo russo di

un appoggio morale e materiale al sionismo nel giorno in cui alcune delle sue azioni pratiche sarebbero servite a diminuire la popolazione ebraica in Russia”. [3]

“Se noi [sionisti] – diceva Jacob Klatzkin - non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. É giusto, quindi, che essi [gli anti-semiti] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti”.[4]

Queste parole, e l’atteggiamento conseguente dei sionisti, hanno certo dato argomenti preziosi ai nazisti che sostenevano appunto che gli ebrei erano una nazione estranea nella loro nazione.

“Per i sionisti, affermava senza vergogna Harry Sacher, un sionista inglese - il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e comprensione per il nazismo, di cui l'anti-semitismo è probabilmente un aspetto passeggero”.
[5] 

Non è solo cecità politica, è collaborazione criminale col nemico degli ebrei. E Lei, Presidente, vuole chiudere gli occhi su questo aspetto della storia del sionismo? Le ricordo poi che i nazisti rispondevano molto positivamente alle offerte dei sionisti come dimostra questo brano di una loro circolare:

“I membri delle organizzazioni sioniste non devono essere, date le loro attività dirette verso l'emigrazione in Palestina, trattati con lo stesso rigore che invece è necessario nei confronti dei membri delle organizzazioni ebraico-tedesche (cioè gli assimilazionisti)”.
[6]

E Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS dichiarava:

“Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino”.
[7]

La colonizzazione della Palestina era ben vista dai nazisti. Tra colonialisti ci si intende. Questo per ricordarLe che i nazisti, con l’aiuto consapevole dei sionisti, hanno colpito solo quegli ebrei che intendevano vivere nei paesi in cui erano nati e non volevano rendersi responsabili dell’occupazione della Palestina e della conseguente e inevitabile cacciata dei palestinesi. Queste vittime ebraiche non erano sioniste, erano semmai assimilazionisti o antisionisti. Dopo l’Olocausto, l’Occidente non ha fatto altro che premiare i sionisti consegnando loro la terra dei palestinesi e facendo pagare a chi non aveva nessuna colpa, il caro prezzo dello sterminio degli ebrei avvenuto per diretta responsabilità di alcuni paesi europei e per l’ignavia di altri nonché per il folle piano sionista. La collaborazione tra sionisti e nazisti é stata possibile anche, al di là dell’aspetto pratico della comune volontà di portare gli ebrei in Palestina, perché l’ideologia sionista e quella nazista avevano un punto in comune, come riconosce l’ebreo sionista Prinz:

“Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la Germania nazista) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo stesso modo”.
[8]

Lo stesso personaggio si rendeva conto della situazione paradossale che si veniva a creare, e ammetteva:

“Per i sionisti era molto disagevole operare. Era moralmente imbarazzante sembrare essere considerati i figli prediletti del governo nazista, in particolare proprio nel momento in cui esso scioglieva i gruppi giovanili (ebraici) antisionisti, e sembrava preferire per altre vie i sionisti. I nazisti chiedevano un «comportamento più coerentemente sionista»”.
[9]

E tuttavia la collaborazione andò avanti. Fu una collaborazione multiforme che ricostruisco nel mio saggio “La natura del sionismo”
[10]. Le voglio ricordare, per finire, l’invito di Dov Joseph, caporione dell’Agenzia Ebraica, che sul finire del 1944, quando gli ebrei morivano a centinaia di migliaia nei lager, parlando a giornalisti sionisti in Palestina preoccupati delle notizie dei massacri, li mise in guardia contro:

la pubblicazione di dati che esagerano il numero delle vittime ebraiche, perché se noi annunciamo che milioni di ebrei sono stati massacrati dai nazisti, poi ci chiederanno, a ragione, dove sono i milioni di ebrei per i quali noi rivendichiamo una patria quando la guerra sarà finita”.
[11]

Questo può bastare, ma ho l’ardire signor Presidente di consigliarLe di approfondire l’argomento.

La storia del sionismo è una storia criminale, non è sorprendente quindi che i sionisti e lo Stato sionista continuino a trattare così barbaramente i palestinesi. Ma la mia preoccupazione va al di là della tristissima situazione del popolo palestinese che tutti sembrano dimenticare.

Sinceramente, signor Presidente, vogliamo fare la fine degli Stati Uniti in Iraq? Oggi personaggi importanti negli USA, come l’ex presidente Jimmy Carter, o gli studiosi universitari Mersheimer e Walt si sforzano di aprire gli occhi ai loro compatrioti sulle conseguenze della cieca politica estera elaborata a Tel Aviv e nei circoli dei neoconservatori sionisti di Washington che gli Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente. Crede che la guerra in Iraq sia stata fatta per le armi di distruzione di massa di Saddam? Per la minaccia che l’Iraq rappresentava per l’Occidente? Per l’esportazione della democrazia? Per gli interessi petroliferi americani? Molti sostengono quest’ultima ipotesi (le altre sono miseramente crollate). Ma il petrolio non si compra sul mercato? E poi quanto verrebbe a costare se dobbiamo fare una guerra ad ogni paese produttore? Signor Presidente, la guerra è stata fatta per eliminare un possibile rivale di Israele e per consolidare il dominio sionista in Medio Oriente. Adesso Tel Aviv invita l’Occidente a distruggere l’Iran, e ricatta tutti facendo capire che se non lo facciamo noi, sarà proprio Israele a farlo. Come? Invadendo l’Iran? No Presidente, sappiamo tutti che Israele ricorrerebbe alle sue armi nucleari.

Gli americani si stanno accorgendo, a proprie spese, di cosa voglia dire essersi fatti invischiare in una guerra assurda in Iraq per gli interessi di Israele. E noi non ce ne vogliamo rendere conto. Vogliamo veramente farci coinvolgere nella guerra nucleare contro l’Iran? Nella guerra mondiale contro l’Islam?

Prenda esempio dall’ex-presidente Carter e denunci l’Apartheid di Israele. Se non lo vuole fare Lei, lasci che qualcun altro, per il bene dell’umanità, degli ebrei e dei palestinesi, continui a denunciare il sionismo e si batta per uno Stato unico, democratico, pacifico in Palestina per tutti i suoi abitanti, nessuno escluso.

Signor Presidente,

Lei non si ricorderà di me, eppure noi ci siamo conosciuti e ci siamo parlati. Fu in una triste occasione. Qualche anno fa, all’aeroporto di Fiumicino, Lei in rappresentanza del suo partito venne a portare solidarietà a mia sorella, Marisa, che, dopo aver partecipato ad una manifestazione pacifista a Gerusalemme, solo perché guardava da dietro la vetrata dell’albergo i poliziotti israeliani che massacravano un ragazzino palestinese per strada, perse un occhio quando da un idrante con la stella di Davide spararono uno spruzzo talmente violento da infrangere il vetro e conficcarle una scheggia nell’occhio. Allora veniva a porgere un saluto a mia sorella che aveva pagato per difendere i diritti e la dignità dei palestinesi. Oggi con la sua dichiarazione inaccettabile accusa gli antisionisti, e molti sono ebrei, che si battono per uno Stato democratico in Palestina mettendoli nello stesso immondezzaio degli antisemiti.

Credo, signor Presidente, che i sionisti sono riusciti a fare con Lei, ancora peggio che con mia sorella.

A lei sono riusciti ad accecare non uno, ma tutti e due gli occhi!

Distinti saluti

                                                                                              manno mauro




Note:

[1]Jewish Chronicle, 22 gennaio 1982.
[2]Maxime Rodinson, Peuple juif ou problème juif? Parigi, Petite collection Maspero, 1981, pp. 174-75.
[3]Maxime Rodinson, Peuple juif ou problème juif? cit. p. 174.
[4] Jacob Klatzkin, (1925), citato in Jacob Agus, The Meaning of Jewish History, in Encyclopedia Judaica, vol II, p. 425.
[5] Harry Sacher, Jewish Review, settembre 1932, p. 104, Londra.
[6] Circolare della Gestapo bavarese indirizzata al corpo di polizia bavarese, 23 gennaio, 1935, pubblicata in Kurt Grossman, Zionists and Non-Zionists under Nazi Rule in the 1930's, Herzl Yearbook, vol VI, p. 340.
[7] Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS, The Visible Enemy, articolo pubblicato in Das Schwarze Korps, organo ufficiale delle SS, maggio 1935.
[8] Joachim Prinz, (1936), citato in Benyamin Matuvo, The Zionist Wish and the Nazi Deed, Issues, (1966/67), p. 12.
[9] Joachim Prinz, Zionism under the Nazi Government, in Young Zionist, Londra, novembre 1937, p. 18.
[10] La natura del sionismo, supplemento al numero 56, novembre 2006, di Aginform.
[11]Yoav Gelber, Zionist Policy and the Fate of European Jewry, p. 195.

 

Fonti:  http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=1962&lg=it - megachip.info

 

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giovedì, 25 gennaio 2007

 La Memoria degli Altri *

Tra il 1939 e il 1945 vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo. La storia della deportazione e dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata: ancora oggi la documentazione è frammentaria e lacunosa.
Eppure la persecuzione degli zingari in epoca nazista è l'unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, furono perseguitati e uccisi in quanto "razza inferiore".
E anche il regime fascista di Mussolini diede il suo "contributo".


Oggi, 25 gennaio, all’Auditorium Ara Pacis di Roma, le Associazioni Altromodo, Opera Nomadi ed E.T.I.C.A. presentano La Memoria degli Altri: dalle 9.00, fino a tarda serata, una serie di spettacoli, conferenze, documentari e concerti in occasione della Giornata della Memoria 2007.

È il primo appuntamento di un progetto triennale che - partendo dalla celebrazioni della Giornata della Memoria - si estende e vuole ricordare il dramma degli altri, in questi caso i Rom, vissuto nello stesso contesto storico e che non sono stati finora ricordati.
Quest’anno, quindi, il Porrajmos dei Rom e, successivamente, l’ annientamento dei disabili e poi quello degli omosessuali.

Questo è il desiderio dei due ideatori del progetto, Angela Teichner Accardi, (Associazione Altromodo) e Vittorio Pavoncella (Associazione E.T.I.C.A.).
Gli stessi dichiarano che l’idea è nata dalla sensazione di una scarsa considerazione verso i Rom, sterminati con logiche simili a quelle degli ebrei, rendendo così loro, attraverso la comune celebrazione, quella giustizia finora disattesa. Per i Rom i morti vanno lasciati riposare in pace; non hanno quindi una cultura del ricordo, della sua importanza e valenza storica.
Per gli ebrei, invece, la memoria ha una estrema importanza, sia storica che sociale. Due popoli, quindi, diversi tra loro ma uguali nell’essere state vittime del nazismo, perseguitati e sterminati nei Lager.

Il progetto triennale “La memoria degli Altri” unisce popoli differenti, ma accomunati da quello che hanno subito anche se in diverse proporzioni, spostando così il discorso da un livello numerico a quello d’identità. Ecco perché ricordare i disabili, gli omosessuali, le altre minoranze che venivano giudicate dai nazisti razzialmente.
La volontà è quella di fare un’operazione ampia e più completa contro il razzismo, cercando di disinnescare quell’odio razziale già scoppiato durante la seconda guerra mondiale, ma sempre a rischio di ritornare anche ai giorni nostri.

 Porrajmos

 La persecuzione e lo sterminio nazifascista dei Rom e dei Sinti

 Quanti conoscono la parola "Porrajmos"?

Porrajmos nella lingua dei Rom significa "divoramento" e indica la persecuzione e lo sterminio che il Terzo Reich attuò nei loro confronti.

Durante la seconda guerra mondiale vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo e dei suoi folli progetti di dominazione razziale. La storia dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata e offesa dalla mancanza di attenzione di storici e studiosi: ancora oggi la documentazione risulta frammentaria e la relazione dei fatti lacunosa. Eppure l'argomento dovrebbe suscitare interesse anche solo per il fatto che la persecuzione degli zingari in epoca nazista risulta essere l'unica, ovviamente con quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto " razza inferiore" destinata, secondo l'aberrante ideologia nazionalsocialista, non alla sudditanza e alla servitú al Terzo Reich, ma alla morte. Ma proprio questo è il nodo centrale del problema. Per molto tempo dopo la guerra, infatti, lo sterminio nazista degli zigani non è stato riconosciuto come razziale ma lo si è considerato conseguenza - in un certo senso anche ovvia - di quelle misure di prevenzione della criminalità che, naturalmente, si acuiscono in tempo di guerra. Una tesi che trova fondamento nella definizione di " asociali" con la quale, almeno nei primi anni del potere hitleriano, gli zingari vengono indicati nei vari ordini e decreti che li riguardano. Come sappiamo, però, la terminologia nazista non è sempre esplicativa dei fatti: in questo caso il termine " asociale" viene usato per indicare coloro che, per diverse ragioni, non sono integrabili o omologabili col nuovo ordine nazionalsocialista.
In realtà, gli zingari furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché zingari e, secondo l'ideologia nazista, " razza inferiore" , indegna di esistere. Gli zingari erano geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti. (Giovanna Boursier, in Zigeuner, lo sterminio dimenticato, Sinnos editrice)

Fonti: smemoranda.it  - http://www.etica.name/La_Memoria_degli_altri.htm

postato da floreana2 | 17:17 | link | commenti (7)
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