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domenica, 29 giugno 2008

 A proposito di stupri di guerra: il caso della minoranza etnica Shan in Birmania

L'ong inglese "Euro Burma " a proposito dell’uso deliberato della violenza sessuale come tattica di guerra, ricorda nel suo " Licenza di stupro", in cui analizza 173  casi di stupro ed altre forme di violenza sessuale commesse dall`esercito nello stato Shan (Birmania) su 625 donne e ragazze nel periodo che va dal 1996 sino al 2001, come il regime militare birmano faccia uso in larga scala dello stupro come arma di guerra.

Le superstiti degli stupri non possono usufruire di processi legali o ad alcun tipo di sostegno in Birmania. A coloro che fuggono in Tailandia viene negata qualsiasi tipo di protezione e assistenza sanitaria. Spesso sono soggette a deportazioni coatte.

Chiaramente la ragione principale per cui l` esercito birmano continua impunemente a commettere questo tipo di violenze è perche` molte zone dello stato Shan, particolarmente quelle dove hanno luogo i conflitti armati sonoisolate dal resto del mondo e le agenzie internazionali per il monitoraggio dei diritti umani in Birmania non vi hanno accesso. Spesso queste zone sono controllate dal regime militare stesso. Di conseguenza l` unica maniera per far conoscere cosa succede e`intervistare le vittime oltre confine.

Il regime continua a screditare testimonianze di questo genere asserendo che tali informazioni provengono da fonti legate al movimento insurrezionale. Purtroppo alcuni componenti della comunita` internazionale senza nemmeno arrivare al confine per verificare le storie dei profughi, preferiscono dare ragione al regime militare.

Alcuni governi stranieri hanno cominciato ad allentare la pressione sul regime militare e incoraggiano nuovi investimenti ed aiuti economici se non militari, ignorando la guerra civile e i continui abusi dei diritti umani contro i civili nelle zone etniche.

La pressione internazionale deve essere mantenuta per costringere il regime ad iniziare delle trattative non solo con la leader dell` opposizione democratica, tuttora agli arresti domiciliary, Aung San Suu Kyi, ma anche con i leaders etnici.

La guerra civile continuera` ad andare avanti cosi` come l` incubo delle violenze sino quando il regime non inziera` un dialogo politico per risolvere i problemi etnici nel paese.

Senza dubbio le violenze sessuali sono collegate alla guerra civile. Bisognerebbe sottrarre le zone etniche al controllo militare, restaurare la democrazia e la legge per far si che donne e bambine di tutta la Birmania possano essere protette dalle violenze sessuali, molte delle quali non sono denunciate dalle vittime. Questo tipo di notizie non arriva facilmente all`attenzione dei mass media; le informazioni su questi abusi sessuali sono state raccolte tramite interviste fatte ai profughi illegali che vivono in Tailandia. Per questo motivo il reale numero delle donne che sono state vittime di questi reati e` molto piu` alto di quello pubblicato.

"Licenza di stupro" mostra come il regime militare birmano abbia permesso in passato e continui a permettere alle sue truppe atti di violenza sessuale al fine di terrorizzare e sopprimere la minoranza etnica dello stato Shan.

Lo stupro e` utilizzato come "arma di guerra" contro la popolazione civile dello stato Shan; è una strategia delle truppe dell` esercito birmano per evitare insurrezioni.

Le violenze sessuali documentate sono state commesse da soldati di 52 battaglioni differenti. Nell' 83% dei casi lo stupro e` stato commesso dagli ufficiali, normalmente di fronte alle loro truppe, a questo si sono poi aggiunte altre violenze brutali, la tortura e spesso l`uccisone della vittima.

Nel 61% dei casi si e`trattato di stupro di gruppo. Le donne sono state spesso incarcerate e violentate all`interno delle basi militari per mesi interi. Soltanto in uno dei 173 casi il soldato colpevole della violenza e`stato punito dal suo comandate. Normalmente ad essere punite, incarcerate, torturate o anche uccise sono le vittime. Il regime militare birmano, che si è dato il nome "Concilio per la pace e il progresso dello stato" (SPDC), ha triplicato, dal 1998, il numero delle truppe stanziate in territorio Shan e con loro il numero delle violenze contro le donne shan e` aumentato in modo vertiginoso.

Il rapporto ha messo in evidenza le terribili condizioni fisiche e mentali delle donne sopravvissute alle violenze non solo perche` i colpevoli non sono mai stati puniti ma anche per la completa mancanza di supporto post-stupro. Alcune donne sono state cacciate dalle loro famiglie e rinnegate dalle comunità. Molte di loro sono fuggite in Tailandia dove non essendo riconosciute legalmente non sono protette e non hanno accesso alle agenzie umanitarie. Sono molto vulnerabili, rischiano di cadere nel traffico umano della prostituzione o di venire deportate in Birmania e finire di nuovo nelle mani dei loro violentatori, vale a dire comandanti, maggiori, capitani, luogotenenti, sergenti e caporali. Nel 85% dei casi gli ufficiali hanno apertamente commesso il crimine ed in piu` di 10 occasioni hanno addirittura passato le vittime direttamente alle loro truppe per un ulteriore stupro di gruppo o per essere uccise.

Nel 25 % dei casi documentati le ragazze o le donne dopo aver subito lo stupro sono state uccise, soffocate, pugnalate o bruciate. Il corpo delle vittime e`spesso stato deliberatamente lasciato senza sepoltura ed esposto al pubblico come monito per la comunita` locale. Le donne sopravvissute allo stupro hanno raccontato che i loro violentatori hanno commesso la violenza sapendo che non sarebbero mai stati puniti.

In molti casi lo stupro è stato commesso nelle base militari, con il benestare degli ufficiali. Esemplare è il caso di due ragazzine di una scuola speriore di Lai Kha che hanno dichiarato di essere state arrestate e portate dai soldati del SPDC nella base militare. L` ufficiale le ha violentate per quattro giorni e quattro notti e sono state rilasciate solo dopo il pagamento di un` ingente somma di denaro da parte dei rispettivi genitori.

In ventiquattro casi le donne sono state trattenute in prigione e ripetutamente violentate dalle truppe birmane per un periodo di quattro mesi.

Le testimonianze riportate in questo rapporto mostrano chiaramente come le autorita` militari non facciano nulla da parte loro per perseguire coloro che commettono gli stupri; anzi scoraggino le vittime a denunciare queste violazioni con ricatti, ulteriori violenze fisiche, pesanti multe e detenzioni arbitrarie.

In genere le donne hanno prima raccontato l`abuso sessuale ad un membro della propria famiglia e poi al capo del villaggio, il quale ha spesso suggerito alla famiglia di non denunciare la violenza alle autorita` locali per paura di ulteriori repressioni. In almeno un caso il capo-villaggio e` stato picchiato e torturato a morte dalle truppe militare per aver osato denunciare lo stupro di una ragazza del suo villaggio. Per questo motivo molti leaders temendo per la loro vita evitano di intromettersi in questi problemi.

Inoltre le donne che subiscono la violenza spesso non sanno parlare birmano (fattore al loro svantaggio) e nella maggior parte dei casi non sono in grado di dire il nome o di dare informazioni sull` unita` militare di chi le ha violentate durante i processi. In pratica non hanno la ben che minima possibilita` di provare le loro accuse.

In alcuni casi la vittima che aveva osato parlare dell` accaduto e` stata arrestata e ha dovuto pagare una multa di 20.000 kyat prima di essere rilasciata. Molti ufficiali hanno rifiutato le accuse asserendo che l`ufficiale accusato dello stupro non era nel luogo dove si era verificata la violenza.

Le donne stesse e le loro famiglie si sono occupate di pagare le spese per le cure mediche necessarie dopo lo stupro e per il test del sangue per controllare una possibile infezione. In alcuni casi alcuni infermieri degli ospedali dove le donne erano state esaminate e curate (fra cui una bambina di 5 anni stuprata da un soldato di SPDC nella propria casa) hanno dichiarato che c`erano chiare prove mediche di violenza sessuale, ma molto spesso pero` nell` ospedale consigliano alle donne di mentire sulla vera causa delle loro ferite. In altre parole il personale medico ha troppo paura delle autorita` militare e non osa portare il caso davanti alla giustizia.

Effetti drammatici post stupro e conseguenze sulla salute fisica:

Le donne sopravissute sono spesso state trovate in stato di incoscienza ed impossibilitate a camminare. Una donna che era al settimo mese di gravidanza ha partorito il bambino prematuramente dopo aver subito un stupro di gruppo. Alcune donne sono dovute rimanere in ospedale per almeno dieci giorni a causa delle gravi ferite riportate durante lo stupro.

Conseguenze psicologiche:

Gli effetti psicologici che seguono la violenza sessuale sono devastanti. Molte donne hanno parlato di insonnia, mancanza di appetito, perdita di peso e mancanza d` energia. Molte donne appaiono fortemente depresse, tristi e spaventate. In molti casi le donne si vergognavano di cio` che e loro accaduto. Nessuna di loro ha potuto usufruire di alcun aiuto psicologico post-trauma. Gli abitanti dei loro villaggi cercavano nascondere cio` che era successo per paura di ripercussioni e per vergogna.

Anche se nella maggioranza dei casi sia la famiglia che la comunita` assistono le donne a livello giudiziario, alle volte la vittima e` stata ritenuta colpevole dell` accaduto. Alcune donne sono state accusate dai loro fidanzati o mariti di essere colpevoli per cio` che era loro accaduto. In un caso la donna e` stata picchiata dal marito. In un altro caso una ragazzina che era stata violentata per strada da un soldato birmano, e` stata allontanata dalla sua famiglia.

Queste donne lasciate sole sono state costrette a fuggire in Tailandia o hanno lasciato il proprio villaggio per paura di subire una nuova violenza., ma non hanno accesso ad alcuna assistenza sanitaria o protezione da parte delle agenzie internazionali. Sono costretti a trovare lavoro illegalmente e cercano di sopravvivere come possono. Donne e bambini sono particolarmente vulnerabili a qualsiasi forma di sfruttamento, sopratutto quello sessuale, e possono essere deportati in qualsiasi momento. Il che vuol dire essere riconsegnati ai propri aguzzini.

Il rapporto cita  il caso di 4 donne che erano scappate in Tailandia nel 1996 e che erano poi tornate nei loro villaggi nello Shan State nel 1998, rimpatriate forzatamente dalle autorita` tailandesi. Durante il viaggio di ritorno furono separate dai loro parenti, mutilate ed uccise dalle truppe birmane.

Questi tipi di violenze accadano anche in territorio tailandese. Nel luglio del 1999 undici donne Shan furono violentate da un ufficiale tailandese mentre venivano deportate da Chiang Mai verso la Birmania. Solo due donne hanno provato a denunciare l` accaduto e sotto intimidazione hanno poi accettato soldi come ricompensa.

L`uso della violenza sessuale fa parte della strategia militare del governo birmano da oltre quaranta anni, da quando nel 1950 l`esercito birmano ha iniziato delle campagne repressive contro le milizie etniche. La violenza sessuale non serve soltanto a terrorizzare e sottomettere la

Comunità locale ma anche per mostrare il potere delle truppe dominanti sulle donne nemiche e di conseguenza umiliare e demoralizzare le forze della resistenza. Lo stupro e` anche la "legittima" ricompensa per i soldati impegnati in azioni di guerra in territorio etnico.

Anche se la Birmania ha aderito alla Convenzione di Ginevra nel 1949, il regime non ne ha mai rispettato le leggi.

Traduzione di: Margherita Bebi, Marc Roeggla e Peter Wegmann

Appello

Associazioni femminili chiedono a Onu di condannare giunta militare per stupri di guerra

(New York) Un appello congiunto, diffuso da Women's League of Burma, Burma Lawyers' Council e dal Global Justice Center, organizzazione non governativa con sede a New York che opera congiuntamente ad associazioni femminili, chiede all’ONU di condannare la giunta militare di Myanmar presso l'International Criminal Court (Icc).

 Le tre organizzazioni, incoraggiate dalla  risoluzione 1820 del 19 giugno scorso, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha duramente condannato la violenza sessuale contro le donne, riconoscendo nello stupro "un'arma di guerra per umiliare e dominare", si sono appellate  all’Onu, perché "dia una speranza di giustizia a tutte le donne del mondo e in particolare a quelle birmane". "Stupri e violenze nei confronti delle donne sono comuni in Birmania, soprattutto verso le donne delle minoranze etniche. E' il momento di utilizzare le leggi internazionali per dare giustizia a quelle donne che hanno sofferto a causa del regime militare", ha affermato Lway Aye Nang, tra i dirigenti dell'Organizzazione delle donne Palaung (minoranza etnica che vive in Myanmar). Già in passato, le organizzazioni femminili birmane avevano raccolto e pubblicato documenti e testimonianze riguardo la violenza e gli abusi sulle donne perpetrati in modo sistematico dai militari dell'esercito regolare birmano. "Lo stupro è stato utilizzato per decenni come arma da parte dell'esercito birmano nella loro guerra contro i gruppi etnici per dimostrare il proprio potere assoluto nei confronti di coloro che osano resistere", si legge nel comunicato congiunto, in cui si lamenta che nessuna condanna sia mai stata emessa per questi crimini.

da deltanews.it

postato da floreana2 | 11:47 | link | commenti (1)
politica, differenza, campagna, in-formazione

mercoledì, 25 giugno 2008

“ONU- Lo Stupro é Guerra”

Le donne, tutte le donne, sanno che la guerra non può essere resa meno cattiva. Tutte le donne sanno di essere in guerra per il dominio violento sulle loro vite. Non sempre la chiamano guerra, ma ne sentono la minaccia e la presenza, come del resto lo sanno quelle stesse donne che in cambio di una loro posizione privilegiata se ne rendono complici.

Anche gli uomini lo sanno. Ciononostante le guerre vengono fatte perché gli uomini le vogliono. Anche quelle non mai dichiarate, come quella che sono delegati a combattere a salvaguardia dell'ordine precostituito.

Alla risoluzione dell'ONU del 19 Giugno non si è giunti per slancio, ma per un'azione mondiale di donne che sanno e dicono. Il mondo ha un debito incalcolabile verso le donne ed a loro, protagoniste o no che siano dei singoli episodi, nulla è regalato.

La decisione unanime del Consiglio di Sicurezza condanna lo stupro e lo definisce come una tattica di guerra e una minaccia alla sicurezza internazionale. La Corte penale internazionale de L'Aja (Cpi), chiede «a

tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro *i* civili, con effetto immediato».

L'osservazione, fin troppo facile, su come le risoluzioni prese dall'ONU,anche quando individuano supervisori e monitoraggi, come non in questo caso, siano disattese e di valore limitato nelle vite dei governi, non deve far ripiegare su una vanificazione che renda inutile ed ininfluente il lavoro e la "donazione di competenze" che hanno portato ad una se pur limitata presa d'atto a livello internazionale.

La formulazione del consiglio di sicurezza dice chiaramente che lo stupro è atto di guerra, e non dice "solo" nella guerra, e questo rispecchia la realtà del vissuto di quotidiano che ha condotto un genere intero a vivere in difesa, a vivere moderate dalla minaccia fattasi ambientale per la connivenza e la determinazione "dell'agire condiviso".

Ci domandiamo quindi se le donne che hanno resa stringente la pressione che ha portato alla Risoluzione 1820, siano disposte ad ostacolare le solite interruzioni politiche, che si rivelano poi provvidenziali ad armare crociate per altri fini.

Lo abbiamo detto, c'è una guerra contro le donne dove il cui teatro è ovunque.

I nostri commentatori si sono concentrati sulla parola guerra per quello che ne conoscono, ed hanno prevedibilmente sottolineato che lo stupro in guerra mortifica anche gli uomini, che l'offesa arrecata ad una donna è grave perché è un atto simbolico contro i popoli. Peccato che ci sia la carne di mezzo.

Noi siamo la carne e la guerra la combattiamo anche dopo i trattati di pace.

Ci sono altre risoluzioni che prevedono la *vincolante partecipazione delle donne *nelle risoluzioni delle controversie internazionali, che dicono che i *diritti delle donne sono diritti umani*: grandi pronunciamenti e piccoli risultati che rendono esplicite le contraddizioni strutturali che, se affrontate e contrastate dai governi, renderebbero l'Onu un semplice retaggio della passata barbarie.

Non possiamo perciò oggi che interrogare, accontentandoci in modo strategico, i nostri Governi qui ed ora sull'identità e sul perseguimento di chi ha usato la fame, sotto copertura delle o.n.g., per violentare le donne e i loro figli, di chi *prostituisce* sistematicamente al seguito degli eserciti e le forze di pace armate. Non possiamo che interrogare l'ONU stessa per lo stesso motivo sui suoi Caschi Blu, e poi sulle protezioni che non vorremmo mai fossero ghetti per le potenziali vittime.

Per la nostra guerra quotidiana, quella del femminicidio in tempi di pace, sappiamo che più che mai è affare della Nazione delle donne, che non è la sedicesima del consiglio dei quindici.

* UDI-Unione donne in Italia*

da deltanews.it - womenews.net

postato da floreana2 | 21:28 | link | commenti (1)
politica, differenza, attualitĂ 

lunedì, 23 giugno 2008

Il poema di Majnûn e Laylâ

...CADE LA SERA, margherita delle sabbie,
sotto la dolce rugiada, che fai di notte?

Le antologie arabe del Medioevo raccolgono sotto il nome di Majnûn, “il poeta folle”, un gruppo di poesie d’amore, di passione e morte, risalenti ad alcune tribu’ delle oasi tra al-Basra e al-Kufa, nell’attuale Iraq, precedenti l’Islam e poi fatte proprie dalla cultura musulmana…
Questa, e' la storia del poema piu’ amato, recitato e interpretato del mondo arabo e musulmano, da quando Majnûn il Poeta folle canto’ sotto il cielo d’Arabia i tormenti dell’amore impossibile, ben prima e ben lontano dall’Occidente… Otto secoli prima di Romeo e Giulietta...

E’ verso la fine del VII secolo che la leggenda di Qays e Laylâ comincia a prendere forma nelle due grandi citta’ irachene di al-Basra e al-Kufa, dove si conserva il tesoro della lingua e della tradizoni dell’Arabia.
Nella tribu’ dei Banu ‘Amir, un giovane guerriero, Qays, tra i piu’ belli e piu’ nobili, s’innamora di sua cugina, Laylâ. Come?
La leggenda, all’inizio, segue due possibili piste. Per alcuni, si tratta di un amore infantile, cresciuto durante la guardia in comune alle greggi e poi con gli anni diventato passione. Per altri, Qays e’ innanzitutto un giovane elegante, beniamino delle ragazze e delle donne del clan, che cade un giorno nella trappola che egli stesso ha teso: da cacciatore diventa preda. Divergenti nella premessa, le due versioni della leggenda diventano poi uniformi, e seguono le stesso sviluppo: nato Poeta, Qays decide di cantare in versi la sua amata. Sa bene che cosi facendo, rischia di perderla...In questo VII secolo, nelle tribu' dell'Arabia felix, non ci si scandalizza se i giovinotti parlano, giocano e ridono con le ragazze.., ma il matrimonio No, quello e' affare dei padri. 
Qays rifiuta le regole, continua a cantare il suo amore, e per avere Laylâ decide di usare la poesia come strumento tattico del fatto compiuto. 

postato da floreana2 | 18:30 | link | commenti (1)
poesia, miti, differenza, uomini contro, cultura eventi poesia