[Il Vento e L'Anima]
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martedì, 30 settembre 2008

Stuprata dagli uomini e uccisa dallo Stato

Il 1° ottobre alle ore 9 presso il Tribunale dei Minori in Taranto vecchia, si tiene la prima udienza del processo contro i responsabili dello stupro di gruppo che subì Carmela , una ragazzina di 13 anni che il 15 aprile 2007 morì buttandosi dal balcone.

(...) Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio.Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile.

Invece di perseguire chi l’aveva violentata, hanno di fatto perseguito una bambina rinchiudendola in vari istituti in cui Carmela non voleva stare. E, come ha denunciato il padre, usando il metodo facile di «calmarla» con psicofarmaci.

Carmela aveva manifestato in vario modo la sua disperazione, ma per tutta risposta era stata classificata come "soggetto con problematiche psichiatriche". E questi stessi magistrati, psichiatri che hanno deciso per Carmela, contro Carmela, quando è morta, si sono detti «sorpresi».

Chi volevano coprire? Ragazzini, figli di papà, o di gente conosciuta a Taranto? Ora verrà fuori dal processo la verità? O si vorrà continuare ad infangare l’immagine di Carmela, della sua famiglia, uccidendola due volte?

Saremo anche noi là perché questo non accada.

da womenews.net

I genitori: noi, in cerca di giustizia ma abbandonati

da www.iosocarmela.net

di Vincenza de Iudicibus

Sono passati sedici mesi da quando Carmela volò dal settimo piano di un palazzo nel popoloso quartiere Paolo VI di Taranto. Subito si parlò di suicidio. Ma il gesto della ragazzina, 13 anni appena, fu il tragico epilogo di un periodo di grande sofferenza cominciato alcuni mesi prima. Allontanatasi da casa a novembre del 2006, Carmela era stata trovata dopo quattro giorni dal padre, Alfonso Frassanito. Le visite in ospedale rivelarono che la bambina era stata drogata con anfetamine e violentata. Un punto di non ritorno per Carmela la cui vita, come dice Frassanito, «è stata breve e sfortunata».  

postato da floreana2 | 05:15 | link | commenti (8)
differenza, la memoria storica, campagna, in-formazione

venerdì, 26 settembre 2008

Le donne: corpi che non contano

di N.P. 

http://ogo.noblogs.org

«Se un lavoro non riesco a trovarlo adesso che ho ancora  una  buona presenza, meno ancora potrei domani quando porterei evidenti i segni  di una decrepita vecchiaia. Dopo tanto tormento, un mese fa avevo trovato come  cameriera in un albergo balneare [...]. Al momento giusto non mi fu rilasciato  il  libretto di lavoro, perché non avevo una residenza. Chiesta la residenza,  non fu concessa perché non avevo un lavoro che giustificasse la mia presenza in  quella città... [...] Ebbene è così questa ipocrita società, anziché darci una  spinta verso l'alto, la dà invece per gettarci sempre più giù».

Può sembrare banale dire che la storia si ripete, ma  certamente questo stralcio tratto da una delle tante Lettere dalle case chiuse  (1955) raccolte da Lina Merlin e Carla Barberis pur risalendo al luglio 1953 ci  dice qualcosa di molto attuale. Qualcosa di terribilmente attuale se pensiamo  al recente disegno di legge sulla prostituzione presentato dalla  ministra-valletta – o dovrei dire valletta-ministra? – Carfagna, un miscuglio  di trionfo dell'ipocrisia e politiche repressive contro le donne ma,  soprattutto, l'ennesima dimostrazione che i nostri sono corpi che non contano.

Senza invischiarmi in un pretestuoso dibattito su quale  lavoro sia "più dignitoso" per una donna, cioè su quale parte di sé  sia "più dignitoso" vendere sul mercato del lavoro e dello  sfruttamento - discussione oziosa che lascio alla suddetta ministra, che su ciò  ha sicuramente esperienze più varie delle mie – vorrei invece fare un passo più  in là e cercare di evidenziare alcuni nessi fra le diverse forme di controllo  agite oggi sui corpi, le sessualità e le vite delle donne.

Volutamente non entrerò, qui, nello specifico della  tratta di esseri umani, in quanto fenomeno che riguarda tanto la prostituzione  quanto altri lavori nonostante se ne parli solo per giustificare  'umanitariamente' le azioni repressive contro tutte le prostitute, vittime di  tratta e non. Mi occuperò, inoltre, solo di prostituzione femminile poiché  quella transessuale e quella maschile implicano anche altri fattori – e per  farlo partirei dal nesso genere-'razza'-classe, messo in luce molto bene da  bell hooks (1).

Il disegno di legge Carfagna, che vieta senza vietare e  che mette in galera senza che esista alcun reato, segue a ruota il 'decreto  sicurezza' dove è detto chiaramente che le persone migranti sprovviste di  permesso di soggiorno non possono avere un'abitazione – né come proprietarie,  né come intestatarie di contratto d'affitto, né come ospiti.

Poiché gran parte delle migranti che si prostituiscono  sulle strade non ha il permesso di soggiorno perché il loro lavoro non è  riconosciuto come tale – nonostante la clientela di 9 milioni di italiani! – in  teoria queste donne non possono avere un'abitazione. La ministra Carfagna,  però, ha deciso che le prostitute sulle strade non ci possono stare quindi, se  ne deduce, dovrebbero esercitare in casa. Ma in quale casa se non possono  intestarsi i contratti d'affitto? Il gatto si morde la coda ma intanto la  ministra, novella moralizzatrice di questo paese, dichiara di provare orrore  per chi vende il proprio corpo e gongola della propria saggezza unendosi al  coro di chi sostiene che la prostituzione di strada sia uno spettacolo che  nuoce ai bambini. Ma ai bambini e – soprattutto – alle bambine nuoce certamente  di più abituarsi ai corpi di donne usati per pubblicizzare qualsiasi merce o  alle riprese del collo dell'utero delle veline in tv piuttosto che non vedere  un paio di ragazze che chiacchierano fra loro sul bordo della strada in attesa  di clienti – a meno che in quel momento come cliente non si fermi il loro  'bravo paparino', ma questa è un'altra faccenda che ben poco ha a che vedere  con chi si prostituisce... O, ancor più, alle 'anime innocenti' nuoce vedere  che a uno degli infiniti concorsi di bellezza, in questo caso l'elezione di  miss Ciociaria, il presidente d'onore della giuria è nientepopodimenoche il  criminale nazista Priebke, com'è accaduto di recente.

postato da floreana2 | 22:24 | link | commenti (1)
politica, differenza, attualitĂ , campagna, procreazione, dis informazione, in-formazione

martedì, 23 settembre 2008

Stella

di Sylvie Verheyde*

Recensione di Donatella Massara - (donneconoscenzastorica.it)

Stella di Sylvye Verheyde ha ricevuto il Premio Lina Mangiacapre già Premio Elvira Notari alla 62° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Ed è un piacere saperlo perché questo film che racconta la storia di una adolescente, della sua vita, dei suoi (in)successi scolastici e della sua amicizia con Gladys, è piaciuto a noi che l’abbiamo visto a Milano alla sala dell’Anteo per la Panoramica dei Film di Venezia a Milano come alla giuria che l’ha scelto. Anche il pubblico presente alla proiezione - che aveva accolto freddamente il giorno prima il film vincitore – qui ha applaudito smuovendo quella cappa di assenza di entusiasmo che ha accompagnato l’intera edizione della Panoramica, con qualche eccezione.

Questo film dunque porta il segno dell’unanime consenso femminile, per quanto ne abbiamo verificato. E’ un film che dà senso al simbolico femminile. La regista dopo due film, entrambi già premiati in Francia, in Stella usa il materiale autobiografico ma racconta una storia che sollecita l’identificazione di chi guarda. In questo film  si intrecciano senza sforzo l’abilità di regia, le condizioni, facenti capo agli attori, favorevoli, la scelta istintiva e ragionata di risolvere la trama in una soddisfacente sceneggiatura appoggiata a una persuasiva scenografia; né mancano le musiche che trascinano in scena il tempo della storia -  il film si svolge fra il 1977 e il 1978, come le partite del campionato del mondo di calcio che quell’anno si svolse  in Argentina, i dischi in vinile e  la gente del bar dei genitori di Stella che è rigorosamente francese, forse piè noir, e ci riporta a un periodo dove erano ancora lontane le migrazioni extracomunitarie. E tuttavia il tempo della storia è un optional del quale quasi non ci si accorge assorbite come siamo dalla crescita di Stella, dal suo sbucare in un mondo quello della scuola media che se è appena fuori dal bar dei suoi genitori, ne è linguisticamente lontanissimo. La scuola è un liceo per gente ricca dove farà amicizia con Gladys, una ragazza argentina di origine ebrea, figlia invece di uno psichiatra. Fra uno scherzo, una confidenza sui ‘veri’ baci, e gli scambi che di solito ci sono fra le adolescenti Gladys la metterà a contatto con la letteratura, e anche Stella leggerà Balzac, Marguerite Duras, Cocteau. Di tutto ciò non se ne sa niente nel bar dei genitori di Stella. Anche se lei sa sparare, conosce i nomi di  tutti i giocatori, guarda la televisione, si ricorda le canzonette, nel bar dei genitori dove trovano alloggio e ci spendono tutto il salario persone mandate dai Servizi sociali è irrimediabile che Stella non impari niente di utile per avere successo nella scuola dei figli degli intellettuali. Stella sa riconoscere istintivamente le persone affidabili e quelle no ma a scuola c’è per sbaglio, non ascolta e non riesce a partecipare realmente alla vita didattica, non impara e fa solo finta di stare attenta. Alla fine però anche lei ce la farà, e non sarà bocciata. Grazie a Gladys.  La fortuna di questo film che ha sicuramente molte caratteristiche del film femminile, autobiografico e rivolto all’adolescenza, è di avere puntato sull’amicizia. Alla fine il film sarà dedicato proprio a lei con un riconoscimento e un ringraziamento da parte della regista.  Nonostante sia Stella la protagonista, noi sentiamo che non è sola, ha un’amica che l’accompagna e la protegge e anche nei momenti di peggiore tensione che nel film non mancano, abbiamo fiducia  in Stella sappiamo che sa cavarsela; la presenza di Gladys è la vera forza della ragazzina e la regista ne è consapevole. Stella è solo con Gladys che riesce a essere se stessa, che perde la timidezza e può raccontarle le sue paure, tenendola per mano.Tutt’altro che melenso, affettato, generazionale Stella è il film sull’adolescenza che potrebbe essere stata di tutte noi. La ragazzina del film ha la grazia di essere molto vicina al vero come se il suo essere stata e non essere ancora rappresentasse una condizione soggettiva che si evolve per – allo stesso tempo - sedimentarsi e non essere dimenticata. La centralità della relazione femminile è una situazione concreta che agisce e fa cambiare la vita di Stella. Ci sono anche i rapporti maschili che danno forma alla vita di Stella. C’è il padre scapestrato, alcolizzato e debole interpretato da un bravissimo attore che assomiglia a un Alain Delon meno patinato, il figlio di Gerard Depardieu, Guillaume, è un cliente del bar di cui Stella è segretamente innamorata, c’è poi l’amante di sua madre che pensa di imitare un noto cantante e non gli assomiglia affatto,  un torvo e irresponsabile  individuo che abita nella pensione, il ragazzo che aiuta al bancone che è suo amico e è poco più grande di lei.Tuttavia è la relazione con Gladys che viene subito riconosciuta dalla regista come fondamentale ed è questa che conduce in maniera misurata ma decisa la narrazione, così anche il rapporto con sua madre, interpretata da una attrice bella e brava, le sta dietro. L’unica storia che compete veramente con il segno rosso lasciato da quella amicizia è con la ragazzina del nord che Stella incontra solo quando i genitori d’estate la portano a fare le vacanze a casa della nonna. E anche qui non ci sono grandi paesaggi a accoglierci ma tristi discariche dove le ragazzine vanno a giocare, così come nella parte di  film ambientato a Parigi vediamo quasi solo gli ambienti chiusi, la scuola, il bar fumoso, la stanza di Stella raggiunta dalle urla provenienti di sotto, e quella ovattata di Gladys dove le ragazzine dormono e chiacchierano alternandosi sui due lettini a incastro uno più basso e l’altro più alto. Ma è sempre un’aria di libertà quella che gira intorno a Stella e che irraggia cerchi sempre più larghi tanto più si rafforza nel  cuore delle due ragazzine l'amicizia.

 * Sylvie Verheyde rivendica le sue origini popolari del Nord della Francia.
Trascorre la sua infanzia nei quartieri poveri di Parigi dove i suoi genitori gestiscono un caffè.
Comincia a frequentare il liceo Rodin durante il ginnasio. Vi resterà fino alla maturità prima di intraprendere gli studi in geografia.
Entre Chiens et Loups è il titolo del suo primo cortometraggio che si distingue al Festival di Clermont-Ferrand nel 1993.
Il suo primo lungometraggio Un frère farà poi il giro del mondo (Festival di Cannes, Sundance Film Festival) rivelando la giovane Emma de Caunes (vincitrice del César come attrice rivelazione), con la quale lavorerà due anni dopo in Princesses nel 1999.
Un amour de femme del 2001, il suo primo film per la televisione, è un vero successo all’estero.
Come crescere e trovare l’amore? Come affrontare la violenza che ci scuote? Sono i temi semplici delle storie raccontate da Sylvie Verheyde, con un’intelligenza e una sincerità tutte sue, fino a Scorpion, da lei scritto nel 2004 e dei quali cederà i diritti per la sceneggiatura. Sang froid e Stella sono i suoi primi film diretti nel 2006 e 2008.

postato da floreana2 | 22:24 | link | commenti (4)
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