[Il Vento e L'Anima]
Sono nata donna non lo sono diventata
 


REFERENDUM ANCH'IO



BlogItalia.it - La directory italiana dei 

blog

Feed XML offerto da 

BlogItalia.it

lunedì, 30 luglio 2007

Sant'Anna di Stazzema : organo della pace e dialogo della memoria


di Mauro W. Giannini

E' stato naugurato ieri nella Chiesa di Sant'Anna di Stazzema (LU) - il paesino toscano vittima della ferocia nazista - l'Organo della Pace. Dopo 63 anni, il paesino apuano ha quindi avuto nuovamente un organo, che e' andato a sostituire quello distrutto a scariche di mitra durante la strage nazista del 1944 e mai piu' sostituito.

Il dono del nuovo organo e' il frutto dell'impegno di due musicisti tedeschi di Essen, i coniugi Maren e Horst Westermann, i quali per anni hanno raccolto fondi in Germania e in Italia grazie ad appositi concerti tenuti spesso da giovani musicisti tedeschi, i concerti della memoria. La campagna Eine Orgel für Sant’Anna di Stazzema (c’è un apposito e omonimo sito web tedesco) ha ottenuto fra l'altro l’Alto Patronato dei Presidenti delle due Repubbliche, Italia e Germania.

A Sant'Anna, frazione di Stazzema, il 12 agosto 1944 e' avvenuto infatti uno dei più efferati eccidi nazisti, con l'uccisione di 560 fra anziani, donne e bambini da parte di una brigata nazista in ritiro aiutata da alcuni uomini dal volto coperto che secondo testimoni parlavano italiano. Dopo anni di silenzio delle istituzioni, il 22 giugno del 2005 il Tribunale Militare di La Spezia ha condannato all'ergastolo i 10 imputati per la strage di Sant’Anna di Stazzema, sentenza confermata in appello nel novembre del 2006.

In occasione dell'inaugurazione dell'Organo della Pace, Lucca ha voluto ospitare un incontro sulla creazione di una 'memoria condivisa' fra Italia e Germania che ha visto a confronto giornalisti e storici italiani e tedeschi. Organizzato dal Consiglio regionale della Toscana, la Provincia di Lucca e dall’Associazione italo-tedesca dei giornalisti, il convegno ha affrontato il tema del modo nel quale si è sviluppato il percorso della memoria fra Germania e Italia concludendo che e' necessario creare tante occasioni per far si' che i giovani italiani e tedeschi raggiungano una conoscenza dei fatti e abbiano gli strumenti per comprenderli e superarli, ma e' anche necessario che i due popoli esercitino comprensione e tolleranza nel raccontare la propria memoria.

Al convegno hanno partecipato il sindaco di Stazzema, Michele Silicani, il presidente della Provincia di Lucca, Stefano Baccelli, e i coniugi Westermann. A nome del Consiglio regionale, il consigliere Ardelio Pellegrinotti ha osservato che '"occorre riflettere oggi su crimini così lontani per ragionare anche sui conflitti odierni. Questo i permetterà di non essere tra 60 anni a compiere discussioni di questo tipo con popoli quali quelli dell'Afghanistan o dell'Iran". Anche Friedrich Ruth - ambasciatore di Germania in Italia dal 1986 al 1992 e presidente dell’Associazione degli Amici degli Italiani in Germania - ha sottolineato l’importanza di approfondire i fatti come gli eccidi nazisti in Toscana "proprio per approfondire i rapporti fra i due paesi".

Durante la discussione fra i quattro relatori - i giornalisti Cristiane Kohl della Sueddeutsche Zeitung e Roberto Giardina della Nazione e gli storici Marco Palla dell’Università di Firenze e Gabriele Hammermann, vicedirettrice del museo–memoriale di Dachau - e' emersa la necessita' di una maggiore simmetria nell'impegno verso l’obiettivo di ritrovare una memoria condivisa: da parte tedesca, conoscenza più piena dei fatti e delle responsabilita' per gli eccidi in Italia; e da parte italiana occorre un maggior impegno nell'affrontare le tematiche della memoria così come anche più chiarezza nell'affrontare responsabilità storiche nei conflitti del 900, per esempio nei Paesi africani.

Fino al 5 ottobre 2007 a Sant'Anna di Stazzema, Seravezza, Pisa, Firenze e Valdicastello Carducci si terrano ancora tanti concerti per la pace.

da osservatoriosullalegalita.org

postato da floreana2 | 17:08 | link | commenti (3)
politica, la memoria storica, cultura eventi poesia, in-formazione

sabato, 28 luglio 2007

La voce delle donne

di Nella Condorelli

 

Una, Ayesheh, e’ anziana, e la immaginiamo con quello sguardo oltre gli anni che hanno le madri di figli grandi, qualunque sia la loro eta’. L’altra, Hiro, sappiamo invece che e’ giovanissima, diciannove anni, studentessa di matematica, e gia’ sposata. Sino a  qualche giorno fa, nessuna di noi le conosceva, queste due donne oggi al centro di una nuova tragica storia di morte ordinaria nella Repubblica Teocratica dell’Iran. 

Sono, infatti, Ayesheh e Hiro, rispettivamente madre e moglie di Adnan Hassanpour e di Hiva Boutimar, i due giornalisti curdi condannati a morte dalle autorita’ di Teheran, il 16 luglio scorso, per aver scritto e diffuso parole di liberta’, contro la metodica persecuzione esercitata dal regime degli ayatollah nei confronti dei curdi, nella regione del Kurdistan iraniano. Un’orizzonte di aspre montagne e di strette valli, tagliate da ruscelli impetuosi, punteggiate di foreste e piccoli campi coltivati, all’estremo nord-ovest del Paese. La porzione iraniana di un territorio storicamente abitato dalla gente curda, che la Persia arraffo’ dopo lo smembramento dell’Impero ottomano e la conquista di Istanbul da parte dei nazionalisti di Ataturk.

Marivan, la citta’ dove abitano Ayesheh e Hiro, sta sulle rive dell’unico lago iraniano, Zenivar, quasi sul confine iracheno, cioe’ sul confine mesopotamico segnato a tavolino dal trattato di Losanna che sparti’ il territorio curdo tra Persia, Iraq, Siria, Armenia e soprattutto Turchia, la principale fautrice della cancellazione (nello stesso trattato) dell’indipendenza curda che, pure, le grandi potenze vincitrici della prima guerra mondiale avevano precedentemente riconosciuto con il trattato di Sevres (1920). Come molti dei villaggi di terra arrampicati sulle pendici basse delle montagne, oppure acquattati nel fondo delle valli, Marivan e’ una citta’ di tetti stretti uno sull’altro, come i gradoni di una sola terrazza. Qui la gente si conosce da sempre, e da sempre condivide tutto. Lunedi scorso, raccontano le agenzie, quando la notizia della condanna a morte dei due giovani giornalisti si e’ diffusa per la citta’, la casa di Ayesheh, la madre di Adnan Hassanpour, e’ diventata meta di un pellegrinaggio senza fine, parenti, amici, colleghi, gente qualunque, mentre per strada montava la protesta. Queste condanne a morte, infatti, rappresentano l’ultimo atto, in ordine di tempo, della persecuzione di Teheran contro giornalisti e intellettuali curdi divenuta, da un anno a questa parte, particolarmente feroce. Nonostante il blocco d’informazioni della stampa ufficiale iraniana, e’ dunque trapelata notizia delle manifestazioni popolari pacifiche che da tre giorni stanno occupando le strade cittadine, e della risposta di Teheran che ha inviato sul posto forze di sicurezza, mobilitando truppe intorno alla citta’. Davanti alla spianata dell’ospedale, davanti alla Grande Moschea e al Bazaar Chabrang ci sono state cariche di polizia, con numerosi feriti e decine di arresti arbitrari tra le gente che chiedeva l’annullamento delle condanne a morte, e la liberazione di due difensori dei diritti umani e di un gruppo di insegnanti, anche loro arbitrariamente arrestati. Per tutta risposta, i pasdaran hanno dichiarato il coprifuoco cittadino, ma non sono riusciti nell’intento di spegnere le manifestazioni. Da due giorni tutti i negozi di Marivan hanno abbassato le saracinesche, e proclamato lo sciopero ad oltranza. “Citta’ morta”, l’hanno chiamato gli stessi curdi questo sciopero: definizione che connota tristemente una realta’ di vite spezzate e di parole negate.  

Adnan Hassanpour, il giornalista condannato a morte con il collega freelance Hiva Boutomar, e' stato redattore della rivista indipendente bilingue (curdo e farsi) “Aso”, Orizzonti, una delle testate nate e chiuse nello spazio di pochi anni, per intervento del Ministero per la Cultura e l’Orientamento, l’autorita’ che il mese scorso ha chiuso o sospeso un’altra decina di testate indipendenti. Numerosi i giornalisti arrestati, e secondo le denunce di Reporters sans Frontieres detenuti in prigione senza che le famiglie siano informate e spesso senza la possibilita’ di un avvocato.  Un recente rapporto di Amnesty International conta nel carcere di Sanandaj (dove Adnan e Hiva sono detenuti) altri sei giornalisti curdi: Kia Jahani, collaboratore da anni del canale televisivo Kurdistan TV, arrestato a Marivan il 7 febbraio di quest’anno, Also Salah del settimanale “Didgah”, arrestato a Sanandaj l’8 marzo mentre seguiva come fotoreporter la manifestazione di protesta delle donne, Kaveh Javanmard del settimanale “Karfto” detenuto dal 18 dicembre 2006, e Ejlal Aghvami, redattore di “Payam Kurdistan”. Mentre a Teheran, nella prigione di Evin, sono detenuti Sadegh Kabudvand, direttore del Centro per i Diritti Umani del Kurdistan Iraniano, e i sindacalisti Mahmoud Salehi e Loghman Mohr. “L’Iran sta diventando la piu’ grande prigione di giornalisti del mondo”, ha dichiarato ieri con una dura nota Reporters sans frontieres, chiedendo l’intervento della comunita’ internazionale. Nella nota RSF sottolinea che “le condanne a morte dei due giornalisti curdi “colpevoli” solo di informare i loro concittadini, rappresentano l’ennesima violazione del diritto umanitario internazionale commessa dalle autorità iraniane che desiderano far tacere, con ogni mezzo, i giornalisti più critici nei confronti del regime e tutti gli attivisti per i diritti umani.”. 

Ventotto anni dopo la rivoluzione degli ayatollah, l’Iran si segnala dunque come uno dei 10 Paesi piu’ repressivi al mondo in materia di liberta’ di stampa e di espressione. Non solo. La presidenza del pasdaran Mamhoud Ahmadinejead, fedelissimo dell’interpretazione piu’ chiusa del pensiero komeinista, - gia’ di per se’ interpretazione “eretica” dell’ortodossia sciita, secondo il punto di vista di eminenti teologi costretti all’esilio -, non ha fatto altro che aumentare la pressione su tutto il Paese. Mescolata alla misoginia degli ayatollah, veri e unici gestori del potere, esercitato a tappeto sulla vita pubblica e la sfera privata, ha dato vita a leggi ancor piu’ liberticide che nel corso dell’intera vita della Repubblica islamica. Si contano a centinaia, in due anni, le leggi e i decreti di divieto imposti da Ahmadinejead praticamente su tutto, con l’aumento vertiginoso di condanne a morte, in simbiosi con frustate pubbliche e amputazioni di mani e piedi. E si contano a migliaia le manifestazioni popolari di protesta contro di lui, da una parte all’altra del Paese, con donne, studenti, categorie varie di lavoratori, sindacati, minoranze etniche e religiose in piazza.  

Si contano anche, ma a centinia di migliaia, le fughe da casa delle adolescenti, gli stupri, l’aumento della tratta degli esseri umani, del consumo di droga, della poverta’ sociale. Tutti documentati da dati ufficiali raccolti dalle stesse istituzioni iraniane, di cui su questo quotidiano abbiamo spesso dato informazione. L’apatia dei trentenni di citta’, quelli nati all’arrivo della rivoluzione, la generazione inerte tra festini proibiti per legge e arresti scontati, e’ documentata invece per intero in “Persepolis”, il film a fumetti di Mariane Satrapi, premiato all’ultimo festival di Cannes. Anche contro di loro, certamente (dicono gli stessi iraniani), Ahmadinejaed ha recuperato dall’oblio pratiche tribali come il “matrimonio temporaneo”, osteggiato persino dai partiti piu’ conservatori come “legalizzazione della prostituzione”, e la lapidazione, illustrata dal suo ministro della Giustizia come “pratica coranica”, in riferimento ad una sharija frutto di un’interpretazione che molti musulmani, in Iran e fuori, contestano.

Piomba, la lapidazione, soprattutto sui reati della sfera privata e del sesso, grande satana pret-a’-porter. Per un rapporto extraconiugale, in Iran, si puo’ essere condannati a morte per lapidazione. E’ avvenuto qualche settimana fa, con la lapidazione di un uomo accusato di aver avuto una relazione adulterina  con una donna, poi divenuta sua moglie, e anch’essa in attesa di lapidazione. Nel 2006, proprio in Kurdistan, a Marevan, una ragazza di tredici anni e’ stata condannata alla “morte di pietre” per aver avuto una relazione intima con un quindicenne. Ed e’ di qualche giorno fa, 22 luglio, la notizia dell’impiccagione di 12 giovani omosessuali, condannati a morte per sodomia, stupro, e consumo di stupefacenti. Queste ultime condanne hanno provocato ieri la protesta ufficiale del Ministero francese degli Affari esteri con l’incaricato d’affari dell’ambasciata iraniana a Parigi, convocato dalla segretaria di Stato ai Diritti Umani, Rama Yade. In una nota diffusa successivamente dal suo portavoce Dennis Simonneau si legge che “la Francia come tutti i suoi partners europei si oppone alla pena di morte, in tutte le circostanze e in tutti i luoghi, e condanna l’esecuzione capitale di 12 cittadini iraniani avvenuta il 22 luglio (…) rilevando con particolare preoccupazione che un ufficiale iraniano aveva dichiarato il 10 luglio che l’orientamento sessuale rientrava tra i capi d’imputazione (…). Parigi ha espresso al diplomatico iraniano la sua “estrema preoccupazione” ricordando tra l’altro alle autorita’ di Teheran “il rispetto della moratoria del 2002 sulle lapidazioni”, e rinnovando l’appello “affinche’ nessun’altra condanna a morte per lapidazione sia eseguita.”. 

E’ dunque con l’arrivo dell’ayatollah Komeini e la proclamazione della Repubblica Islamica, nel 1979, che la sorte dei curdi iraniani (gia’ perseguitati a morte da tutti gli shah della dinastia Palhevi, lungo il Novecento) precipita in un buio senza fine. Il 14 settembre 1981, e’ la data che, nella fresca repubblica komeinista, segna l’inizio della tragedia nuova e antica di questo popolo: 14 operai curdi al lavoro in una fabbrica di mattoni nel villaggio di Sarouglamish vengono trucidati a freddo. La loro “colpa”? Quella di tutti i curdi e le curde: l’appartenenza etnica e il credo religioso, - i curdi sono sunniti, in un Paese a governo religioso sciita che perseguita tutte le minoranze religiose, cristiani, dervisci, zoroastriani -, e la costante aspirazione all’indipendenza e alla liberta’ che ogni donna e ogni uomo curdo alimenta e tramanda, di generazione in generazione. "Sono secoli che il Kurdistan soffre le ingiustizie e la repressione dei governi centrali”, ha scritto Hiro, la giovane moglie di Hiva Boutimar in una lettera rivolta ai cittadini occidentali, “qui’ non c’e’ famiglia che non abbia avuto giovani fucilati senza motivo, o per la sola ragione di essere fieri della propria appartenenza a questa etnia. Nel 21.esimo secolo gli uomini liberi non possono e non devono accettare che intellettuali e giornalisti siano impiccati solo perché parlano di libertà e chiedono democrazia.”.   

La soluzione, mi dice al telefono una giovane curda residente in Europa, che vuole mantenere l’anonimato, rimanda sempre all’intolleranza ottusa del governo di Ahmadinejead. “Dal giorno della sua elezione”, continua la nostra interlocutrice, “la persecuzione contro la popolazione curda e’ ancor piu’ aumentata. Solo nell’ultimo anno, sono decine gli intellettuali arrestati e rinchiusi in prigione, sospettati di “separatismo” e minacciati per le loro idee, per le loro parole. Ma e’ un fatto che la cultura curda e’ antica quanto questo mondo: la storia, le fiabe, la nostra lingua, i balli e le tradizioni, i vestiti delle donne e quelli degli uomini…tutto questo fa parte della nostra identita’, delle nostre radici. L’appello della madre di Adnan Hassanpour va dritto al cuore di ogni curdo, dovunque si trovi, perche’ risuona dell’eco delle ingiustizie che tutto il nostro popolo subisce. Chiediamo alle donne italiane, alle associazioni, alle militanti dei diritti umani, alle donne della politica di ascoltare l’appello di questa madre, in nome del diritto alla vita ed alla giustizia.”.

“Mio figlio ha una sola colpa”, ha gridato Ayesheh, quando le hanno comunicato la condanna a morte di Adnan, ''quella di essere fiero di essere curdo e di non poter tacere davanti alle ingiustizie. Come è possibile condannare a morte un giovane che ha dedicato tutta la vita a difendere la sua gente?”.

Com’e’ possibile, signori dell’Iran?

 da womeninthecity

postato da floreana2 | 16:16 | link | commenti
politica, differenza, uomini contro, in-formazione

sabato, 21 luglio 2007

Pechino 1995 Conferenza ONU sulla Donna "I diritti delle donne sono diritti umani"

 Senza parole

di Nella Condorelli

 Di che cosa parliamo, quando parliamo di diritti umani, oggi, nel mondo globale? Quando parliamo di diritti delle donne?
Quando parliamo di civilta’?
Davanti alla fotografia che women in the city ha scelto di pubblicare come foto di copertina, non ci sono risposte in grado di dare risposte.
Oltre l’orrore che pure ci sovrasta, e ci rende mute, di fronte a qualsiasi esecuzione capitale; oltre l’inquietudine che ci afferra al petto di fronte al gesto di un boia che da’ la morte, guardando la foto di questa donna sul punto di essere lapidata, nell’Iran degli aytollah, e fermata dall’obiettivo nel momento del seppellimento da viva, quella che ci scoppia in testa e’ soprattutto una pena selvaggia.

Pena per quel volto contratto nella smorfia di una paura violenta, che si trasmette a noi con la disumana brutalita’ dell’impotenza, e pena anche per noi, donne e uomini del secolo ventunesimo, che predichiamo la vita mentre pratichiamo la morte, chi direttamente, chi scientemente e chi per somma ignavia.

La notizia

Tre giorni fa, secondo quanto pubblicato dal gionale di Teheren “Etemad-Melli”, otto donne sono state condannate alla lapidazione, per reati di varia entita’.

Il quotidiano fa anche il nome delle condannate, tutte detenute in diverse carceri del Paese, riportando che "due di loro sono rinchiuse nella prigione di Evin a Teheran, e le altre nelle prigioni di Sepidar ad Ahwaz, di Tchobine di Ghazvine, di Varamine (un sobborgo di Teheran) di Tabriz, e di Oroumieh.”.

Tra le donne condannate ci sarebbe anche Mokkarame Ebrhraimi, condannata alla lapidazione, insieme al suo compagno, per una relazione extraconiugale di quindici addietro, nonostante la coppia si sia poi unita in matrimonio, ed abbia due figli, oggi di 11 e 5 anni.
Il caso di Mokkarame e del suo compagno aveva suscitato una forte protesta internazionale nel corso dei lavori dell’ultimo G8 in Germania, provocando la reazione della cancelliera Angela Merkel, e la richiesta alle autorita’ di Teheran di sospendere e commutare la pena.
Raggiunti da una piogga di petizioni contro pena di morte e lapidazione, le autorita’ iraniane avevano in un primo tempo acconstito a sospendere l’esecuzione della sentenza che, secondo quanto previsto, avrebbe dovuto aver luogo a mezzanotte dello stesso giorno, nel cimitero cittadino, con la partecipazione degli abitanti.
La sospensione della pena, pero’, e’ stata ritrattata tre giorni addietro, e l’uomo, Amir Kiiari, e’ stato lapidato come previsto dal codice penale iraniano per gli uomini, cioe’ seppellito sino alla vita, le braccia libere, per un ultimo, inutile e disperato, gesto di difesa.

La notizia delle otto condanne capitali per lapidazione ha provocato un’ondata di proteste in tutto il mondo, e l’appello della Commissione Donne del Consiglio nazionale della resistenza iraniana alle Nazioni unite e a tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani, “perche’ condannino i crimini di questo regime medioevale, ed adottino misure idonee a porre fine a questi comportamenti inumani.”

“Dietro queste condanne”, ci dice Sarvnaz Chitsaz, presidente della Commissione Donne CNRI, “c’e’ un vero e proprio piano: gli ayatollah mirano a creare panico e timore nella popolazione, per spegnere ogni anelito alla protesta con il ricorso a punizioni crudeli e arbitrarie, frutto di un’uso ambiguo e distorto dell’islam, piegato solo ai propri interessi di bottega e di potere.”

Meeting di San Rossore

L’appello delle iraniane, annunciano le donne dell’Associaizone Donne Democratiche Iraniane,è staat diffuso anche a San Rossore, durante la tavola rotonda dedicata ai diritti delle donne,ieri 20 luglio, nell’ambito del Meeting internazionale sui diritti delle donne e dei bambini promosso dalla Regione Toscana e dall’Unicef.
Alla tavola rotonda, moderata dalla giornalista Rula Jebreal, con la presenza della ministra Barbara Pollastrini, ha partecipato anche Farideh Araki Karimi, rappresentante del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana in esilio e, in videoconferenza da Auvers sur Oise, la stessa presidente Maryan Rajavi.
Al centro del suo intervento, il rapporto tra l’ islam e l’emancipazione delle donne, e l’analsi del fondamentalismo misogno degli ayatollah, causa dell’inferiorita’ attuale delle donne iraniane.

da donneiran.org

postato da floreana2 | 10:08 | link | commenti (2)
politica, differenza, la memoria storica, campagna, in-formazione