|
venerdì, 27 febbraio 2009 Voli della morte e desaparecidos Ergastolo per l'angelo della morte di Gennaro Carotenuto
Sembra proprio una risposta dei giudici alla frivolezza di Silvio Berlusconi che pochi giorni fa aveva scherzato sui voli della morte durante la dittatura in Argentina. Ieri giovedì la Cassazione di Roma ha confermato la condanna definitiva alla pena dell’ergastolo per Alfredo Astiz, assassino di tre cittadini italiani, Angela Maria Ajeta, Giovanni e Susanna Pecoraro, torturati ed assassinati dallo stesso Astiz. Questo era all’epoca tenente di marina conosciuto come l’angelo della morte, nell’ESMA, la Scuola meccanica della marina militare argentina convertita in campo di concentramento e sterminio ed oggi Museo della Memoria. fonte www.gennarocarotenuto.it postato da floreana2 | 22:22 | link | commenti (3) giovedì, 26 febbraio 2009 La strage all’École Polytechnique.
Il dovere della memoria. di Micheline Dumont*
Il dovere della memoria
Geneviève Bergeron, Hélène Colgan, Nathalie Croteau, Barbara Daigneault, Anne-Marie Edwards, Maud Haviernick, Barbara Klueznik, Maryse Laganière, Maryse Leclerc, Anne-Marie Lemay, Sonya Pelletier, Michèle Richard, Annie Saint-Arneault et Annie Turcotte. Sono i nomi delle vittime del 6 dicembre 1989 all’École Polytechnique di Montréal. Il dovere di ricordarle e’ lo specchio delle cerimonie di commemorazione che si susseguono ogni anno, da ventianni. Nel 1990, promo anniversario, all’ingresso dell’’école Polytechnique e’ stata posta una lapide con i nomi delle vittime. A Montréal, la Fondation des victimes du six décembre contre la violence, creata dai familiari, ha organizzato manifestazioni sino al 2004. Poi, e’ stata la Fédération des femmes du Québec che ha preso il timone. Nel 1994, le autorita’ della citta di Montréal hanno intolato Place du 6 décembre, un terrapieno sulla strada Chemin de la Reine-Marie. Un’opera d’arte contemporanea,creata dalle artiste Rose- Marie Goulet e Marie-Claude Robert, Nef pour 14 reines, vi e’ stata istallata nel 1998. Monumenti sono stati eretti a Toronto nel 1990, a Moncton nel 1996 e a Vancouver nel 1997. Veglie, letture, concerti, marce silenziose, spettacoli teatrali… E’ impossibile descrivere tutti gli eventi che hanno luogo ogni anno in Canada, in Québec e anche in altri Paesi in memoria di quel dramma. Venti anni piu’ tardi, la pena e’ ancora immensa, e le parole esprimono principalmente dolore e rimpianto. La lotta contro le armi da fuoco Parallelamente, si e’ messo in moto un vasto movimento, capeggiato da Heidi Rathjen, per il controllo delle armi da fuoco. Il 6 dicembre 1989, questa studentessa del quarto anno dell’’École Polytechnique senti impotente cio’ che stava avvenendo nella classe vicina. Incapace di accettare che 14 giovani compagne siano morte invano, Heidi intraprese una dura battaglia per esigere dal governo federale una legge mirata allo stretto controllo delle armi da fuoco, e soprattutto al divieto delle armi d’assalto. L’Association des étudiants de Polytechnique riusci’ a raccogliere mezzo milione di firme in calce alla petizione, e ricevette il sostegno di Wendy Cukior, professoressa dell’universita’ Ryerson de Toronto. Nonostante la potente lobby delle armi da fuoco, e l’opposizione di numerosi deputati, la legge C-68 fu votata nel 1995 : Heidi Rathjen aveva lottato sei anni prima di raggiungere l’obiettivo. Tuttavia, l’applicazione di questa legge si e’ rivelata un disatro finanziario e un fiasco amministrativo, prima di essere relegata nell’oblio dal govenro conservatore nel 2006. La violenza contro le donne Dopo il dramma del massacro dell’École Polytechnique, un’ondata di choc traverso’ la societa’ canadese, numerose le voci che si levarono per proporre azioni di contrasto alla violenza contro le donne. Nel 1991, il governo federale ha dichiarato il 6 dicembre Journée nationale de commémoration et d’action contre la violence faite aux femmes. Da allora, anno dopo anno, sono stati dappertutto organizzati eventi, seminari, incontri, conferenze, manifestazioni…Il Conseil de recherche en sciences humaines du Canada e il Ministère de la Santé et du Bien-être social du Canada hanno invitato gli istituti universitari a proporre progetti di centri di ricerca in collaborazione con i luoghi di pratica. E’ cosi che, nel 1992, e’ nato in Québec, il CRIVIFF, Centre de recherche interdisciplinaire sur la violence familiale et la violence faite aux femmes, importante centro interuniversitario di ricerca (Montréal, Laval, McGill) in collaborazione con Relais-Femmes e le associazioni dei CLSC e dei CSSLD. Il programma di ricerca di questo centro testimonia che c’e’ la volonta’ politica di contrastare anche la violenza coniugale. Nel 2004, quinto anniversario della strage, il governo del Quebec ha manifestato pubblicamente la sua solidarieta’ alla lotta delle donne pubblicando una foto, firmata da Heidi Hollinger, con dieci uomini noti, e una didascalia: “La violence contre les femmes, ça nous frappe aussi ! Ensemble, nous la dénonçons et la combattons”. Nel gruppo si riconoscono il Primo Ministro, tre membri del suo gabinetto, atleti e vedettes della televisione. Nonostante tutto questo, c’e ancora chi sostiene che il massacro del Polytechnique non ha niente a che vedere con la violenza sulle donne, perche’ si tratto’ del gesto di un pazzo. Sono gli stessi che, autodefinitisi “mascolinisti”, criticano le statistiche sulla violenza, denunciano le femministe e ne approfittano per contestare il denaro dato alle case d’accoglienza per le donne vittime di violenza coniugale. I media e il massacro del Poly Il carattere apertamente anti-femminista e misogino dell’attentato appare invece limpido come l’acqua di rocca a tutte le femministe, e alle famiglie delle vittime. I fatti parlano chiaro. L’assassino separo’ gli studenti dalle studentesse, gridando,: Odio le femministe! Voi siete solo una banda di femministe!”. Tra i suoi effetti personali, fu trovata una lettera dove non solo Lepin esprimeva il suo odio nei confronti del femminismo, ma aggiungeva anche i nomi di altre 15 donne che progettava di assassinare: giornaliste, poliziotte, sindacaliste, politiche. Lui stesso confermava il carattere politico del suo gesto e rifiutava (a priori) qualiasi etichhetta di “pazzia”. Subito dopo il dramma, le femministe canadesi non ebbero la possibilita’ di sottolineare, sui media, il carattere anti-femminista e politico di quel gesto. I media invitarono ad esprimersi psichiatri, poliziotti, giornalisti, medici, criminologi. Le femministe furono accusate di “volersi impossessare” della vicenda, e quel che era evidente venne invece occultato. Il giorno dopo il fatto, il ministro dell’Educazione parlo’ al maschile delle vittime. Ci si dilungo’ soprattutto sull’infanzia dell’assassino, insistendo sulla sua follia. Un’inchiesta pubblica fu invano richiesta. Per la femminista Judy Rebick, e’ inconcepibile che tanta gente in Québec abbia accusato le femministe “di essersi impossessate” di questo dramma per la loro causa. E’ vero che nel Canada anglofono, il massacro ha illuminato tutta la questione della violenza contro le donne e che “questo ha facilitato la nostra lotta”, aggiunge Rebick, ma e’ anche vero che in Québec ha accentuato il “back-lash”, l’antifemminismo. Nell’aprile del 1990, la rivista Vice-versa ha proposto un’analisi sul trattamento mediatico del dramma. Myriame El Yamani ha dimostrato che i media screditarono il punto di vista delle femministe deliste, per occultare il carattere politico dei rapporti tra uomini e donne. Nel 1990, Louise Malette e Marie Chalouh hanno pubblicato un libro, Polytechnique, 6 décembre, che raccoglie i punti di vista di quelle e quelli che sostenevano il carattere politico del crimine, testi scritti per la maggior parte nel tumulto dell’evento. Questo libro non ha avuto alcuna copertura mediatica, aldifuori del circuito femminista. Di contro, e’ stata largamente pubblicizzata, nel dicembre 1990, la pubblicazione de Manifeste d’un salaud, di Roch Côté, che attacca il movimento femminista e la sua analisi della violenza fatta alle donne. L’analisi femminista A dispetto di tutto quello che se ne puo’ dire, l’assassinio selettivo del Polytecnique dimostra che questo crimine fu diretto contro il femminimo, e interpella le coscienze a livello mondiale. Le donne sono molto cambiate in una generazione, grazie all’azione delle femministe, e qualche uomo ha dovuto accettare a malincuore questa situazione. Come dice la giornalista francese Francine Pelletier : « lungi dal rieditare un vecchio rapporto di forza, [l’assassino] se l’e’ presa con quello che c’era di piu’ nuovo nella societa’, l’avanzamento delle donne.”. E’ per questo che il gesto del 6 dicembre resta inquietante. Giacche’ e’ in questa prospettiva politica che, secondo le femministe, deve essere interpretato. Nel 1990, la rivista Sociologie et Société ha pubblicato alcuni testi universitari che analizzavano il carattere politico ei rapporti sociali tra i sessi. Il riferimento al massacro dell’École Polytechnique e’ costante nei testi femministi, ma chi li legge? L’analisi femminista della tragedia La reticenza collettiva ad ammettere il carattere politico di quel tragico evento sembra largamente condivisa. Le autorita’ dell’ l’École Polytechnique si rifiutano ancora oggi di ammettere che il gesto era diretto contro le femministe. Un professore, Daniel Leblanc ha scritto nel 1990 : « Alcuni gruppi si sono serviti [del massacro] per difendere le loro rivendicazioni. Hanno finito per dare all’istituzione, agli studenti e alle studentesse un peso troppo grande da portare. Bisogna assolutamente evitarlo.”. Invece, per essere capito, questo dramma deve essere posto in relazione con il montare dell’antifemminismo. La rivouzione femminista ha prodotto il cambiamento piu’ profondo del XX.mo secolo, senza versare una goccia di sangue, e tuttavia si continua a presentare questo movimento politico come una guerra di sessi, come una lotta diretta verso gli uomini. Apparso contemporanamente al femminimso, l’antifemminismo ha assunto aspetti moteplici nel corso dei decenni. Riconoscere che ha incitato un giovane uomo a prendere le armi, alla fine del XX.mo secolo, permetterebbe senza dubbio di far avanzare le cose. Mettiamoci nel punto di vista delle donne: essere viste con un nemico semplicemente perche’ si vuole scegliere il proprio posto nella societa’, vivere la propria autonomia, e cercare l’uguaglianza, e’ molto difficile da comprendere. Negare il carattere antifemminista del dramma del Polytechinique, lasciare credere che il femminismo e’ superato e che l’uguaglianza tra donne e uomini e’ raggiunta, significa rifiutare che le cose cambino veramente. Si deve scegliere, negare o riconoscere. Il 6 dicembre deve essere messo in relazione con i gesti antifemministi, e non con gli assassini che periodicamente avvengono nelle scuole. Come dice Nicole Lacelle in un testo inedito letto durante la commemorazione del quinto anniversario : “e’ come se [le studentesse] fossero morte per niente…. Invece, c’e qualcosa da capire nel massacro del Polytechnique. Qualcosa cosa molto, molto difficile da interiorizzare, che puo’ trasformare la nostra visione del mondo, le nostre disperazioni, le nostre speranze, il nostro modo di spiegare la storia, la nostra conoscenza, la nostra definizione di noi.: "non abbiamo dimenticato il dramma del Polytechnique, noi non abbiamo mai saputo niente di esso.”. Bibliografia • Mélissa Blais, Entre la folie d’un seul homme et les violences faites aux femmes : La mémoire collective du décembre 1989, Mémoire de maîtrise en histoire, Université du Québec à Montréal, 2007. • Myriame El Yamani, « La mascarade institutionnalisée », dans Médias et Féminismes. Minoritaires sans paroles, L’Harmattan, 1998, p. 201-233. • Louise Mallette et Marie Chalouh, Polytechnique 6 décembre, Montréal, les éditions du remue-ménage, 1990, 190 pages. Traduit en anglais : The Montreal massacre, Gynergy Books, 1991. • Francine Pelletier, « Je me souviens », La vie en rose. Hors série. Montréal, les éditions du remue-ménage, 2005, p. 34-37. • Heidi Rathjen et Charles Montpetit, 6 décembre. De la tragédie à l’espoir : les coulisses du combat pour le contrôle des armes, Montréal Libre expression, 1999. • Sociologie et Sociétés, avril 1990, VOL. XXII, no 1, p. 193-213. • Vice Versa, magazine transculturel, mai-juin 1990. La storica Micheline Dumont ha insegnato al Département d’histoire de l’Université de Sherbrooke, che ha diretto dal 1984 à 1987. Dal 200, e’ professoressa emerita di questa universta’. E’ stata responsabile tra l’altro del Programme d’études sur les femmes de l’Université de Sherbrooke (dal 1990 al 1994) e presidente delll’Institut d’Histoire de l’Amérique française (dal 1995 al 1997). Specializzata in Storia delle Donne, Micheline Dumont ee’ autrice di numerose opere tra cui Laure Conan, Montréal, Fides, Collection "Classiques canadiens", no 20, 1961, 96 p. - Histoire des femmes au Québec depuis quatre siècles, par le Collectif Clio (Micheline Dumont, Michèle Jean, Marie Lavigne, Jennifer Stoddart), Montréal, Quinze, Collection "Idéelles", 528 p., 1982 ; 2e édition revue et mise à jour. Montréal, Jour, 1992, 646 p. - Le mouvement des femmes, hier et aujourd’hui, Ottawa, ICREF/CRIAW, Collection "Perspectives féministes", no 5-A, 1986, 54 p. Les Couventines - L’éducation des filles dans les congrégations religieuses enseignantes 1840-1960, Boréal, 1986, 315 p. (avec Nadia Fahmy-Eid) - Les religieuses sont-elles féministes ?, Montréal, Bellarmin, 1995, 208 p. - Découvrir la mémoire des femmes, Montréal, Éditions du remue-ménage, 2001, 160 p. Ha collaborato al Dictionnaire Biographique du Canada, e co-autrice con Louise Toupin de La pensée féministe au Québec, edizioni Remue-ménage. da womeninthecity.articolo21.com
postato da floreana2 | 21:20 | link | commenti (2) mercoledì, 25 febbraio 2009
Roma Ottomarzo 2009
L’Anfora testimone della Staffetta sarà nel Lazio a Marzo e l’8, dalla Sede nazionale, le donne dell’UDI, insieme con altre associazioni di donne, la porteranno in Via Andersen, la strada dove si è consumato uno dei tanti attacchi della guerra dichiarata al genere femminile. Una guerra in cui noi donne saremo i “caschi rosa”, perché la nostra attenzione non si ferma il 25 Novembre 2009, così come è incominciata molto prima del 25 Novembre 2008. Non accettiamo scuse, non ci lasciamo raccontare che la violenza è frutto di un “momento di debolezza”, dell’effetto della droga, dell’etnia diversa e magari addirittura dell’amore. Sappiamo bene che la maggior parte delle violenze si svolge dentro le mura di casa, nella famiglia che si pretende essere sommo luogo di “protezione”, ma vediamo bene che le donne, anche quelle che, per carattere e coscienza di sé, non hanno paura, sono costrette, quando il luogo è buio e un poco solitario, a guardarsi le spalle, affrettare il passo con il batticuore perché spesso il vigliacco assalitore aspetta solo l’occasione. Quest’anno, l’8 Marzo 2009 alle ore 11, scegliamo Via Andersen come luogo simbolo e in quella Via invitiamo anche il Sindaco di Roma a esserci e a confrontarsi con le donne. Il sindaco ha manifestato in questi giorni la ferma intenzione di voler contrastare la violenza sulle donne e siamo certe che, a testimonianza del suo impegno, vorrà essere con noi in questa data simbolica. Ci auguriamo che, fin da subito, altre associazioni e singole donne diano la loro adesione a questa iniziativa che, prendendo l’avvio dalla Staffetta, ha incontrato il sostegno dell’ Onerpo e dell’AFFI UDI- Unione Donne in Italia ONERPO - Osservatorio nazionale ed europeo per il rispetto delle pari opportunità A.F.F.I. Casa Internazionale delle Donne le adesioni possono essere inviate a per info www.staffettaudi.org www.udinazionale.org La parola RONDA La parola RONDA ci fa paura perché si materializza in un soggetto plurale maschile di fronte al quale nessuna donna può dirsi tranquilla. Anche le forze dell’ordine sono composte in gran parte da maschi, ma rappresentano una istituzione democratica che risponde delle sue azioni. Non a caso la polizia in situazioni di violenza sulle donne o sui minori si avvale delle agenti donne. In questi giorni governo e opposizione hanno preso a pretesto gli stupri accaduti in alcune città italiane per fare a gara su chi ha il progetto più sicuro per la sicurezza delle donne. Ma noi ci siamo sentite strumentalizzate dalla destra e dalla sinistra, moderata o estrema che sia, perché quando si parla di provvedimenti che ci riguardano si dovrebbe tenere conto di come vengono percepiti. Di fronte alla proposta della ronda ci sentiamo negate come cittadine e negato il diritto ad essere tutelate con gli strumenti che la democrazia mette a disposizione. Ci sentiamo invece trattate come le femmine di un branco che devono essere sottratte al branco straniero. Quelle stesse femmine che vengono stuprate tra le mura domestiche e sulle quali si mette la sordina. Tanto per stare sullo stesso terreno di chi ci vuole difendere chiediamo se la castrazione chimica e la certezza della pena sono provvedimenti che valgono anche per gli stupratori di casa nostra. Qualunque donna, senza essere necessariamente femminista, sa che il suo punto di vista, la sua percezione della realtà, la sua parola, non hanno cittadinanza e quindi il dibattito politico che si sviluppa intorno al suo corpo è privo di senso. Gli uomini ancora non vogliono capire che tenere fuori le donne dai luoghi dove si decide porta al suicidio della politica e alla mutilazione della democrazia. Per non farci travolgere e per non soccombere di fronte alle notizie che si susseguono noi cerchiamo di produrre quel cambiamento culturale nel quale crediamo ancora. Questo significa la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne con la quale, giorno dopo giorno, ci rendiamo visibili le une alle altre, mostrando quella nazione di donne che noi sappiamo esserci, che ci fa riconoscere non per le miserie del genere, che pure sappiamo esistere, ma per la nostra forza. La Staffetta che è un atto creativo e vitale, che tesse una nuova trama di relazioni tra donne per contrastare la devastazione e la distruzione che la violenza contro le donne produce. postato da floreana2 | 20:42 | link | commenti |