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giovedì, 28 giugno 2007

DIFFERENTI VOCI MASCHILI PER COSTRUIRE RELAZIONI DI LIBERTÀ

Resoconto dell’incontro nazionale uomini del 9 giugno a Bologna 

In un giorno di cortei nazionali, di convegni importanti, di treni bloccati, la stazione  Bologna in tilt per ore, una rete di persone provenienti da varie parti d’Italia si sono riunite nel capoluogo emiliano sotto il titolo «Differenti voci maschili per costruire relazioni di libertà». L’incontro si rivolge ai firmatari (un migliaio) dell’appello (del settembre 2006) «La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini». Alla fine della mattina si contano una sessantina di persone, molte delle quali in rappresentanza di gruppi o micro-gruppi. Se in questo incontro politico le donne sono le dita di una mano  – ma ovviamente graditissime - stavolta non è per antiche discriminazioni ma perché questo appunto è un “incontro uomini”. Come emergerà dal dibattito una delle idee portanti è che i maschi debbano parlare fra loro di sessualità e amore, di genere ed erotismo, di patriarcato e «pensiero della differenza», di poteri e di saperi che al dominio maschile sono collegati o contrapposti: senza rimozioni ma anche senza il paravento del femminismo o quello, che tanto eccita i massmedia, del maschio in crisi depressiva. Insomma qualche forma di “auto-coscienza” è comunque necessaria, per pensare un nuovo “modello maschile” occorre rompere anche quel modo di comunicare fra uomini che è fatto di clamorose omissioni e/o bugie sul personale.Sandro Bellassai è velocissimo nel presentare la giornata. «Credo ci serva una discussione circolare non autorevoli relazioni… La violenza contro le donne è il punto di partenza per un discorso che entri all’interno delle questioni di genere e dei poteri».L’Assessora alle Pari Opportunità Simona Lembi porta il saluto della Provincia (si è ospiti in una sua sala). «Lo dico come assessora e come donna: c’è una forte attesa per questi temi. Nell’anno delle pari opportunità giriamo lo sguardo al passato e vediamo che le elette in Italia nel 1946 erano il 7%, che negli anni ’80-’90 si completa il sorpasso della scolarità femminile su quella maschile. Eppure, secondo l’Istat, sul 77% delle donne ricade ancora il peso delle intere faccende domestiche perché molti uomini considerano poco virile l’occuparsene. Noi abbiamo lanciato una campagna intitolata “Papà coraggiosi” per quegli uomini che non rinunciano a occuparsi dei figli». Come in una sceneggiatura di ferro – invece è l’ironia della vita – il figlio di Simona si mette a piangere e lei deve cullarlo. Jones Mannino è del gruppo Maschile Plurale di Roma. Racconta come si è arrivati a quest’incontro e perché. «È insopportabile che i media raccontino le violenze sessuali sulle donne come una devianza maschile, magari dei non-occidentalizzati (e cita Francesco Merlo su «La repubblica») quando purtroppo il fenomeno è invece diffuso in ogni Paese, cultura, classe. A Roma il nostro percorso comincia l’8 marzo 1985 con un volantino del movimento studentesco romano, poi l’impegno crebbe nel movimento nonviolento e pacifista. Il tema della violenza non deve però esaurire il discorso sull’identità maschile e sulla sessualità, sul desiderio, sulla qualità delle relazioni (anche fra uomini), sul rapporto con i figli, sulla cultura patriarcale e sulla economia di guerra. Leggere le riflessioni su questi temi di donne e uomini ci ha aiutato, ma importante è anche il lavoro di auto-coscienza nei piccoli gruppi. E’ comunque importante questo incontro fra generazioni e culture differenti su questioni che riguardano così intimamente le nostre vite e relazioni».Sandro Bellassai chiede a Beppe Pavan di Pinerolo (dove da anni esce il foglio «Uomini in cammino») di raccontare insieme questa “galassia” di piccoli pianetini e la sua esperienza. «Ero un sindacalista molto impegnato negli anni ’70, ma mia moglie mi fece capire che oltre a sovvertire il mondo dovevo cambiare anch’io perché il nostro rapporto era in difficoltà. Intuii che aveva ragione. Presi a studiare il femminismo, il pensiero della differenza. Eppure ci ho messo 18 anni a parlarne con altri uomini, a Pinerolo c’è oggi un piccolo nucleo fisso – una dozzina di persone – ma intorno al gruppo circola in qualche modo un centinaio di persone, inizia a uscire il nostro foglietto mensile, poi anche in versione on-line. Scopriamo che esistono altri uomini e micro-gruppi in Italia e nel ’99 organizziamo a Pinerolo un incontro nazionale… in realtà arrivano persone solo da 7 città, tutte del Nord salvo Cagliari. Dal 2001 ci siamo sempre visti, salvo un anno, in un campo estivo di riflessione ad Agape». Beppe evidenzia che uno degli aspetti è come allargare la rete. Racconta un episodio divertente, poi richiama l’impegno verso i “cuccioli”, cioè come si allevano i figli. Ricorda l’esperienza di Stella Bertuglia a Palermo con studenti anche giovanissimi che si appassionano a questi temi. Ancora sottolinea Beppe che per chi, come lui, viene da un’esperienza di fede c’è il retaggio pesantissimo di una religione maschilista. Infine «io sono molto felice di questa esperienza, a volte mi è difficile far capire quanto mi ha arricchito, ma è così ed è importante dirlo».Prende la parola Orazio Leggiero e racconta di aver fatto 700 chilometri (viene da Monopoli) pur di essere qui. «Quando lessi l’appello non credevo ai miei occhi… Finalmente. Ora ne sto discutendo con uomini della mia zona disposti a entrare in relazione anche con la rete di donne “Aspettare stanca”… Grazie di questo regalo».Mette alcuni nodi sotto il riflettore Stefano Ciccone. Il primo è come sottrarsi alla rozza immagine giornalistica di maschi depressi e/o masochisti-penitenziali per ribadire che «la libertà femminile non è una minaccia per gli uomini, anzi è una opportunità storica». Allo stesso tempo nota Ciccone bisogna prendere le distanze dalle posizioni revansciste. Cita per esempio la legge sull’Affido condiviso che è passata in gran parte sotto silenzio e si chiede come fare ad ascoltare quel bisogno di relazione con i figli senza dar spazio ad un revanscismo maschile contro i diritti delle donne. Bisogna poi entrare nel merito della percezione maschile del proprio corpo e del proprio desiderio perché nella scissione con il proprio corpo, nella rappresentazione della corporeità come luogo basso c’è una delle radici della violenza. Il corpo diventa un qualcosa da imporre perché non desiderabile.

postato da floreana2 | 20:05 | link | commenti (1)
politica, differenza, un altro mondo, uomini contro, cultura eventi poesia

mercoledì, 27 giugno 2007

La guerra dell'Iraq

Assassinata un'altra giornalista

di Nella Condorelli

Una giornalista irachena, un’altra ancora, e’ stata assassinata ieri in Iraq, a Mosul. Si chiamava Zeena Shakir Mahmoud,  aveva 35 anni, e stava andando a lavorare, quando e’ stata raggiunta da una raffica di colpi d’arma da fuoco nel quartiere di Intisar, a maggioranza sunnita. Zeena, ex giornalista radiofonica, era redattrice della rivista al- Haqiqa, organo del Partito Democratico del Kurdistan.
Sale cosi’, tristemente, a sette il numero delle reporter rapite e trucidate, in poco piu’ di un anno, dai gruppi armati che si contendono il territorio, quartiere per quartiere, attentato dopo attentato, nell’Iraq insanguinato che ormai non fa piu’ notizia sui nostri teleschermi.
Al momento dell’aggressione mortale, tutte le giornaliste assassinate erano in servizio e stavano facendo il loro mestiere: Atwar Bahjat, reporter della tv satellitare al-Arabiya, era a Samarra dove stava realizzando un reportage in diretta su un mausoleo sciita, parzialmente distrutto dai combattimenti nel febbraio del 2006. Rapita con il suo operatore e il tecnico del suono, e’ stata uccisa quasi subito, dopo essere stata torturata, e il suo corpo ritrovato su un marciapiede. Qualche mese dopo, in ottobre, Naqsheen Hamad, volto noto della televisione al-Iraqiya, per la quale si occupava di sport, e’ stata uccisa a Baghdad, insieme al suo autista, mentre in auto si stava recando al lavoro. Il 16 novembre, Fadia Mohammed Ali, che lavorava per il quotidiano "Al Masar", cade nel centro di Mosul, mentre sta per entrare in redazione, e qualche giorno dopo Louma Abdallah Al Karkhi, 25 anni, che lavorava per il  quotidiano arabofono 'al-Dustour' muore raggiunta da numerosi colpi di arma da fuoco a Baqouba, quaranta chilometri a nord della capitale, dopo aver ricevuto numerosi “avvertimenti” anonimi che le ingiungevano di lasciare il lavoro.
E’ stato il marito a riconoscere, a fatica, alla fine del 2005, il corpo torturato di Raeda al-Wazzan, conduttrice del telegiornale di Ninive, una rete regionale della televisione pubblica irachena ‘Iraqiya Tv’, rapita nel centro di Mossul insieme alla figlia di dieci anni, e ritrovata cadavere una settimana piu’ tardi.
Da piu’ di un anno, infine, non si hanno notizie di Rim Seid, giornalista dell’emittente Sumariya TV, rapita con il suo collega Marouane Khazaal il 1 febbraio dell’anno scorso, e da allora scomparsa nel nulla.

Secondo i dati recentemente diffusi da Amnesty International a proposito della violenza contro giornalisti e operatori dell’informazione nei luoghi degli attuali conflitti, e nelle aree di particolare tensione politica, dal Medio Oriente all’Africa, dall’Afganistan alle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, dal continente indiano all’estremo Oriente, il numero delle giornaliste assassinate disegna negli ultimi tre anni una curva drammatica di crescita costante. Nel 2006, 82 giornalisti sono stati uccisi nel mondo, e nove erano donne, l’11 per cento; nel 2003, sul numero totale dei caduti, le donne erano il 2,5 %.
In questo 2007, sono cadute l’afgana Zakia Zaki, direttrice dell’emittente radiofonica  Radio Peace, assassinata l’8 giugno a casa sua, vicino Kabul, davanti al figlioletto, e ieri il nuovo assassinio di Bagdad.

Nello scorso mese di marzo, Reporters sans Frontieres ha diffuso anche i dati delle giornaliste arrestate e imprigionate per motivi legati all’esercizio della professione. Attualmente, sono sette: Munusamy Parameshawary nello Sri Lanka; Saidia Ahmed in Eritrea; Serkalem Fassil in Etiopia; Rabiaa Abdoul Wahab in Iraq; Umida Niazova in Uzbekistan; Agnès Uwimana e Tatiana Mukakibibi in Rwanda.
Quest’ultima, Tatiana, e’ in carcere da ben dieci anni, in attesa di processo; detenuta a Gitarama, a sud della capitale ruandese, in una prigione del comune, continua a dichiararsi innocente. Mentre Umida Niazova, giornalista militante dei diritti umani, in carcere in Ubzekistan da piu’ di un anno e mezzo, rischia adesso una condanna da cinque a dieci anni di detenzione per aver diffuso le testimonianze di alcune vittime della tragica repressione organizzata dalle autorità a Andijan, nel 2005.
In carcere e’ invece morta, forse per le violenze subite, nello scorso settembre, Ogoulsapar Mouradova, corrispondente di Radio Free Europe in Turkmenistan; era stata arrestata in giugno per aver scritto un articolo critico nei confronti delle autorita’, ed aver aiutato un giornalista francese a realizzare un cortometraggio sul Paese.
Un anno di galera, e cinque di privazione dei diritti civili, e’ la condanna subita dalla giornalista iraniana Elham Afroutan, vent’anni, redattrice della rivista 'Tamaddon Hormozeghan' di Ahwaz, per aver scritto  un pezzo satirico sulla rivoluzione iraniana.
Per quasi tutte le giornaliste detenute, madri oltreche’ giornaliste, arresto e prigione significano anche lontananza  e distacco dai figli, con le conseguenze immaginabili.
Vale per tutte la storia dell’etiope Serkalem Fassil, direttrice di tre settimanali, arrestata nel novembre del 2005 insieme al marito, anch’egli giornalista. Incinta al momento dell’arresto, Serkalem ha partorito in cella, ed e’ stata quindi costretta a separarsi dal figlio, adesso affidato ad una parente lontana.

Il Rapporto di RSF denuncia anche le intimidazioni e le minacce subite da giornaliste che dirigono o lavorano in organizzazione non governative a difesa della liberta’ di stampa nei loro Paesi: Sihem Bensedrine in Tunisia, Tadjigul Begmedova in Turkmenistan, Rozlana Taukina in Kazakhstan, Zhanna Litvina in Bielorussia e Saïda Kilani in Giordania.
E le blogger che usano la rete contro la censura dilagante. Sono numerose soprattutto in Iran. Recentemente, una ventina di loro sono state fermate a Teheran mentre partecipavano ad una manifestazione pacifica di protesta. Lo scorso ottobre, inoltre, i pasdaran hanno sequestrato computer, cdrom e documenti vari nella sede dell’associazione studentesca “ Ufficio per il consolidamento dell’Unita’” dove era istallata la redazione del sito internet d’informazione indipendente Advar News che dalla sua nascita, in concomitanza con le elezioni nazionali del 2005 e la vittoria di Ahmadinejead, pubblicava in rete notizie sulle violazioni dei diritti umani nel Paese.
In Arabia Saudita, infine, il blog di Saudi Eve che, sotto pseudonimo, racconta la sua vita sentimentale e parla liberamente della religione, è stato bloccato dalle autorità.

Women in the city e Articolo 21 lanciano un appello alle associazioni, ai coordinamenti ed alle commissioni di pari opportunita’ degli enti locali e delle associazioni di categoria, a quante e a quanti hanno a cuore la battaglia democratica a favore della liberta’ d’informazione per un’iniziativa a sostegno delle giornaliste arrestate e detenute nel mondo, nell’esercizio della professione, per avere difeso la liberta’ di stampa.

da womeninthecity.articolo21

postato da floreana2 | 17:25 | link | commenti
politica, differenza, campagna

martedì, 26 giugno 2007

IL COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA


Organizza un presidio davanti al tribunale di Genova


Mercoledì 27 giugno 2007 alle ore 13


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Nelle ultime settimane, abbiamo visto sfilare in aula, in ordine di comparizione:

a) il vice-capo della Polizia di Stato, prefetto Antonio Manganelli, il primo di una serie di alti funzionari chiamati a testimoniare durante il processo per l´assalto alla scuola Diaz del luglio 2001. Manganelli ha ricordato le sue telefonate con Francesco Gratteri, già capo del Servizio centrale operativo, poi promosso questore di Bari ed oggi direttore della direzione anticrimine centrale.

A luglio del 2001, Manganelli era in servizio in Puglia ma - essendo comunque coinvolto nella gestione della sicurezza dell´evento internazionale - restava in contatto con i super-poliziotti presenti a Genova.

b) un ex questore di Genova, Francesco Colucci, chiamato come testimone, ha dichiarato una serie imbarazzante di "non ricordo" e di correzioni rispetto a deposizioni precedenti. Colucci è stato poi iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza;


c) Lorenzo Murgolo, ora ai servizi segreti, si è avvalso della facoltà di non rispondere, opzione legittima in quanto ex indagato nell'inchiesta, ma di dubbia eticità trattandosi di funzionario dello stato, che dovrebbe fornire la massima collaborazione alla magistratura;

d) l'ex vice capo della polizia, Ansoino Andreassi, anche lui testimone, che spiega candidamente come il 21 luglio 2001 da Roma (cioè dal capo della polizia Gianni De Gennaro) arrivò l'ordine di arrestare quante più persone possibile: "Si fa sempre così in questi casi - ha detto Andreassi. È un modo per rifarsi dei danni ed alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti”.

e) Vincenzo Canterini, nel frattempo promosso questore. L'ex comandante del reparto mobile sperimentale della polizia di Stato, quello che fece irruzione alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001, ha dichiarato che alla scuola Diaz c'era una “macedonia di polizia”, di aver visto una ragazza in una pozza di sangue, ma che “non era di sua competenza”, davanti al pubblico ministero che lo accusa di falso, calunnia e concorso in violenze. Anche lui, come i precedenti testimoni, indica nel prefetto La Barbera, nel frattempo deceduto, ed in Lorenzo Murgolo (non imputato) le maggiori responsabilità della perquisizione alla Diaz.

f) Michelangelo Fournier, imputato nel processo per i fatti della Diaz, ha messo a nudo la strategia dell'omertà e della menzogna seguita in questi anni dalla polizia di stato sui fatti di Genova. Fournier ha detto di avere mentito e taciuto in questi sei anni per "spirito di appartenenza", dando un'accezione del tutto errata di questo concetto, un'accezione incompatibile con la Costituzione repubblicana.

Il capo della polizia Gianni De Gennaro lascia l'incarico con un'accusa infamante - l'istigazione alla falsa testimonianza.

Le sole ultime deposizioni al processo Diaz hanno mostrato il degrado morale della polizia di stato, fra dirigenti che rifiutano di rispondere ai pm, un ex questore indagato per falsa testimonianza, mentre l'unico funzionario (Fournier) che offre uno squarcio di verità - la "macelleria messicana" – decide di parlare solo dopo sei anni.

Nel frattempo gli altri imputati hanno rinunciato a testimoniare al processo in corso, per evitare, come dichiarato dai loro difensori, le “torture” inflitte a Canterini e Fournier. Questo è il rispetto che questi personaggi, poliziotti ed alti funzionari della polizia di stato, imputati di gravissimi reati, hanno di un Tribunale della Repubblica.

Per anni abbiamo denunciato gli abusi compiuti a Genova e le coperture garantite a chi le ha commesse, chiedendo a più riprese una tempestiva sospensione dei dirigenti imputati e la rimozione del capo della polizia. Non siamo stati ascoltati.

MANGANELLI PROMOSSO, COSTITUZIONE CALPESTATA

comunicato stampa

L'arrivo di Antonio Manganelli al vertice della polizia di stato non cambia nulla. Il potere politico ha scelto la strada della continuita', senza affrontare il caso G8 nella sua gravita'. A Genova nel luglio 2001 furono sospese le garanzie costituzionali e alla scuola Diaz, come ha detto un funzionario di polizia, ci fu una "macelleria mssicana". La polizia di stato in questi anni, anziche' assumersi le sue responsabilita', sospendere i dirigenti indagati e collaborare con la giustizia, ha ostacolato le inchieste e addirittura promosso i gli imputati di grado piu' alto, un vero insulto alla legittimita' costituzionale. In sei anni non si e' fatto nulla per recuperare la credibilita' perduta, si e' anzi agito in senso contrario, e il fossato fra forze dell'ordine e cittadinanza si e' allargato ancora.
Gianni De Gennaro e' stato avvicendato - cosi' ha spiegato il presidente del consiglio - per 'scadenza naturale' del mandato. Di fronte a vicende come quelle accadute a Genova, in qualsiasi paese davvero democratico il capo della polizia si sarebbe subito dimesso o sarebbe stato rimosso dal potere politico. In Italia no.
In Italia i diritti costituzionali sono passati in secondo piano, la dignita' dei cittadini e' stata calpestata due volte: prima con le violenze, poi con la protezione dei responsabili degli abusi e le promozioni dei maggiori imputati al processo Diaz. Nessuno - lo ricordiamo anche all'attuale presidente del consiglio - ha ancora chiesto scusa, a nome dello stato, alle vittime della "macelleria messicana" e degli altri abusi commessi nel luglio 2001 nelle strade, nelle caserme, nelle carceri.
Diciamo la verita': l'Italia rifiuta di fare veramente i conti con l'abisso di illegalita' costituzionale che abbiamo vissuto nel luglio 2001 e si dimostra incapace di anteporre le garanzie costituzionali agli interessi degli apparati. La carriera di un dirigente vale piu' dei diritti dei cittadini. Il dottor Manganelli, che non era a Genova nel 2001 ma fu in costante contatto con i dirigenti imputati per la Diaz, come lui stesso ha riconosciuto quando e' stato chiamato in tribunale come testimone, non e' affatto l'uomo della svolta. Il governo, nel sostituire De Gennaro, non ha fatto cenno alle sue oggettive responsabilita' - etiche, professionali e politiche - per la distrastrosa gestione del G8 e per l'inaccettabile comportamento tenuto dalla polizia nei sei anni successivi.
De Gennaro se ne va  (anzi, non se ne va , entratoa far parte dell'apparato di Giuliano Amato)in seguito da un'accusa infamante, come indagato per istigazione alla falsa tetsimonianza, e intanto 27 imputati su 29 al processo Diaz, anziche' testimoniare e assumersi le proprie responsabilita', si avvalgono della facolta' di non rispondere. E' questa la misura del rispetto per il tribunale e per l'amministrazione della giustizia? E' accettabile una condotta del genere da parte di funzionari dlelo stato?
Ancora una volta, il potere politico assicura protezione a un apparato di polizia che ha perso credibilita' e che non accetta di operare con la trasparenza che sarebbe necessaria in un ordinamento democratico. Il coro di consensi che si sente questi giorno per la nomina di Manganelli, nasconde il cedimento del potere politico, la sua incapacita' di garantire la supremazia della lettera e dello spirito della Costituzione.
Siamo profondamente delusi e amareggiati. A Genova, nostro malgrado, abbiamo perso fiducia nelle forze di polizia e nella loro lealta' alla Costituzione. I fatti di questi anni e le scelte di questi giorni purtroppo non ci hanno consentito di cambiare idea.


www.veritagiustizia.it

postato da floreana2 | 10:31 | link | commenti (1)
politica, la memoria storica, dis informazione, in-formazione