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mercoledì, 28 febbraio 2007

 Dolce e Gabbana: ritirate questa pubblicità violenta e sessista

 Su proposta di alcune socie, l’Associazione Orlando si fa promotrice della richiesta di ritiro di una pubblicità violenta e sessista di Dolce e Gabbana. Chi, singola e/o associazione, volesse aderire all’iniziativa, può inviare una mail, segnalando nome e cognome a: redazione@women.it.

Il 19 Febbraio scorso in Spagna l’Instituto de la Mujer, un ente che è parte del Ministero del Lavoro del governo spagnolo, insieme a varie associazioni femministe e gruppi dei consumatori spagnoli, ha chiesto, con una lettera aperta di protesta all’azienda di moda Dolce e Gabbana, il ritiro di una pubblicità dei loro prodotti rappresentante una scena di stupro di gruppo (o più esattamente, pre-stupro di gruppo): un giovane maschio chino su una ragazza, che lui tiene bloccata a terra per i polsi, mentre altri quattro giovani maschi stanno attorno guardando impassibili la scena.

da women.it

L’Osservatorio dell’Immagine dell’Instituto de la Mujer, che si occupa di monitorare la rappresentazione della donna nei media, ha dichiarato che questa pubblicità incita alla violenza contro le donne, perché "se ne può dedurre che è ammissibile l’uso della forza come modo di imporsi alle donne" e che questo tipo di immagine "rafforza atteggiamenti che al giorno d’oggi sono un crimine, attentano contro i diritti delle donne e ne denigrano l’immagine". L’Istituto ha chiesto a tutti i mezzi di comunicazione, stampa, televisione, ecc. di non prestarsi alla diffusione di questa immagine. L’associazione dei consumatori Facua e il partito dei Verdi spagnoli si sono associati all’appello dichiarando che l’annuncio viola l’articolo 3 della legge spagnola sulla pubblicità, che proibisce ogni annuncio che "attenti contro la dignità della persona".

Il 23 Febbraio Dolce e Gabbana in persona hanno dichiarato che avrebbe ritirato la pubblicità dalla Spagna, ma solo dalla Spagna in quanto si tratta di un paese “arretrato”, e che l’avrebbero mantenuta in tutti gli altri paesi del mondo dove smerciano i loro prodotti.

Noi donne dell’Associazione Orlando troviamo intollerabile non solo l’immagine, che ci sembra senza ombra di dubbio incitamento alla violenza contro le donne, ma anche l’arroganza dei due signori della moda che pensano di diffonderla in tutto il mondo — un mondo dove la violenza contro le donne è una piaga dilagante sempre più grave. Pensiamo che, lungi dall’essere "arretrata", la società spagnola ha dato prova in questo caso di un livello di civiltà di cui vorremmo che anche il nostro paese si dimostrasse capace. Pensiamo che questa pubblicità sia inadatta a ogni paese civile, a ogni paese che riconosce i diritti umani delle donne, fra cui quello di non subire violenza, inclusa la violenza simbolica, come in questo caso.

Chiediamo a tutte le associazioni femministe e delle donne italiane, in primo luogo le reti delle donne per non subire violenza (inclusi gli uomini che non si riconoscono in una cultura di sopraffazione e violenza), le donne attive nel campo della moda, del giornalismo, dei media, che possono avere un impatto immediato su questa vicenda, le donne attive in tutti i campi, nella scuola e nell’università, negli ospedali e nelle aule dei tribunali, dove vedono quotidianamente il costo che questa cultura della violenza ha sulle bambine, sulle ragazze e sulle donne, di sostenere iniziative di protesta e di denuncia contro Dolce e Gabbana per questa pubblicità e di associarsi al nostro appello perché la ritirino immediatamente anche in Italia, e ovunque. Lo stesso chiediamo a tutte le nostre rappresentanti e i nostri rappresentanti in parlamento e, per dovere istituzionale, al Ministero delle Pari Opportunità, di cui è compito tutelare che non vengano violate le condizioni per cui donne e uomini possano convivere civilmente in una società civile, con "pari opportunità" di non subire violenza.

Per aderire, basta inviare una mail, segnalando nome e cognome, a: redazione@women.it. Hanno aderito all’iniziativa: Tavola delle donne contro la Violenza

postato da floreana2 | 17:27 | link | commenti (13)
politica, differenza, campagna, dis informazione

martedì, 27 febbraio 2007

 La sinistra: radicale o sradicata?  

di Francesco De Carlo e Marco Ferri

A tredici anni dal primo governo Berlusconi, non siamo ancora riusciti a batterlo e superarlo, non siamo riusciti a fare una legge sul conflitto di interessi e ci ritroviamo a temere il suo ritorno. A chi fa comodo Berlusconi?

Perchè ogni volta che si propone una via civile per lo sviluppo della società si agita l'apparizione del suo spettro? Perchè ci si lamenta del favore fatto alle sue aziende, che dopo la crisi di governo stanno ovviamente salendo in borsa, senza aver prima affrontato il nodo del conflitto di interessi che avrebbe neutralizzato la relazione tra cause parlamentari ed effetti finanziari?

I valori della sinistra sono stati stracciati dalla prova di forza del governo, resi minoritari, costretti alla difensiva, obbligati a firmare qualsiasi delega al volere di un nuovo esecutivo sorretto dal neoconservatorismo centrista. Basta ripercorrere gli ultimi anni della vita politica italiana per capire quanto i partiti che abbiamo votato, le loro segreterie, i loro quadri, i loro amministratori locali, il sistema premiale che li caratterizza siano i veri responsabili del più grande scippo patito dalla sinistra: la perdita pressochè totale dell'egemonia. Abbinate alla parola il significato che più ritenete opportuno, ma una cosa è certa: l'abbiamo persa. Periferie, università, fabbriche: terreni divenuti preda dell'apatia compulsiva e del fascismo di ritorno.

I rappresentanti dei partiti si sono accontentati di una giacca e un microfono appiccicato sopra, un divano e una seconda serata, un bravo conduttore e un misero copione. E hanno completamente abbandonato il territorio. Risultato? I nostri valori si sono nascosti nelle pieghe più vili del quotidiano e piano piano sono spariti, fino ad essere compressi in un programma di governo assolutamente antitetico agli stessi. Che sposterà  il focus dell'azione dal se al come fare la base di Vicenza o l'alta Velocità in Val di Susa. Quanto ancora siete disposti a cedere? Quanta parte del vostro elettorato siete ancora disposti a tradire? Fino a che punto corromperete la vostra natura?

Il rischio è di somigliare sempre più allo spettro del nemico, di cui paventate il ritorno. Non vi si chiede una politica che faccia tornare le destre, ma che non faccia sparire la sinistra. Voi siete stati chiamati a rappresentarla e voi avreste dovuto trovare il modo, le strategie, le forme, i contenuti per difendere i nostri valori. E invece, a quindici anni dalla fine del PCI, non abbiamo nessuno in grado di tutelare interessi collettivi e beni comuni, dalla laicità alla pace, dal lavoro all'ambiente. Non siete stati capaci di influenzare il governo Prodi, sul quale perderete anche lo scarso ascendente che con i nostri voti vi avevamo consegnato. E non siete riusciti a vincere il berlusconismo e l'andreottismo che minacciano ancora presente e futuro. Però avete guadagnato la presidenza della Camera.

Avete perso. Se non fosse per quelle macchine auto-legittimanti che vi siete costruiti per definire il vostro potere e occupare ogni sfera della vita pubblica, compreso l'associazionismo, se i partiti non fossero caste oligarchiche di autoreferenzialità, non stareste ancora là, dopo quindici anni: il vento del rinnovamento avrebbe spazzato via voi, le vostre giacche e i vostri microfoni. Ma la vostra sconfitta è anche la nostra, obbligati come siamo a sopportare, per timore del peggio. Un'umiliazione personale, oltrechè collettiva, che aumenta man mano che il ricordo torna a ritroso a quel 9 di aprile in cui, senza scegliervi, vi abbiamo votato. Perchè, sappiatelo, a prescindere dal simbolo, ognuno di noi, nelle pieghe più vili del quotidiano, si vergogna un po' nell'averlo barrato.

C'è una domanda urgente, che non rivolgiamo più a nessuno, ma chiediamo semplicemente a noi stessi: che intenzione abbiamo di fare del nostro futuro?
Ci avete costretti a essere disposti a tutto, pur di salvare un minimo, diciamocelo, davvero un minimo, di dignità democratica. Quella che ci hanno non solo insegnato, ma lasciato  in eredità politica coloro che prima di noi, anche solo per via anagrafica, hanno affrontato a mani nude il difficile territorio dello sviluppo della democrazia del nostro Paese. Ancora una volta lo abbiamo fatto. Lo faremo, ma voi ci sarete debitori una volta di più: ormai sarete costretti a restituire gli interessi, il capitale che avete sperperato non lo recupereremo mai più.
Noi, nonostante voi, abbiamo deciso che il nostro futuro sarà fatto di militanza nel raccontare i fatti, ma soprattutto nel fornire quello che i fatti significano. Per essere, volta per volta, protagonisti dei fatti e militanti del loro significato. Senza mediazione né mediatori: voi avete preso il treno, noi forse tempo, ma siamo in grado di recuperarlo, il tempo perduto. Sarà il tempo della politica, del sociale, della pace, della creatività, della liberazione dagli schemi e dagli stereotipi della pantomima della sinistra radicale. Quel tempo è adesso: nel momento stesso in cui avete finito di essere una soluzione, siete diventati parte integrante del problema. Saremo dolci quando ci vorranno amari, gentili quando ci vorranno duri, cattivi quando ci vorranno buoni, arrabbiati quando ci vorranno saggi. Troveremo nuovi accordi col nostro disaccordo, sintonie con le anomalie, una nuova grammatica nella vostra sgangherata sintassi. Noi non chiederemo, noi diremo. Che Prodi governi, cioè gestica l'esistente, noi saremo creativi, immaginifici, desiderosi, critici, cinici, simpatici, cattivi e ironici: non ci interessa una quota del mercato della politica, ma una quota di futuro nelle contraddizioni sociali, economiche, culturali, dunque politiche del nostro Paese. A partire dalla comunicazione, verso la globalizzazione: non solo delle merci, ma delle persone, dei loro sogni, dei loro traguardi. Arrivederci, ragazzi.

da megachip.info

postato da floreana2 | 19:49 | link | commenti
politica, miti, cultura eventi poesia

lunedì, 26 febbraio 2007

Da Vicenza un appello delle donne per un 8 marzo di pace

Chiediamo a tutte di mobilitarsi ognuna secondo le proprie forme pensando alle donne vittime di guerra

Siamo per la tutela del territorio e la preservazione delle risorse e siamo pronte a difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se necessario; i nostri corpi sanno dare vita ma sanno anche essere determinati e mettersi in gioco.

Siamo per la pace non come semplice “assenza di guerra” ma come condizione sociale che ci permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne. Se c’è pace c’è più spazio per la tutela dei diritti delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di appartenere; quando scoppia una guerra le prime a risentirne sono donne e bambini, perchè la guerra ha la capacità di ribaltare i valori tradizionali di una società e ne mette in crisi i ruoli.

Siamo per il futuro perchè vogliamo consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli e alle generazioni future, ma anche a noi stesse; vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro tempo, di poter vivere una città a misura d’uomo e di donna.

Noi donne vicentine siamo state protagoniste delle lotte di piazza che si sono determinate nel nostro territorio e chiediamo a tutte le donne di mobilitarsi nelle proprie città, ognuna secondo le proprie forme e le proprie caratteristiche, l’otto Marzo.

Un pensiero va inoltre a tutte le donne vittime di guerra, dove la guerra non è solo quella che si combatte al fronte, ma è quella che obbliga le donne a migrare; a vendersi; che non ci dà la libertà di poter girare tranquillamente la notte da sole; che ci relega in ruoli lavorativi precari e senza diritti; che fa avvenire le violenze dentro alle mura domestiche.

Facciamo dell’otto marzo una giornata indimenticabile!

Le donne vicentine per la tutela del territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro il Dal Molin!

da womenews.net


postato da floreana2 | 16:42 | link | commenti
politica, differenza, un altro mondo, campagna, in-formazione