[Il Vento e L'Anima]
Sono nata donna non lo sono diventata
 


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sabato, 31 marzo 2007

appello di Adjmal a Karzai direttamente al presidente Hamid Karzai:

 "Lei ha dimenticato il giornalista afgano. Lei si preoccupa solo degli stranieri e non degli afghani"


Aloïse e il Teatro dell'Universo

di Marilde Magni

Ho creato un teatro e credo proprio
che non ce ne sarà mai un altro uguale.
Aloïse

Una visita alla Collection de l'Art Brut di Losanna mi ha fatto "incontrare" Aloïse, un'artista singolare e quasi sconosciuta. Lì è conservato il nucleo più importante delle sue opere: lavori enormi e dai colori sgargianti, di grande impatto emozionale e visivo. Nel 2000 ho potuto ritrovarla in una suggestiva personale allestita a Lugano presso la Galleria Gottardo.
Aloïse è ricordata come una delle figure più affascinanti dell'Art Brut, ma anche lei, come la maggior parte degli artisti ricoverati in ospedali psichiatrici, è artisticamente privata del suo cognome e conosciuta col solo nome proprio.
Aloïse Corbaz nasce nel 1886 a Losanna, lì vive in casa con un padre alcolizzato e cinque tra sorelle e fratelli. Ha perso la madre a 11 anni e, come ricorda Jacqueline Porret-Forel autrice della monografia Aloïse et le Théâtre de l'univers : "da allora la sorella maggiore Marguerite prende in mano i destini dalla famiglia, sottomettendo tutti alla sua dura autorità. Dominatrice e gelosa, Marguerite fu, secondo la nipote Charlotte, l'angelo malvagio dei Corbaz che non furono mai liberi di agire come volevano".
Dotata di una bella voce, studia canto e spera di diventare una cantante lirica; ma le circostanze della vita fanno svanire il suo sogno e questo provoca in lei una sofferenza profonda. Ma è brava a scuola e ottiene la maturità nel 1906. Dopo una scuola professionale di sartoria trova lavori saltuari presso dei pensionati di Losanna. Nel 1911, forse a causa di un amore che è costretta a troncare dalla sorella, lascia la Svizzera per la Germania e ottiene un posto di insegnante privata prima a Lipsia, poi a Berlino e a Potsdam. Qui, in circostanze che non si conoscono, ha l'occasione di incontrare o forse di vedere, non si sa, il Kaiser di cui si innamora perdutamente. Pur sapendo che è un amore impossibile gli scrive lettere che non arrivano mai a destinazione e mantiene per anni intatto tutto il suo ardore per lui.

 Nel 1914, allo scoppio della guerra, è costretta a tornare in Svizzera. Il rientro in un ambiente familiare a cui non è mai stata capace di conformarsi, ha effetti catastrofici sulla sua salute mentale. L'esaltazione con cui manifesta i suoi sentimenti religiosi, pacifisti e umanitari inquietano la sua famiglia, che non è in grado di accettar la singolarità di Aloïse. E sono gli stessi familiari a farla internare nel 1918 nell'ospedale psichiatrico di Cery-sur-Lausanne. Nel 1920 viene trasferita alla Clinique de la Rosière, a Gimel-sur-Morges, dove rimane per tutta la vita.
Non si adatta mai del tutto alla vita nel manicomio e da allora vive due vite parallele: una apparente, nella quale sembra accettare la sua sorte con la più grande indifferenza e apatia, e una segreta e creativa in cui, come dice lei stessa, di nascosto raccoglie "carta nella spazzatura per disegnare in bagno".

Liberté e patrie

 Rimane chiusa in un mondo tutto suo e, pur non avendo mai mostrato prima del ricovero alcun interesse per la pittura, riesce a ricrearsi un'esistenza relativamente armoniosa e molto creativa sul piano artistico.  Fino al 1936 nessuno però si occupa della sua produzione grafica, che viene quasi completamente distrutta. Poi il professor Hans Steck, direttore dell'ospedale, e la dottoressa Jacqueline Porret-Forel, suo medico personale, si prendono cura di conservare i suoi disegni, e di procurarle il materiale con cui lavorare, fino alla sua morte avvenuta nel 1964.
Jacqueline Porret-Forel, che l'ha seguita per molti anni, scrive: "Dal 1941 circa, sperimenta un'esplosione di libertà artistica che le permette di coprire rotoli e rotoli di lunghi fogli di carta con disegni vertiginosi, che danno vita al suo teatro cosmogonico ...La schizofrenia ha scavato un tale abisso tra lei e la sua esistenza anteriore che solo in un mondo nuovo, interamente ricreato sulla base di dati metafisici, è riuscita a riprendersi la vita".

Mickens

Aloïse dipinge su fogli di carta da pacchi, di cui usa sia il davanti che il retro, con tutto quello che le capita fra le mani: pastelli, gessetti grassi, succo di petali e fiori, dentifricio. Realizza collages con ritagli di giornali, carta stagnola, fotografie e altro.
Ama i grandi formati e per ottenerli cuce insieme più fogli con dei fili di lana fino ad ottenere supporti anche di 10-14 metri, come quelli appesi nella penombra dell'atrio del museo di Losanna.

Cloisonné de théâtre

La storia di Aloïse è quella di una morte simbolica e di una rinascita attraverso il suo lavoro creativo. Morte di una giovane istitutrice rinchiusa in manicomio nel fiore degli anni e in un'epoca in cui gli ospedali psichiatrici erano dei luoghi terribili, e sua rinascita col solo registro a lei accessibile, quello dei simboli. Diventa ordinatrice di un opera popolata di fiori, regine, re, principesse voluttuose, principi affascinanti e leggendarie storie d'amore.

 Jacqueline Porret-Foret cerca di farla uscire da La Rosière per brevi periodi, ma quando si allontana dall'ospedale la sua ansia diventa così forte che deve tornare indietro.Con le persone che conosce bene riesce a chiacchierare in modo naturale e vivace, tanto da confidare con lucidità alla dotteressa di considerarsi come una "di quelle ragazze che hanno paura, quelle donne che non osano dire altro che si o no ...che sono messe sotto chiave, senza possibilità di uscire ... stanno lì trentanni ...e trovano un modo di adattarsi alla situazione.".

Incapace di trovare la forza, o il desiderio, per affrontare il mondo esterno Aloïse ha forse trovato nella follia uno stato particolare che le permette di dedicarsi alle sue immagini interiori, senza doverne render conto ad alcuno.
Così la pensa Jean Dubuffet, che oltre a coniare il termine Art Brut è stato uno dei principali scopritori e collezionista di lavori brut, ed è stato un grande estimatore di Aloïse. In una lettera a Jacqueline Porret-Foret in occasione della sua morte scrive: "Non era affatto pazza, in ogni caso meno di quello che si pensi. E' stata curata per lungo tempo. Ha curato se stessa smettendo di lottare contro la malattia e anzi l'ha coltivata, l'ha usata , l'ha trasformata in una eccitante ragione per vivere. Il meraviglioso teatro messo in scena - quel racconto incessante, incoerente e difficilmente comprensibile ( che lei stessa ha reso di proposito incomprensibile) - è stato per lei un rifugio, un palcoscenico dove nessun altro sarebbe salito, nessuno l'avrebbe raggiunta.

 Non poteva essere più ingegnoso, più utile...Con il suo grande talento, la sua grande intelligenza creativa , ha creato e perfezionato il proprio teatro, per produrre effetti stupefacenti...Ha scoperto il regno dell'incoerenza... se ne è innamorata e ne è stata emozionata, senza mai smettere di stupirsi. Ma pazza, certamente no. Quasi lucida, sono convinto, si è ritira nel guscio geniale che ha escogitato per se stessa..."

uello messo in scena da Aloïse è un immenso teatro che ruota attorno alla figura femminile, che occupa sempre il centro della composizione, in compagnia d'uomini, coperti di divise e medaglie, o di altre donne. Il suo disegnare o il dipingere equivale a vivere in un mondo a due dimensioni, dove la prospettiva è eliminata perché ricorda troppo il mondo reale.

Enlevé de le manteaux royal d ela sirène

Le donne indossano sontuosi abiti e gioielli, ma il loro è un viso irrigidito "nel quale grandi occhi velati di azzurro accentuano il vuoto che è proprio delle maschere del teatro".

Occhi senza pupille, opachi ed enigmatici, che non sembrano fatti per vedere e che sono in assoluto contrasto con la varietà e la suntuosità delle forme e dei colori che caratterizzano i lavori di questa pittrice. Il mondo ricreato da Aloïse è cosmico e incorporeo, libero da una vita fisica, in opposizione a quello che conosceva prima della sua "morte", cioè prima della sua malattia.

Il suo è un mondo metafisico, teatro dell'universo, affollato di esseri ieratici le cui azioni e sentimenti sono rappresentati da minute figure simboliche che esistono solo per apparire. Possono essere se stesse o allo stesso tempo qualcosa d'altro, un'icona o una allegoria. In questo mondo vivono le protagoniste di celebri storie d'amore con le quali Aloïse si identifica.

Il suo lavoro racconta la forza di un desiderio che non finisce mai e trova sentieri immaginari, pieni di colori fiabeschi, dove finalmente si può esprimere.
Nonostante la ricchezza di forme e di colori che c'è nei suoi lavori, tutto il suo teatro mi sembra il grido di dolore di una donna che, non avendo avuto la fortuna o la forza di vivere come avrebbe voluto, è costretta a rifugiarsi in un mondo a parte per non soccombere.
La vita di Aloïse può essere un esempio emblematico di quello che disse Stendhal: " Un genio che nasce donna è perduta per l'umanità".

Fonti:

Porret-Forel, Jacqueline, Aloïse e le Théâtre de l'Univers, Skira 1993
Thévoz, Michel, Art Brut, Booking international 1995
Tosatti, Bianca a cura di, Figure dell'anima, Mazzotta 1997

da  oltreluna.it

postato da floreana2 | 17:20 | link | commenti (3)
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giovedì, 29 marzo 2007

Platone contro il pensiero unico femminista


In un articolo pubblicato su questo giornale (corriere della sera)martedì 20 marzo, Lucetta Scaraffia ricordava che mentre in Italia sembra esistere un solo femminismo, favorevole a ogni svolta del pensiero progressista, negli altri Paesi occidentali i femminismi sono tanti, talvolta profondamente diversi. E su questo (vale a dire sul fatto che i femminismi sono molti) non si può che consentire: c' è il femminismo afro-americano, essenzialista, evolutivo, islamico, liberale, marxista, radicale, separatista, psicoanalitico, socialista, esistenzialista, postmoderno (riprendo l' elenco dal recentissimo libro di due filosofe, Pieranna Garavasco e Nicla Vassallo, Filosofia delle donne, Laterza 2007). Più problematico invece, per quanto mi riguarda, il discorso - che segue - sui femminismi che rifiutano soluzioni progressiste a problemi quali l' aborto, i Pacs, i Dico, la vendita degli ovociti, l' inseminazione eterologa e i diritti delle coppie omosessuali. Con riferimento a questi ultimi diritti, e contro l' ipotesi di concederli, viene citata la filosofa Sylviane Agacinski. Se ho colto esattamente il suo pensiero, Agacinski ritiene che concedere diritti alle coppie omosessuali mal si concilierebbe con il carattere fondante della cultura e della società che ella attribuisce alla polarità eterosessuale: peccato che ipotesi come questa siano ignote nel nostro Paese, dice Lucetta Scaraffia; conoscerle e discuterle permetterebbe di sfuggire «al pensiero unico che stende su questi temi un velo di conformismo». Riesce molto difficile, in verità, condividere questa valutazione: se un pensiero unico su questi temi esiste, nel nostro Paese, è proprio quello che dà per scontato il carattere fondante di cultura e società della polarità eterosessuale. Nel dibattito in corso in Italia non mi è mai capitato di leggere che la divisione biologica in due soli sessi è poco giustificata sotto il profilo empirico, perché non rende conto degli esseri umani intersexed, ovvero sotto il profilo teorico, perché non rende conto dei soggetti «eccentrici» (vedi Teresa De Lauretis, Eccentrics Subjects, 1990). Eppure ci sono femminismi che sostengono queste tesi: un' ottima ricognizione del problema si può trovare, ancora una volta, in «La filosofia delle donne». Ma quel che più mi sorprende è che vi siano femminismi che sembrano aver dimenticato la lezione della storia: più in particolare, della storia ateniese. Il rapporto interpersonale più importante, in quella cultura (anche ai fini riproduttivi: vedremo poi in che senso), non era quello tra un uomo e una donna. Era quello tra due persone di sesso maschile. Quando tra due uomini esisteva una differenza di età che consentiva all' adulto di insegnare al più giovane le virtù civiche, questo rapporto, ad Atene, era considerato lo strumento più importante e più nobile di riproduzione del corpo cittadino. A ricordarlo, nel Simposio di Platone, è una donna, la sacerdotessa Diotima: Amore, dice Diotima, garantisce l' immortalità attraverso la riproduzione. Ma la riproduzione non è solo quella biologica: infatti «quelli che sono fecondi nel corpo si rivolgono di preferenza alle donne, e in questo modo realizzano il loro amore, credendo, a loro avviso, di raggiungere, mediante la procreazione dei figli, l' immortalità, il ricordo e la felicità per tutto il tempo futuro. Quelli invece che sono fecondi nell' anima... si rivolgono a quelle cose che è proprio dell' anima concepire e partorire... la saggezza e ogni altra virtù, cioè quelle cose di cui sono produttori i poeti e quanti tra gli artigiani vengono chiamati inventori. E la grande e la più bella forma di saggezza è quella che riguarda gli ordinamenti delle città e delle case, il cui nome è temperanza e giustizia». Generare saggezza dunque, è importante quanto se non di più che generare corpi (la sola generazione affidata alle donne). Come dicevo, dire che ad Atene la polarità eterosessuale era fondante della natura e della società sarebbe quantomeno azzardato. A evitare il rischio di un pensiero unico, ancora una volta possono esserci di aiuto i greci.

Al servizio della cattiva informazione

commento della redazione della libreria delle donne di milano:

 Siamo abituate, purtroppo, al fatto che il Corriere della sera, almeno per quel che riguarda il femminismo, conosca poco e informi male. Ultimissimo esempio, il titolo ("Platone contro il pensiero unico femminista") dato all'articolo con cui Eva Cantarella replica alla Scaraffia, titolo che tradisce il pensiero della Cantarella per ridare ragione alla tesi della Scaraffia: bel modo di condurre i dibattiti!
Non siamo abituate però che al servizio della disinformazione si mettano donne che sono informate e hanno il dovere di far conoscere i fatti, come Lucetta Scaraffia, storica di professione. Pochi come la Scaraffia, infatti, sono in posizione per sapere che il femminismo italiano è un luogo di discussione aperta e plurale sui temi che la interessano: aborto, matrimonio, tecnologie della riproduzione. Una parte delle femministe, per citare un solo esempio, non sono andate a votare, o hanno votato parzialmente o interamente contro le modifiche proposte dai referendum sulla legge 40. Come lo sappiamo? Perché queste posizioni sono emerse in un dibattito pubblico, prima dei referendum, alla Libreria delle donne. Non erano maggioranza ma si sono espresse, del resto noi non usiamo fare la conta, usiamo ascoltare e discutere. Non c'è bisogno di ricorrere al plurale dei tanti femminismi perché la pluralità fiorisca, anzi. Dagli inizi del movimento la pratica femminista alla quale in Italia molte sono rimaste fedeli, rende possibile e chiede che c'incontriamo con le nostre differenze per uno scambio più difficile ma più ricco, così come chiede che cerchiamo risposte rispondenti alla pluralità delle voci. Tutte le posizioni che la Scaraffia attribuisce a Sylviane Agacinski, secondo lei in contrasto con una nostra presunta uniformità, sono emerse nel dibattito pubblico del femminismo italiano. Alcune di noi, per fare un altro esempio, hanno manifestato serie obiezioni all'estensione dell'istituto matrimoniale alle coppie omosessuali, senza ovviamente giustificare che a queste coppie venga negato ogni riconoscimento sociale, come ora accade.
Quello che non intendiamo fare, è di entrare negli schieramenti contrapposti, il che ci obbliga spesso a tenerci in disparte da una scena mass-mediatica che semplifica, contrappone, inventa finte provocazioni (come questo articolo). Al colmo dei colmi della finta provocazione si arriva quando Lucetta Scaraffia loda l'autrice francese per il suo pensiero della differenza sessuale, senza dire che questo pensiero, ben più che in Francia, ha avuto sviluppi in Italia, da Carla Lonzi in avanti, fino alla comunità filosofica Diotima, passando per la traduzione e diffusione dei libri di Luce Irigaray, da cui documenti, libri, dibattiti, incontri, scontri, con un seguito che si estende ad altri paesi.
Cara Lucetta, dove vuoi arrivare? Sappiamo che, sulle questioni citate sopra, tu sei d'accordo con le prese di posizione della gerarchia cattolica, posizioni che hanno suscitato polemiche e opposizioni anche fra donne e uomini cattolici. A maggior ragione, no? Se il tuo scopo è di ottenere ascolto e, attraverso questo, un vero dibattito per un cambiamento liberamente consentito, guarda che sei fuori strada, perchè hai raccontato una storia falsa, guarda che la politica delle donne, riguardo all'uso delle parole e ai rapporti con quello che le altre sono e fanno, è molto esigente.

I femminismi sono tanti, ma l'Italia non lo sa
Dall' aborto ai Dico, sulla figura della donna c' è un pensiero unico

di Lucetta Scaraffia

postato da floreana2 | 18:08 | link | commenti
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martedì, 27 marzo 2007

Oltre cinquantamila firme per la liberazione di Rahmatullah Hanefi e  Adjmal Nashkbandi

 


 

L'eredità della Shoa? I diritti umani. (Compresi quelli ai palestinesi)

di Pietro Andrea Annicelli

«Mi auguro che il presidente Katsav, se sarà riconosciuto colpevole, finisca in prigione per quarant'anni!». Non rischia fraintendimenti Hagit Back, militante di Matchsom Watch. È ospite, insieme a vari relatori internazionali, ai Seminari di Marzo, in corso in Puglia organizzati dal Laboratorio Poiesis, diretto da Giuseppe Goffredo, sul pensare femminile contemporaneo. Il capo dello Stato d'Israele è incriminato per reati sessuali contro quattro donne che hanno lavorato alle sue dipendenze.

A fine gennaio Moshe Katsav si è autosospeso. Per la Knesset, il parlamento israeliano, non è stato sufficiente: è avviata la procedura d' impeachment. «L'atteggiamento attribuito a Katsav è molto diffuso ai livelli più alti della società israeliana» denuncia Hagit Back. «È un aspetto della violenza della vita quotidiana, conseguenza della tensione e del malessere. Nell'ultimo anno, trenta donne israeliane sono state ammazzate dai loro mariti».

Matchsom Watch è un'associazione di circa quattrocento donne, tutte israeliane, che fa capo a tre storiche militanti: Ronnee Jaeger, Adi Kuntsman, Yehudit Keshet. Verifica il comportamento dei soldati di Tsahal, l'esercito israeliano, ai check point di confine con i territori palestinesi. Hagit Back è amica del rabbino Arik Ascherman, dell'associazione Rabbis for Human Rights che da anni organizza i pacifisti israeliani in gruppi che proteggono i villaggi palestinesi dalle angherie dei coloni fondamentalisti. Al tavolo con Somaya Alshurafa e Mohammed Abusharekh dell' Afkar Society for Improving & Developing Youth Abilities, il centro palestinese per bambini traumatizzati di Gaza che Abusharekh dirige, l'atteggiamento della militante ricorda gli studenti ebrei americani che si battevano per i diritti civili dei negri ai tempi di Martin Luther King. «Quella israeliana è oggi una società razzista: perché, se io e un mio amico arabo abbiamo gli stessi documenti, io sono lasciata passare ai posti di blocco e lui è fermato? Ha ragione chi pensa che Israele oggi assomiglia al Sud Africa dell' apartheid . L'eredità della Shoa sono i diritti umani: non c'è diritto per Israele a esistere se non dà lo stesso diritto ai palestinesi».

Somaya e Mohammed le stringono la mano con complicità. «Tra noi e gli israeliani non ci sono problemi nelle relazioni personali: il problema è politico» spiegano. «I nostri bambini hanno un carico di violenza enorme», rileva Abusharekh, che è psicologo. «È una conseguenza dell'occupazione, della guerra e delle privazioni che subiamo, ma anche della maniera in cui sono educati da Hamas. Li abituano a una mentalità chiusa, ad avere come scopo la guerra, la vendetta. Quando noi ce ne prendiamo cura, occorrono una quindicina d'anni per rendere consapevole un ragazzo che non sono quelli i veri valori dell'esistenza. L'occupazione porta a una tensione altissima all'interno d'una realtà come Gaza. Ragazzi con qualità personali e artistiche non sanno più cosa fare, dove andare. Non credono più a nulla». Hagit Back è d'accordo. «Un ragazzo israeliano che non ha futuro in Israele può comunque emigrare in Australia, in Sud America. Un ragazzo palestinese non ha alcun posto dove andare», rileva. «Le barriere messe dai soldati israeliani gli impediscono di spostarsi. Ogni giorno è costretto a stare dov'è. Un visto per l'Egitto è un miraggio».

Somaya Alshurafa, che è poetessa, usa l'arte e il lavoro d'abilità manuale per la riabilitazione. Si abituano i bambini traumatizzati a vivere la loro età attraverso attività specifiche che allontanino il loro pensiero dall'aggressività. È un po' come far ritornare bambini i bambini soldato. «Abbiamo programmi per i ragazzi dai nove ai dodici anni con attività di disegno, di artigianato. Il problema è nelle famiglie. Vi sono molte armi in giro. Quando tra un marito e una moglie c'è un litigio, è facile che si spari. Anche nella vita quotidiana le armi sono uno strumento abituale nei conflitti. L'esibizione della forza che dà il possesso di un'arma fornisce dei modelli che restano impressi nella mente dei bambini. È complicato abituarli a comportamenti non aggressivi». Hagit, Somaya e Mohammed, mentre escono dal ristorante per fumare insieme, sono d'accordo: la volontà della gente di buon senso, da entrambe le parti, non basta più.

da megachip.info

postato da floreana2 | 18:52 | link | commenti
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