[Il Vento e L'Anima]
Sono nata donna non lo sono diventata
 


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lunedì, 30 aprile 2007

Cannibali e fast-food

Una riflessione su cibo, mostri, cultura, alterità e guerra, in 11 portate

di Alberto Prunetti

1.
Cannibali. Mangiatori d'uomini. Da Canibi, caribi, abitanti dei Caraibi, las islas del Caribe. I Canibi erano considerati antropofagi dai loro vicini, o almeno così intese Cristoforo Colombo in una conversazione con uomini di cui non comprendeva la lingua. "E' chiaro che non li capiva...", scrisse Las Casas. Colombo credeva all'esistenza di uomini mangiatori di uomini. Credeva anche all'esistenza dei ciclopi, delle sirene, delle amazzoni e degli uomini con la coda. Non si sa come fece a capire che c'erano antropofagi. "Capì anche che lontano di lì c'erano uomini con un occhio solo e altri con nasi di cane".

2.
Quando Colombo vide gli indigeni del Nuovo Mondo pensò fossero cannibali. Dal canto loro alcuni indigeni, vedendo Colombo e i suoi, pensarono di avere di fronte dei diavoli mangiatori di uomini. Avevano ragione gli indigeni. La cultura di Colombo ingoiò quella degli indigeni.

3.
Il diverso è un cannibale: l’altro mangia il noi, l'altro è un mangiatore d'uomini. Cannibali sono stati gli ebrei per i cristiani, gli Sciiti per i Greci. L’etichetta di “cannibale” si applica a denominazioni diverse, garantite all’origine dai guardiani del senso comune. Svalutati i selvaggi, sono state le streghe ad andare per la maggiore. I comunisti per un po' hanno mangiato i bambini, ma anche i terroristi in questi giorni potrebbero darsi da fare. Per non parlare dei pedofili. Hic sunt leones.

4.
C'è chi sostiene che i cannibali non esistano affatto. Il libro di Arens, Il Mito del cannibale, sembra in più passi persuasivo . Di certo più che di antropofagia la letteratura parla di mangiatori delle ceneri delle ossa dei defunti. Di osteofagia. Gli studiosi di cannibalismo pare che rimandano di citazione in citazione, senza nessuna osservazione recente di prima mano.

5.
Perché lo fanno? Non per fame, risponde Montaigne. Per carenza di proteine, obietta Harris . Per l'identità, sostiene Remotti . L'alterità viene mangiata. Ma non cruda. Perché il nemico diventi un alimento è necessaria una fase di acculturazione: l'alterità viene addomesticata, poi viene cotta. I Tupinamba, secondo la letteratura, accoglievano i prigionieri tra di loro, in semi libertà. Offrivano loro cibo, ospitalità e donne, prima di sacrificarli. L'altro deve diventare noi, per essere incorporato nel cannibalismo dell'identità. Il nemico deve essere assimilato prima ancora di essere ingoiato. Così si annienta l'altro ma anche lo si metabolizza e se ne conserva l'alterità.

6.
Montaigne riporta una canzone di morte di una vittima dei cannibali: "Vengano pure tutti e si riuniscano a mangiare di lui, mangeranno nello stesso tempo i loro padri e zii, serviti da alimento e nutrimento al suo corpo. Questi muscoli (...) questa carne e queste vene, sono le vostre, poveri pazzi che siete. Non vi rendete conto che dentro c’è ancora la sostanza delle membra dei vostri antenati: assaggiatela bene, vi troverete il gusto della vostra propria carne." Anche l'altro è io. L'endocannibalismo è anche esocannibalismo. Mangiare l'altro significa mangiare di noi.

7.
In questa continuità tra l'io e l'altro si può leggere un tentativo estremo e alienato di riconciliazione. Estremo invito alla commensalità, il nemico cotto partecipa della nostra mensa sotto forma di pietanza: paradossale tentativo di ristabilire una continuità, di riconciliarsi con l'altro, di instaurare la comunità oltre la divisione. Prendete e mangiatene tutti...

8.
Con la comunione si apre un altro orizzonte del cannibalismo, quello del sacrificio rituale. Si sparge il sangue e si mangia insieme. Sacrificio, sacrum facere. Territorio ambiguo, liminare: degno di venerazione e suscitante orrore. Si uccide, si rompe un interdetto. Ma lo si fa nel guscio rassicurante del rito. Il rito sopprime l'angoscia della separazione e l'evanescenza del mondo. Ristabilisce il contatto con il resto della comunità.

9.
E oggi che non ci sono più cannibali? Continuiamo a creare mostri e a doppiarli simbolicamente con l'ultima rappresentazione, quella degli eroi civilizzatori. L'eroe civilizzatore pone un interdetto sulla carne umana. Ai selvaggi mette le brache e un fucile in mano. Regala bibbie e trattori, malattie e guerre. Acciaio e discariche.

10.
Servivano i cannibali per conquistare l'America. Si doveva portare la civiltà. Altri cannibali, forse veri quanto quelli di Colombo, si agitano sulla scena mondiale: talebani e fantomatici fondamentalisti. I civilizzatori sono ancora in missione: non capiscono la differenza, la lingua dell’altro, ma civilizzeranno col ferro e col fuoco le ultime lande in cui vivono i leoni. E tutto il pianeta sarà allora come il Nuovo Mondo.

11.
Nel Nuovo Mondo non si mangiano più gli umani. I civilizzatori hanno costruito i fast-food, la pratica nutrizionale più operativa per degli affamati-separati. La comunità umana è scomparsa, rimpiazzata dalla comunità fittizia del capitale. Non si mangia più assieme - non c'è un tavolo, un desco, una mensa o neanche un focolare - si mangia appoggiati al banco o in piedi per tornare al lavoro. "Il nutrimento — scrive Jacques Camatte — non serve più a unire ma serve a sanzionare la separazione, a realizzarla pienamente."

da carmillaonline

postato da floreana2 | 17:44 | link | commenti (3)
politica, miti, uomini contro, cultura eventi poesia, in-formazione

sabato, 28 aprile 2007

Ségolène Royal e le altre

 (torna la passione per la politica)

di LUCE IRIGARAY

La novità della campagna elettorale francese è stato l'afflato democratico che l'ha animata, come ha dimostrato l'alta partecipazione al voto. Da molto tempo non si era registrata una tale affluenza alle urne. Credo che a risvegliare l'interesse per la politica sia stata la candidatura di Ségolène Royal. Oltre ad aver incoraggiato molti giovani ad iscriversi nelle liste elettorali, la Royal ha suscitato una nuova passione per la politica per il semplice fatto che per la prima volta, come candidata alla Presidenza, c'è una donna. Non tutte le passioni che ha risvegliato sono a suo favore, ma hanno avuto il merito di dissipare quell'apatia dei cittadini nei confronti del voto. I francesi si sono finalmente trovati di fronte a due candidati che sono molto diversi tra loro.
Bisogna però sapere in che cosa consiste questa differenza e come possa contribuire all'evoluzione del comportamento di chi governa. Una cosa è certa: la partecipazione delle donne alla gestione della politica è un aspetto decisivo nell'evoluzione della politica. Ma come? E a quale condizione?
Se la candidata si presenta come donna soltanto a livello corporeo, c'è il rischio che il suo intervento come dirigente dello Stato aumenti l'invasione della società dello spettacolo nella scena politica. Nel qual caso, l'azione del governo diventerebbe una sorta di teatro in cui solo l'immagine sarebbe realmente al potere.
Inoltre, l'appoggio sociale di cui la vita pubblica ha bisogno potrebbe venire a mancare. E le passioni che rimangono tuttora abbastanza incolte, rischiano di uscire dall'ambito familiare e di intervenire in modo inopportuno nella sfera politica. Lo stesso vale per un'affettività che non rimane al servizio di un progetto politico globale.
La candidata può anche essere nata donna ma non essere conscia della sua differenza
e conoscere soltanto una cultura, compresa quella politica, maschile. In questo caso, la sua presenza al potere può rendere questo potere ancora più formale, arbitrario, artificiale di quanto non lo sia oggi. In effetti, il discorso della donna non sarà fondato sulla propria realtà, esperienza, verità. Lei si sforzerà di essere all'altezza di un pensiero maschile e il suo modo di dire e di fare sarà insieme incerto e dogmatico. Cercherà di comportarsi come un uomo, e ciò non produrrebbe grandi risultati, ma soltanto una nuova ideologia. La gestione della politica correrebbe il rischio di diventare più schizofrenica che mai. E i francesi più persi e scoraggiati che quanto non lo siano ora.
Se la differenza uomo-donna ha risvegliato l'interesse per la democrazia, è attraverso il suo mantenimento che questa democrazia si può sviluppare. Ma non si può paragonare un uomo che ha per secoli gestito la cosa pubblica con una donna che resta solo una presenza fisica o che tenta di imitare l'uomo. C'è bisogno di mettere di fronte due persone differenti tra loro, sia per quanto concerne il corpo sia la cultura. A questo corrisponde, anche a loro insaputa, l'attesa dei cittadini che si interessano di un confronto uomo-donna in questa elezione presidenziale.
Chiedono così alla donna di raggiungere una tappa nella strada del percorso femminile che poche donne hanno raggiunto, e che la maggior parte di esse hanno appena intravisto. Il che è comprensibile visto che la nostra storia si è costruita al maschile.
Ma oggi la cosa interessante per la democrazia è appunto che una storia elaborata a partire da un solo e unico soggetto si possa allargare per accogliere i valori di un altro soggetto, e che la differenza possa, quindi, diventare una fonte di ricchezza culturale e politica.
Di questa nuova tappa abbiamo bisogno per giungere a una convivenza più giusta e più felice fra di noi. Ne abbiamo bisogno anche per essere capaci di rimanere noi stessi senza rifiutarci di affrontare i compiti che sono ormai i nostri a livello multiculturale e planetario. Ne abbiamo anche bisogno per superare i discorsi politici astratti, ideologici e demagogici che i francesi non supportano più. E per sostituire conflitti inutilmente costosi con possibili alleanze fra queste realtà differenti, che sono l'uomo e la donna.

da repubblica

Fuori quota. Effetto Ségolène

di Ida Dominijanni

Qualcosa sta esplodendo, in occidente e non solo, nel rapporto fra sesso, politica e potere, e come tutte le esplosioni non rispetta nessuna previsione. Lo scatto di Ségolène Royal al primo turno delle presidenziali francesi accelera l'esplosione, nella realtà e nell'immaginario: se diventa realisticamente possibile che una donna conquisti l'Eliseo, ovvero si ritrovi a capo nientemeno che di una Repubblica presidenziale, la faccenda si fa seria, i fantasmi misogini (maschili e femminili) si materializzano, le identificazioni e le generalizzazioni (femminili) volano

postato da floreana2 | 17:30 | link | commenti (4)
politica, miti, differenza, un altro mondo

venerdì, 27 aprile 2007

 Interpretare l'ignoto
la vita di Christiana Morgan
un talento rimasto in ombra

di Douglas Claire*

Chi fu costei? Appartenente all’alta società bostoniana, respirò “il clima di Boston, la Prima Guerra Mondiale, il fermento culturale e politico dell’epoca, gli insegnamenti di Jung, le teorie sull’identità di genere che ne condizionarono l’esistenza”. Per le sue scelte, la sua intelligenza e talento, la sua bellezza, la sua vita amorosa, pagò “il prezzo della creatività con la tragedia”. Una donna straordinaria, raccontata da un’Autrice anch’essa psicologa, analista americana, curatrice di un libro sui Visions Seminars di Jung.

Christiana Morgan fu “una donna indipendente, di larghe vedute, brillante e ostinata, dotata di un’incantevole combinazione di fascino ed entusiasmo”, scrive Elena Liotta, curatrice della collana “parole d’altro genere”, che la pubblica. Intorno alla sua personalità esiste un mito. “Con il suo stile di vita anticonformista sfidò il puritanesimo americano e si fece beffe delle convenzioni borghesi utilizzando il corpo, la sua carica erotica e la sua torbida femminilità”.

Della futura analista e ricercatrice della Harvard Psychological Clinic, dotata di una “straordinaria capacità di indagare l’inconscio”, l’Autrice racconta, con prosa accattivante, la vita tormentata, accompagnata da un vero e proprio album fotografico che la segue dall’infanzia alla vigilia della morte, per affogamento, durante l’ennesima crisi depressiva. La si vede, piccola, con le sorelle davanti alla casa di famiglia; a sette anni, sorridente ma con la didascalia “la sua vivacità veniva spesso punita con il metodo dello stanzino”; a quattordici anni, seria ma ribelle allieva della scuola di Miss Winsor, classica scuola per signorine in cui “era molto attiva nonostante i periodi di malattia”. Finite le scuole a Farmington, Christiana visse tra crescenti disagi la vita sociale delle “debuttanti”, ma incontrò anche Lucia Howard “che le schiuse una visione più intellettuale ed emancipata della sua femminilità”.

Lasciata Boston nel 1917 per trasferirsi a New York, fidanzata con William Morgan, partito volontario nella Prima Guerra Mondiale, diventò infermiera “per contribuire allo sforzo bellico”, contando altre brevi ma forti relazioni amorose, tra cui quelle con Chaim Weizmann, uno dei padri fondatori di Israele. Entusiasmi e depressioni si susseguivano, costellando i suoi amori, il suo matrimonio, la sua maternità. Quando, affascinati dal lavoro di Carl Jung sulla psicologia del profondo, lei e il marito, con H. Murray, si trasferirono a Zurigo, l’incontro fu folgorante: divenne in breve l’amante di Jung, la sua donna ispiratrice che gli fornì “i disegni delle sue visioni” da lui “interpretati, amplificati e raccolti nell’omonimo volume”.

Decine e decine di disegni, “trasposizioni in immagini che suggerivano una concezione nuova e rivoluzionaria della psicologia femminile, ma non giunsero a realizzare il loro potenziale”. Figure di giganti, l’unione con il dio della passione terrena, l’Abraxis femmina, dominata dalla luce, da sei serpenti, da un nudo femminile a braccia aperte avvolto dalle fiamme contro un cerchio iscritto in un ovale radiante.

Gli anni Trenta la trovarono nella Harvard Psychologial Clinic a lavorare con Henry Murray “per elaborare un approccio più umanistico alla psicologia”. E lui dirà: “Mi ha illuminato l’esistenza. La relazione con lei è stata la storia più importante della mia vita”. Retorica? Non solo. Fotografata a trentotto anni davanti alla porta della Torre che i due si erano costruiti “per immortalare il loro amore” e fotografata a sessant’anni “davanti alla porta della sua stanza dedicata ai rituali e alla trance”, Christiana Morgan rimanda mantiene l’espressione magnetica e melanconica colta dall’obiettivo nel 1926, all’epoca dell’analisi con Jung, e il corpo snello immortalato da Gaston Lachaise nella scultura. Quando vide quella statua, il filosofo inglese A. N. Whitehead, uno dei suoi ultimi amici e amanti, la definì una donna in trasformazione”.

Più evidente, nel ritratto fatto da Mary Aiken, il doloroso tormento mai placato, né certamente superato dalla simpatectomia: “operazione oggi caduta in disuso e ricordata solo per i suoi effetti devastanti, perché recide il sistema nervoso simpatico lungo la spina dorsale”. Alcoolista, morì affogata durante una crisi depressiva.

Di Christiana Morgan, donna “il cui talento creativo, il pensiero intuitivo, la competenza organizzativo hanno arricchito la psicologia analitica d’oltreoceano, sviluppandosi attraverso la collaborazione con Henry Murray nelle multiformi attività della Harvard Psychological Clinic”, poco o meglio nulla si sapeva prima della biografia di Claire Douglas, inserita da Elena Liotta nella Collana “parole d’altro genere” che ben le fa da cornice. Le si deve molto. “Grazie alla capacità fantastica e immaginativa della Morgan, come Jung stesso ha in seguito riconosciuto, la prima materia dell’inconscio femminile si è dispiegata a illustrare l’itinerario archetipo dei processi individuativi, permettendogli di approfondire e affinare le sue teorizzazioni(…). Il frutto della sua dedizione successiva alla psicologia analitica non erano conosciute anche perché le sue tracce personali, cioè gli scritti da lei firmati, sono pochi a fronte dell’ampia produzione rintracciabile in appunti e altri contribuiti testimoniati da chi l’ha conosciuta in vita. Una donna velata dal circolo junghiano, quindi”. E fortunatamente disgelata dall’Autrice.

- Douglas Claire, Interpretare l’ignoto. La vita di Christiana Morgan, un talento rimasto in ombra , Ma. Gi. 2006 € 25,00 (Isbn 88-7487-204-6)

Psicologa, analista junghiana, membro del C.G. Jung Institute di Los Angeles. Curatrice dei Visions Seminars di C.G. Jung (Visioni. Appunti del seminario tenuto negli anni 1930-1934, Edizioni Magi, 2004), svolge la sua attività professionale a Malibu (California).

da womenews.net

postato da floreana2 | 18:21 | link | commenti
psicologia, differenza, cultura eventi poesia, in-formazione