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venerdì, 28 novembre 2008

29 novembre: 3^ Giornata Internazionale de* Difensor* dei Diritti Umani delle Donne

di Elga Salvador

da deltanews.it

Sabato 29 novembre si celebra la 3^ Giornata Internazionale de* Difensor* dei Diritti Umani delle Donne – a loro volta soggetti/e a crescente violenza

Il primo riconoscimento esplicito che il diritto di difendere i diritti umani da parte della comunità internazionale esiste, ed è internazionalmente protetto è sancito da quella che comunemente è chiamata “Dichiarazione ONU sui difensori/difensore dei diritti umani” (formalmente la "Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, gruppi e organismi della società, a promuovere e proteggere i diritti umani riconosciuti come universali e le libertà fondamentali”, adottata come risoluzione 53/144 dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1998). Tale dichiarazione, basata su diritti già protetti da altri strumenti internazionali giuridicamente vincolanti (tra cui Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro la donna – CEDaW, Convenzione internazionale sui Diritti Civili e Politici – ICCPR e Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali - ICESCR), è indirizzata tanto a Stati quanto a difensori dei diritti umani e a singoli soggetti. La Dichiarazione riconosce che difendere i diritti umani è esso stesso un diritto e spiega come i diritti umani si applicano ai difensori; inoltre, affermando i diritti dei difensori e gli obblighi degli stati a proteggere tali diritti, la Dichiarazione legittima l’attivismo a difesa dei diritti umani e riconosce che individui e gruppi possano svolgere attività nel settore dei diritti umani senza paura di rappresaglie.

L’art. 1 della Dichiarazione sui difensori dei diritti umani definisce come difensore dei diritti umani chiunque promuove e si adopera per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Vi possiamo far rientrare a titolo puramente esplicativo ma non esaustivo: operatori comunitari, attivisti di ONG, attivisti nel settore ambientale, avvocati, promotori dei diritti di persone LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali), sindacalisti, operatori sanitari, rappresentanti di studenti, giornalisti, operatori umanitari, promotori della pace, testimoni di violazioni dei diritti umani, componenti delle NU.

Nonostante le difensore dei diritti umani e i/le difensori/e dei diritti umani delle donne[1] non siano propriamente una categoria a sé, viene loro riconosciuto un particolare bisogno di tutela. Gli attivisti e le attiviste che si mettono in prima linea per la difesa e promozione dei diritti umani e in particolare di quelli delle donne sono, infatti, essi/e stessi/e vulnerabili alla violenza.

I rischi maggiori vengono corsi dalle donne che lavorano a difesa dei diritti delle donne, che spesso subiscono forme di violenza o minaccia di natura sessuale, specifiche per il loro genere. Inoltre molte/i attiviste/i dei diritti umani sono lesbiche, gay, bisessuali e trans, soggetti dunque vulnerabili alla violenza per ciò che sono e per ciò che fanno (specialmente quando lavorano specificamente sul tema della sessualità).

Gli stereotipi di genere, le basi delle pratiche e norme patriarcali radicate nelle nostre culture, l’interpretazione maschilista di culture, tradizioni, abitudini e religioni espone tutte queste figure a maggiori violenze e a maggiori rischi specifici per il loro genere.

Dal Rapporto presentato al Consiglio delle Nazioni Unite nel gennaio 2007 dall’allora Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla Situazione dei Difensori dei Diritti Umani, la pakistana Hina Jilani (in carica dal 2000 al marzo 2008, quando è stata sostituita dall’ugandese Margaret Sekaggya), risultava che dall’inizio del suo mandato siano stati presi 449 provvedimenti per casi, riguardanti violazioni dei diritti di attivisti ed attiviste (per un totale di 1341) nel campo della difesa dei diritti umani delle donne. 43 di questi casi riguardavano assassinii degli/delle attivisti/e, a livello mondiale inoltre, indipendentemente dalla regione geografica, risultavano essere molto numerosi e diffusi i casi di violenza sessuale e le minacce di morte.

Mettendo in risalto l’importanza di tali cifre, la signora Jilani ha precisato che in tale contesto il lavoro degli attivisti nel campo della difesa dei diritti umani delle donne non è riconosciuto, come non sono riconosciuti come violazioni dei diritti umani gli atti perpetuati contro di loro o non siano riconosciuti di gravità sufficiente per meritare un’azione.

Il Rapporto Annuale per il 2007 pubblicato lo scorso giugno dall’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo (FIDH – International Federation for Human Rights e OMCT – World Organisation Against Torture, Steadfast in Protest – Annual Report 2007) che in 300 pagine fornisce informazioni sulla situazione di 70 paesi nei vari continenti conferma che, nonostante siano trascorsi 10 anni dalla formulazione della Dichiarazione sui difensori dei diritti umani, non si è assistito a nessun significativo cambiamento: gli attivisti dei diritti umani nel mondo sono quotidianamente in pericolo. Tale rapporto mette addirittura in luce che nel 2007 i difensori dei diritti umani sono stati più che mai soggetti ad abusi (assassinii, arresti arbitrari, ingiusti processi, detenzioni ingiustificate, ecc. ) volti a ostacolarli nel loro lavoro di difesa e protezione dei diritti umani. I governi d’altro canto risultano inadempienti rispetto alla legge internazionale sui diritti umani che stabilisce per loro tre obblighi principali: rispetto, protezione e adempimento; giustificando troppo spesso questa inadempienza e il sacrificio della libertà dei cittadini con ossessivi motivi di “sicurezza”.

 

Le violenze, i rischi e le limitazioni cui sono soggetti i difensori e le difensore dei diritti delle donne vengono suddivisi dalla Guida sui Difensori dei diritti umani delle donne [Asia Pacific Forum on Women, Law and Development (2007), Claiming Rights, Claiming Justice: A Guidebook on Women Human Rights Defenders] in 8 categorie tra esse collegate:

  1. Attacchi alla vita e all’integrità fisica e mentale (omicidio o tentato omicidio; sparizione; tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti; stupro, violenza sessuale o abuso; violenza domestica; uso eccessivo della violenza).
  2. Deprivazione della libertà fisica o psicologica (arresti arbitrari e detenzione; rapimento; detenzione psichiatrica).
  3. Attacchi contro la personalità e la reputazione (minacce, avvertimenti e ultimatum; violenza psicologica; ricatto ed estorsione; molestie sessuali; adescamento; calunnia, diffamazione; discorsi di odio; stigmatizzazione, segregazione e ostracismo).
  4. Invasione della privacy e violazioni che coinvolgono relazioni personali (incursioni negli uffici o nelle case; attacchi e intimidazioni rivolti alla famiglia o a membri della comunità).
  5. Norme giuridiche e pratiche restrittive dell’attivismo delle donne (uso restrittivo del diritto consuetudinario e quadri giuridici basata sulla religione; criminalizzazione e persecuzione; indagini, interrogatori e sorveglianza illegali, inserimento in liste che le escludono da servizi; leggi formulate contro le ONG; sanzioni nei luoghi di lavoro).
  6. Violazioni della libertà di espressione, di associazione e di assemblea per le donne (restrizioni della libertà di associazione; limitazioni del diritto a beneficiare di un finanziamento; restrizioni della libertà di espressione; restrizioni all'accesso alle informazioni; restrizioni sulla comunicazione con gli organismi internazionali; restrizioni alla libertà di riunione).
  7. Restrizioni alla libertà di circolazione su base di genere (Obbligo di richiedere l’autorizzazione o rifiuto per recarsi all'estero; restrizioni o ostruzioni nei confronti di viaggi interni; rifiuto del visto per i viaggi; espulsione).
  8. Mancato riconoscimento delle violazioni e impunità.

Celebrare, il 29 Novembre. Giornata Internazionale dei Difensori e delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne[2] risulta quindi quanto mai importante al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sull’importante lavoro svolto a livello mondiale tanto dalle donne a difesa dei diritti umani quanto da uomini e donne a difesa dei diritti delle donne ma soprattutto per informare sulle condizioni avverse cui questi attivisti sono soggette nello svolgimento dei loro compiti; promuovendo azioni volte a creare un ambiente sano per i difensori dei diritti umani.

 

[1] Secondo la campagna internazionale sulle donne difensore dei diritti umani, “Difensori/e dei diritti umani delle donne” sono “donne attive nella difesa dei diritti umani che vengono prese a bersaglio per il fatto di essere donne come tutti i soggetti attivi nella difesa dei diritti delle donne che sono presi a bersaglio per quello che fanno. In altre parole, si tratta di attivisti per i diritti umani che sono donne o ad altri attivisti (maschi, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e di altri sessi) che difendono i diritti delle donne” [Defending women, Defending Rights: Proceedings of the International Consultation on Human Rights Defenders (2006), p. 1, http://www.defendingwomendefendingrights.org/resources.php].

[2] Il 29 Novembre è stato dichiarato dalla Consulta Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani la Giornata Internazionale dei Difensori e delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne in occasione del primo incontro internazionale svoltosi a Colombo (Sri Lanka) nel 2005. Si celebra quest’anno per la terza volta all’interno della Campagna dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza su base di Genere.

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mercoledì, 26 novembre 2008

ADESCHIAMO DIRITTI

 Manifestazione contro il ddl Carfagna sulla prostituzione


SABATO 13 DICEMBRE, ROMA

Dalla presentazione del Disegno di Legge Carfagna sulla prostituzione e con le ordinanze di tanti Sindaci in Italia si è creato un pericoloso clima di intolleranza verso tutte le persone che si prostituiscono. Insieme al ddl si sono avviate campagne politico-mediatiche per alimentare l’allarme sociale e la paura dei cittadini. Sulle persone socialmente “deboli” (della cui sicurezza non ci si preoccupa), si vuole oggi indirizzare l’insicurezza e la paura della gente facendole diventare il capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni di un Paese che sta impoverendo in tutti i sensi. La “sicurezza” sta diventando l’abbaglio e il pretesto per escludere e discriminare i più “deboli”, i “diversi” e gli “stranieri”, nei confronti dei quali sono aumentate aggressioni, violenze, discriminazioni che si fanno passare come normali, endemici e scontati atti di violenza metropolitana, sottacendone l’origine razzista, sessista, omo-transfobica.

Sulla paura e sull’insicurezza si sono costruite campagne che non risolvono ma ingigantiscono i problemi, dei quali si continua a non considerare le cause cercando semplicemente di eliminare gli effetti per mezzo della ricetta più semplice, quella di nascondere. Esattamente quello che si sta tentando di fare con la prostituzione: renderla invisibile. Ma in questo modo non si tutelano i diritti di nessuno. In questo modo si riducono i diritti di tutti:

  • il ddl Carfagna sulla prostituzione non tiene assolutamente in considerazione l’esperienza di tutte quelle persone (trans, donne, uomini) che hanno scelto liberamente di vendere prestazioni sessuali, né risponde ai bisogni delle persone che esercitano la prostituzione per vivere o sopravvivere. Le emargina soltanto, senza neppure offrire una alternativa;
  • inoltre, contrariamente a quanto afferma il Governo, il ddl aggrava la condizione di chi è sfruttato ed è vittima della tratta di esseri umani, fenomeno molto frequente, che riguarda moltissime persone straniere che si prostituiscono in strada, spingendo le persone nel sommerso di appartamenti e locali, rendendole irraggiungibili e completamente sotto il controllo degli sfruttatori;
  • infine, il disegno di legge non renderà i cittadini più sicuri, poiché la sicurezza si costruisce innanzitutto creando condizioni di benessere diffuso, di convivenza pacifica, di rispetto, di pari opportunità, di diritti per tutti e non spingendo al chiuso e nei ghetti fenomeni sociali e persone che fanno parte della nostra società.

Questo DDL attacca i principi di libertà garantiti dalla Costituzione, priva di diritti le persone che esercitano la prostituzione, minaccia seriamente la loro salute e la loro sicurezza, non tutela l’incolumità delle vittime di sfruttamento, non permette di portare avanti i servizi che da anni operano attività di riduzione del danno e di prevenzione sanitaria che da sempre garantiscono il diritto alla salute dell’intera comunità (contatto, informazione, sensibilizzazione ed accompagnamento che svolgono gli operatori sociali direttamente in strada con le persone che si prostituiscono). Questo DDL rischia inoltre di depotenziare il sistema di tutela e assistenza delle vittime di grave sfruttamento e tratta di persone, che pure rappresenta un punto di eccellenza dell’Italia nel panorama internazionale: le vittime non avranno più accesso ai programmi di aiuto poiché non potranno essere più contattate dalle unità di strada, ed anche per le forze dell’ordine il contatto sarà più difficile.

Ci opponiamo al DDL perché crediamo che le persone debbano essere:

  • Libere dalla violenza, a cui vuole condannarle il DDL Carfagna costringendo le persone ad esercitare la prostituzione al chiuso, dove è più difficile difendersi dalla violenza e dove aumenta la precarietà. Il DDL non considera il fatto che chi si prostituisce non commette reati contro terzi ma spesso li subisce (violenze, stupri, rapine, sfruttamento, riduzione in schiavitù); non considera inoltre che violenza, sfruttamento, riduzione in schiavitù già sono presenti in una parte della prostituzione al chiuso esercitata negli appartamenti o tramite i locali notturni. Il DDL inoltre, in evidente violazione degli obblighi costituzionali ed internazionali assunti dallo Stato italiano relativamente alla protezione dei minori, prevede il rimpatrio forzato delle persone minorenni non italiane che si prostituiscono, costringendole a tornare nei luoghi dai quali sono fuggite. Questo significa molto spesso immettere una seconda volta le vittime nel circuito dello sfruttamento e in una condizione di vulnerabilità ancora maggiore.

  • Libere di poter accedere e di usufruire di servizi e opportunità, mentre invece il DDL Carfagna - con il suo estremismo securitario e la sua impostazione esclusivamente repressiva - toglie ogni prospettiva futura per chiunque voglia abbandonare la prostituzione. Le persone trafficate vedranno ridotte drasticamente le loro possibilità di accedere ai programmi di assistenza e protezione sociale in quanto sempre più irraggiungibili dagli operatori sociali ma anche dalle forze dell’ordine, che verranno viste come nemiche anziché come un punto di riferimento. A chi esercita la prostituzione per mancanza di alternative e a causa della discriminazione (si pensi alle transessuali), non viene offerta alcuna alternativa, nessuna misura di supporto all’inclusione sociale e all’inserimento lavorativo.

  • Libere di scegliere, mentre il DDL Carfagna non tiene in considerazione il fatto che la prostituzione possa essere una scelta, né garantisce aiuto alle vittime di tratta e sfruttamento, né offre alternative a chi vorrebbe abbandonare l’attività prostitutiva ma ha bisogno di un sostegno.

  • Libere dal pregiudizio, mentre il DDL, criminalizzando la prostituzione, aumenta lo stigma e il pregiudizio verso chi la pratica, esponendo le persone a violenze, persecuzioni, discriminazioni e maggior emarginazione.

  • Libere di agire, mentre il DDL, per salvaguardare il “pubblico pudore”, impone norme di comportamento a tutte e tutti. In questo modo si limita la libertà, l’autodeterminazione e si ledono i diritti.

Elenco dei promotori

ARCI
ASGI
Associazione Cantieri Sociali
Associazione Giraffa
Associazione Libellula
Associazione NAGA
Associazione On the Road
Associazione radicale Certi Diritti
CNCA – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza
Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute
Consorzio di cooperative sociali “GESCO Campania”
Coooperativa Sociale Dedalus
Coordinamento nazionale transgender Sylvia Rivera
Gruppo Abele
La strega da bruciare
M.I.T. – Movimento di Identità Transessuale
PIAM onlus
Provincia di Pisa
Rivista Carta
Ufficio Pastorale Migranti Piemonte

da womenews.net

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lunedì, 24 novembre 2008

Dei diritti dell'altra metĂ  dell'umanitĂ 

Sono sempre stata molto restia a scrivere in maniera 'personale' in questo blog. Quando (ormai  nel lontano 2004),decisi di aprire questo 'luogo,' avevo ben in mente di fare ciò che avevo sempre fatto in internet: in-formazione.Ri-creare uno spazio (a quel'epoca i blogs, muovevano i primi passi)a voci, pensieri, luoghi,vicende, che sebbne meno organizzati e più isolati rappresentavano quelle verità non formali e, quindi, meno visibili. Così è stato e così sarà. Raramente (a parte qualche commento) ho spiegato il mio punto di vista in maniera diretta. Parlavano (e parlano) per me, gli articoli scelti.Oggi,in seguito a una discussione sviluppatasi intorno alla violenza di genere, mi è sembrato giusto "prendere la parola",evitando di sacrificare il pensiero in quello spazio ristretto dei 'commenti'.
 Come 'praticante' della teoria della differenza, che vede nella filosofa Luce Irigaray la più importante rappresentante,dico che, la violenza sulle donne, è di natura sessista.Sessista perché essa nega in origine la  libertà femminile.

La natura sessista della violenza sulle donne, non preclude però che, essa sia questione sociale, politica, giuridica. Di democrazia. Una democrazia che non riconosce il diritto alla libertà, alla soggettività,al corpo, al desiderio della metà ("l'umanità è due: uomini e donne)della popolazione, è una democrazia debole, una democrazia malata.La violenza sulle donne più che riguardare le donne, è una questione maschile: si ascrive in quell'universo relazionale del quale ancora tantissimi uomini rifiutano di vedere.
Violenza non è semplicemente l'atto fisico, l'urto o la forza applicata ad un corpo.Quello che va interrogato è tutto il ciclo di interazioni - idee, proiezioni,
atteggiamenti, comportamenti, emozioni, che lo preparano e i significati relazionali e sociali che vi sonò sottesi.(MarcoDeriu).
Quindi, soltanto  l'analisi delle relazioni fra uomini e donne, può modificare la situazione.In ciò il colpevole ritardo della sinistra, parte proprio da uno dei suoi padri: Marx. Il quale (come molti ben sanno),dopo aver detto che all'origine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sta lo sfruttamento della donna da parte dell'uomo, si è dimenticato di risolvere il problema.  E la sinistra, nel tempo, si è guardata bene dal ri-proporne l'approfondimento e la  sua (eventuale)soluzione.

La violenza, lo stupro, il femminicidio, rientrano si, tra le violazioni dei diritti umani, ma  fino a quando negheremo i più elementari diritti civili di questa metà dell'umanità gridare allo scandalo della società violenta tout court, diventa l'alibi di  molti 'uomini'per non  rinunciare alle loro  relazioni di potere. Che, al contrario di ciò che si pensa, impoveriscono piuttosto che arricchire. Con buona pace  di tutti i diritti (reali).

(Flo)

"MASCHIO PER OBBLIGO"
contro la cultura della prevaricazione

di Medici per i Diritti Umani onlus
in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Forte, muscoloso, peloso/glabro, conquistatore, virile, coraggioso, intraprendente, cacciatore, resistente al dolore, alla fatica, alla guerra, allo sport, all'alcool, alle superprestazioni erotiche: troppo spesso nelle società occidentali il maschio è condannato, sin dalla più tenera infanzia, ad essere un arrogante prevaricatore.
La famiglia, la scuola, la chiesa, l'esercito, la pubblicità, l'arte e la letteratura gli ripetono che egli ha il dovere di essere un maschio di questo tipo, ossessivamente diverso dalle femmine: si afferma che nel maschio è innata l'aggressività, fino ad assegnarli quasi una inevitabile "biologia" dell'amore per la violenza.

E' fatale che per contraccolpo la stessa società condanni le donne a subire l'approccio violento del maschio fino ad esserne vittime predestinate. E dunque la battaglia per la liberazione del maschio dal ruolo fittizio a cui è stato condannato è solo un'altra faccia della battaglia per la liberazione della donna e la sua protezione dalla violenza. Ma il processo deve investire entrambi i ruoli, altrimenti è destinato all'insuccesso.
Se noi assimiliamo a "malattia" questo stereotipo di violenza assegnato al maschio, come tale dobbiamo affrontarla su più versanti, privilegiando quello della prevenzione.
Lavorare per denunciare, rimuovere, mettere in discussione gli stereotipi culturali di formazione del maschio è contribuire alla prevenzione della violenza alle donne.

Maschio per obbligo", progetto di Medici per i Diritti Umani onlus, ha l'obiettivo di attivare una riflessione sullo stereotipo dell'uomo che lo inquadra nel cliché della virilità, intesa come prevaricazione. Il panorama dei cliché della virilità su cui agire è ampio e variegato: pervadono la pubblicità, i libri scolastici, i testi militari, i manuali educativi, i mass-media in genere e non ultimo le esternazioni dei nostri attuali governanti e le leggi che emanano.

Gli interventi nello specifico:

- Monitoraggio dei mass media in genere (tv, cinema, giornali, pubblicità, ecc.) per l'individuazione e la denuncia dei contenuti di violenza/aggressività relativamente alle relazioni eterosessuali ed omosessuali. Denuncia e diffusione degli interventi disinformativi/diseducativi che possano derivare da personaggi politici, dello spettacolo e comunque di risonanza pubblica.

- Attivazione a livello della popolazione generale e in particolare nei giovani della capacità di analisi e lettura critica dei contenuti sessisti dei mass media e della produzione culturale in genere (video, testi canzoni, libri, testi scolastici, ecc.). Elaborazione di materiale informativo/educativo (poster, cartoline, opuscoli).

- Riattivazione in ambito culturale/intellettuale del dibattito relativo agli stereotipi sessuali per ripristinare livelli di controllo/denuncia costanti e visibili (convegni, saggistica, dibattiti)

- Coinvolgimento del livello politico per garantire l'attenzione a livello normativo e legislativo di queste tematiche


Il progetto

Fra i compiti della nostra associazione c'è quello di "curare le popolazioni più vulnerabili nelle situazioni di crisi, vittime di ingiustizia sociale e di rivelare le minacce alla dignità col fine di contribuire alla loro prevenzione, sviluppando nuovi approcci alla salute fondati sul rispetto della dignità umana, denunciando con azioni di testimonianza la violazione dei diritti umani". Riteniamo di poter rispondere a queste finalità con un progetto, "Maschio per obbligo", che porti contributo alla prevenzione della violenza sulle donne, avviando processi di liberazione del maschio da stereotipi oppressivi, disagianti e fonti di conflitto sociale e relazionale, attraverso l'individuazione e la denuncia di quei fattori informativi/formativi che tramite i più variegati canali giungono ai giovani e orientano negativamente la loro formazione di individui sociali.

da .mdmcentrosud.org

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