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mercoledì, 31 ottobre 2007

Wafaa e Kawtaba, l’estetica a colpi di coltello

Due volte circoncisa, due volte madre, Wafaa Halmy aveva giurato a se stessa che mai le sue due figlie avrebbero vissuto la sua stessa tragedia. La seconda e’ riuscita a sfuggire, ma la maggiore - condotta in segreto dalla nonna presso una circoncisora, in occasione di una visita al villaggio, nell’Alto Egitto -, e’ stata operata a sua insaputa, in una sera d’estate.

Per la madre di Wafaa, nonna delle bambine, la paura della stigmatizzazione sociale e’ stata piu’ forte di tutto. Come molti egiziani, la donna e' convinta che l’escissione, che generalmente consiste nel taglio del clitoride e delle piccole labbra, sia un precetto religioso, necessario a preservare la virtu’ e l’onore delle ragazze.

In un Paese dove circa il 97per cento delle donne tra i 15e i 49 anni, secondo dati ufficiali nazionali, tanto cristiane quanto musulmane, sono infibulate, tantissime sono quelle che cosi' si sentono garanti dell’ordine sociale, e non osano derogare a questa pratica tradizionale che risale ai tempi dei faraoni, comunemente chiamata in Egitto “purificazione”.

E tantisime, come vedremo, sono coloro che lo considerano un paramentro di bellezza. Necessario, se si vuole per evitare alle figlie di restare zitelle. Anche se tutte ne lamentano il dolore, il sanguinamento, a volte le malattie, le infezioni. E gli strascichi.



“Quali? Per esempio, sono frigida”, confessa Wafaa alle altre donne convenute con lei a questa riunione sull’escissione organizzata in una sala attigua alla chiesa copta di Bayad –al Arab, da una ong femminile, il Centro Copto per la Formazione e lo Sviluppo. "Non ho mai voglia di fare l'amore, con mio marito e' un probema enorme", racconta, "litighiamo continuamente, non ho nessuna reazione, nessuna sensazione, nessun piacere.”.

Wafaa ha 35 anni, e’ copta, ed e’ stata infibulata due volte, a 10 anni, perche', "dopo la prima operazione rimaneva ancora un bottoncino da togliere completamente.”. Come devo fare?, si chiede desolata, pensando al marito.



Kawkaba Fathi, la donna che prende la parola dopo di lei, una risposta ce l'ha. "Ho deciso di mentire per fargli piacere, spiega, e da quel momento con mio marito e' andata meglio”.

Kawkaba e’ musulmana, ha un viso placido e tondo, inquadrato da un velo nero. E’ stata infibulata “alla maniera sudanese”, cioe’ con l’escissione di tutti gli organi genitali esterni. Il ricordo la traumatizza ancora, e d’accordo con il marito ha deciso di non sottoporre le tre figlie e questa tortura.



Oggi, come le altre donne di villaggio, piu' di sessanta, in maggioranza cristiane e tutte escisse, Wafaa e Kawkaba sono venute ad ascoltare la ginecologa che lavora per il Centro copto. “L’escissione e’ una vecchia, vecchissima tradizione che non ha nulla a che vedere con la religione”, esordisce la dottoressa Mariam Nourib, prima di affrontare la descrizione delle sue conseguenze: emorragia, incontinenza, rapporti sessuali dolorosi, parti difficili…

Molte annuiscono, ma alcune sono inquiete per quello che potrebbe succedere alle figlie se dovessero decidere di non farle operare. “E se il marito me la rimanda a casa, dopo la prima notte di nozze, perche’ non e’ escissa?”, chiede una di loro, allarmata.”. "Il villaggio deve sapere che e' una ragazza normale come le altre, senza malformazioni..., che non ce l'ha troppo grossi...", continua una sua amica, riferendosi all'andazzo popolare che vuole che gli organi genotali “troppo sporgenti” siano poco belli a vedersi e debbano essere tagliati.



La presidente dell’ong, suor Joanna, una piccola donna vigorosa, entra a questo punto in scena con risolutezza, “condurresti tua figlia da un medico perche’ ha il naso troppo grosso, oppure gli occhi troppo grandi o troppo piccoli, e allora perche’ si’ per quella parte del corpo?”, rimprovera alla donna.



Attualmente, il Centro sta seguendo le ragazze di 15 villaggi dell'Alto Egitto, della fascia di eta' 8/12 anni, eta’ sensibile per l’escissione, e per convincere le donne dei villaggio a partecipare alle riunioni, va tutto bene, anche la distribuzione di the, di detersivi e di sapone. Per suor Joanna, non c’e’ dubbio che la lotta contro l‘escissione stia andando avanti, “fino a dieci anni fa, spiega, qui' anche la parola “escissione” era tabu’”. Riconosce tuttavia che il lavoro della ong si scontra con diffidenza e reticenze, come quando le volontarie sono accusate di essere “scherane dell’Occidente” che tentano di “corrompere le ragazze egiziane.”.  

I leaders religiosi africani contro la pratica delle mutilazioni genitali

Intervenendo ai lavori del 4.o Simposio sulle Mutilazioni Genitali Femminili, in corso  in questi giorni ad Abidjan, capitale della Costa D'Avorio (martedi 22 ottobre, sabato 27 ottobre), i leader religiosi africani di differente professione di fede hanno congiuntamente dichiarato che ne’ gli insegnamenti cristiani, ne' quelli musulmani ne’ le antiche tradizioni, fanno alcun riferimento alle mutilazioni genitali femminili, o ad altre pratiche simili. E si sono impegnati a partecipare alla lotta per la sua messa al bando totale, sia nel continente africano che negli altri Paesi.

postato da floreana2 | 17:47 | link | commenti (1)
differenza, un altro mondo, campagna, in-formazione

lunedì, 29 ottobre 2007

Colonia per maschi

Corpi di donna in una colonia per maschi

Maria Paola Fiorensoli

Giulietta Stefani spazia su un territorio finora deserto di corpi femminili. Moltissimi esperti del settore coloniale non prestano attenzione alle donne, se non nel ruolo di sostenitrici, a vario titolo, "del colonizzatore"; nelle pagine dell’Autrice, studiosa di storia dell’emigrazione e del colonialismo e attenta agli studi di genere, il corpo delle donne, nero e bianco, c’è.

Né l’epistemologia delle dinamiche del potere coloniale, né il silenzio dei "civilizzatori", né le politiche di sfruttamento e di oppressione, di co-dipendenza e persino neppure quelle d’amicizia e d’amore lo possono nascondere. Un corpo spesso maltrattato e ferito, e due volte oppresso, se nero.

Basti pensare al silenzio che militari, civili e clero hanno mantenuto sull’infibulazione, massicciamente praticata nella zona e sperimentata da donne di varie religioni. Dallo studio di fonti accuratamente cercate, l’Autrice declina un nuovo paradigma della colonizzazione, indagando anche in termini di quanto abbia contato nella degenerazione dell’immaginario e nella rappresentazione pubblica e privata.

Quella "colonia per maschi", realizzata in Etiopia" tra il 1935 e il 1941, interpretata e assolta dai protagonisti in quanto "portatrice di civiltà", rientrava in una più vasta quanto falsa idealizzazione di un’Africa "luogo di un ritorno alla natura, alla ricerca delle origini e degli istinti primordiali, una sorta di via regia verso la ripresa della virilità". Tema molto enfatizzato in Italia e dominante la letteratura coloniale.

Ennio Flaiano, che avocava a sé il diritto di "stare con i piedi ben piantati tra le nuvole", ne scrisse anche lui d’Etiopia, ma ben diversamente, in Tempo di uccidere, uscito nel 1947.

A sua volta, Giulietta Stefani, esamina i "maschi in colonia", le loro "relazioni pericolose", il "sogno d’Africa" e ne racconta le sopraffazioni di genere, di etnìa, di religione, di colore della pelle.

"Davanti a questo maschio colonizzatore, l’intera Africa si presenta come un corpo di donna da conquistare" scrive L. Passerini nella Prefazione; storia ordinaria, si direbbe se non fosse che l’ideologia, a contatto con l’Africa, esportando l’Italia, mostra tutto il suo groviglio di contraddizioni, tanto più violente quanto più negate. Sul palcoscenico d’Etiopia va in scena la nostra società senza che possa negare, se non tacendo e occultando, la verità del nostro, all’epoca, italico, patto tra i sessi, ancora di buona tradizione. È messa a nudo "la mancata femminilizzazione, carattere peculiare e di lunga durata della cultura coloniale italiana, comune alle rappresentazioni dell’età liberale e del fascismo".

A questa "italica" carenza, l’Autrice contrappone, attraverso carteggi e documenti, la storia dei corpi, delle soggettività, delle diversità; indaga le motivazioni e i risultati di quel combattere e lavorare e colonizzare credendosi dei benefattori, assolvendosi con "italiani brava gente", e compiendo tutto ciò che ciò comporta.

Iene, sciacalli e altri animali selvatici popolano le descrizioni delle notti africane nelle lettere "dall’Africa", continente vissuto, nel recinto etiope, come "paradiso dei sensi". I corpi dei/delle indigeni/e sono "indistinti e indistinguibili". In un clima di omosocialità permeato di militarismo e razzismo, di omosessualità e di omoerotismi dilaganti quanto negati, l’unica virilità è quella "conquistatrice" della pretesa "superiorità del maschio sulla femmina, del colore bianco sul colore nero".

L’avventura africana scavò nel profondo, mise a nudo qualcos’altro: "la centralità del rapporto tra crisi della mascolinità e civiltà". Questa idea, molto diffusa e ancora esistente, che la civiltà "indebolisca il corpo maschile", sottraendolo ai rigori della "natura", inclinandolo a "effeminatezze", a "degenerazioni", è quella che "recupera l’Africa come luogo ideale della rigenerazione del maschile", naturalmente "bianco"; è quella che produce Tarzan, re delle scimmie. Scritta nel 1912, da E. R. Burroughs, l’opera dona a Tartan una "perfezione fisica naturale" cui tutta la giungla soccombe, anche i leoni, "che appartiene ai bianchi, ma che i bianchi hanno perso nel rapporto con la civiltà". Anche Jane è bianca e non potrebbe essere altrimenti senza incarnare quell’Africa "da conquistare", da "civilizzare", che tutte le nere incarnavano, in ogni momento e luogo. Tra quest’ultimi, anche le "case chiuse" esportate dagli italiani con la legge Cavour (che le aveva istituite quasi contemporaneamente alla leva maschile obbligatoria nel Regno d’Italia).

Paternalismo e sessismo producono schiavitù, dichiarata e nascosta. In nessun modo, rileva l’Autrice, la paternità "bianca" ha potuto migliorare non solo le relazioni tra i sessi ma la mentalità, né rendere, in Africa, "paternità e procreazione" elementi importanti per l’identità maschile quanto il fascismo li esaltava in Italia, essendo "il razzismo biologico l’elemento di scontro nel contesto coloniale". Sono quei corpi "indistinguibili" di madri nere, di figlie nere, di prostitute nere che impediscono un tranquillo "fare i conti con il passato coloniale" e all’Autrice il merito d’aver recuperato questa impossibilità.

Gulietta Stefani
Colonia per maschi.
Italiani in Africa Orientale: una storia di genere.
Verona: Ombre corte, 2007
pp. 202
€ 18,00
isbn 978-88-87009-99-6

Prefazione di Luisa Passerini

Fonti: ombrecorte.it - womenews.net

postato da floreana2 | 15:56 | link | commenti
politica, miti, differenza, la memoria storica, cultura eventi poesia, in-formazione

Chiedo scusa a tutti/tte coloro che  avevano commentato il post sulla situazione delle donne e bambini in Afghanistan. Involontariamente l'ho cancellato. Mi auguro di ri-proporlo nel più breve tempo possibile.

Flo

postato da floreana2 | 15:45 | link | commenti