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giovedì, 30 aprile 2009

E SE FUAD AVESSE AVUTO LA DINAMITE?

Elvira Mujcic,

infinito edizioni

Nota di Maria Bacchi

da womenews.net

La burocrazia è motivo di infinite traversie e di continue mortificazioni per immigrati, profughi, richiedenti asilo che hanno la sfortuna di trovarsi nel nostro Paese. Anni per avere un permesso di soggiorno, anni per rinnovarlo: uno stato di continua sospensione dei diritti, di esposizione all’arbitrio o alla pietà di funzionari, datori di lavoro, forze di polizia e, soprattutto, dei ministeri che emettono (o non emettono) circolari spesso in contraddizione l’una con l’altra; e poi code interminabili, esclusioni che si giocano sul filo di un secondo di ritardo nella consegna di un documento: un labirinto nel quale il rispetto di se stessi vacilla e la rabbia monta insieme al senso di vacuità.

La burocrazia è anche il titolo di un capitolo dell’ultimo libro di Elvira Mujcic, E se Fuad avesse avuto la dinamite?. Di Elvira, del suo bellissimo Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica [1], abbiamo scritto sulla nostra newsletter del 19 dicembre (La lingua dell’esilio, Articolo3 n°19 [2]). Fuggita bambina da Srebrenica, prima del massacro dell’11 luglio 1995 in cui ha perso il padre e altri familiari, Elvira vive, come molti profughi di quella e di altre guerre e di ogni genocidio, sospesa a una duplice, dolorosa non appartenenza: alla terra dalla quale ha dovuto fuggire e nella quale ancora circolano impuniti i criminali di guerra e al Paese in cui ha imparato la difficile arte della sopravvivenza, ha studiato, ha conosciuto gioie e tormenti dell’adolescenza, ha convissuto con i fantasmi del genocidio.

I due libri di Elvira raccontano, il primo in forma autobiografica, il secondo attraverso meccanismi di finzione narrativa, ma con una rigorosa attenzione alla realtà dei fatti, il senso del ritorno, di chi è stato costretto all’esilio, nei luoghi dell’origine. Da questi viaggi nasce l’inquietante, ma a volte salvifica, scoperta delle verità. In E se Fuad avesse avuto la dinamite? il protagonista comprende la necessità di svincolarsi dai labirinti oscuri della memoria e di cercare dati e tracce che restituiscano la realtà dei massacri, degli stupri, delle responsabilità e dei silenzi: nasce un bisogno di storia e di giustizia che permette di convivere con ciò che è stato.

Pubblicheremo, a partire da questo numero, il capitolo intitolato La burocrazia dell’ultimo libro di Elvira Mujcic; siamo certi che i nostri lettori avranno uno strumento in più per capire la rete discriminatoria e mortificante che intrappola chi vive nel nostro Paese senza averne la cittadinanza.

Avevo ordinato un caffè e mi ero seduto in un angolo. Era mattino. L’orologio segnava le 11,00 e il bar era pieno di studenti che non erano andati a scuola. Gridavano, ridevano, e non si rendevano neppure conto di quanto fossero fastidiosi. Non che invidiassi la loro adolescenza, sia chiaro, ma non c’era vita in quella gioia preconfezionata, solo cellofan trasparente e vuoto. Mi ero isolato per concentrarmi sulla mia rabbia. Da un po’ di tempo a questa parte avevo iniziato una particolare pratica comportamentale: non sforzarmi per far passare la rabbia, bensì lasciarla crescere.

postato da floreana2 | 22:00 | link | commenti
libri, la memoria storica, guerre, attualitĂ , cultura eventi poesia

mercoledì, 29 aprile 2009

                 Né di Veronica e il drammone popolare né  Di suini e altre specie 

ma

Tre casi di femminicidio portano il Messico di fronte alla Corte Interamericana dei diritti umani

di Chiara Calzolaio

www.gennarocarotenuto.it

Sono iniziati  i tre giorni di sessione speciale della Corte Interamericana per i Diritti Umani che in Cile giudicherà lo Stato messicano su uno dei casi di femminicidio più brutali avvenuti a Ciudad Juárez, alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti.

La decisione di chiamare a rispondere il governo messicano da parte della Corte Interamericana per i Diritti Umani su quello che è ormai noto come il caso del “campo algodonero” (campo di cotone, nella foto), per il fatto che otto corpi di giovani donne torturate e uccise furono ritrovati tra le piante di cotone di un grande campo, in una zona ricca e centrale della città, segna un importante, primissimo passo per quel difficile e contrastato cammino verso la verità e la giustizia per i femminicidi di Juárez che iniziò sotto la spinta dei movimenti di donne e dei familiari di vittime ormai un decennio fa.

E’ grazie alla loro lotta, e nel caso specifico, grazie soprattutto alle azioni dell’Asociación Nacional de Abogados Democráticos AC (ANAD), al Comité de América Latina y el Caribe para la Defensa de los Derechos de la Mujer (CLADEM), alla Red Ciudadana de No Violencia y por la Dignidad Humana e al Centro para el Desarrollo Integral de la Mujer AC (CEDIMAC) che hanno sostenuto e appoggiato tre delle madri delle ragazze uccise nella loro richiesta di giustizia, che la Commissione Interamericana per i Diritti Umani a fine 2007 è stata portata a richiedere l’intervento della Corte.

Tra il 6 e il 7 novembre 2001 furono ritrovati 8 corpi di giovani donne con evidenti segni di tortura e violenze sessuali, alcuni dei quali in decomposizione. Le ragazze erano state probabilmente uccise in diversi momenti, durante i 6 mesi precedenti. Alcuni dei corpi sembravano essere stati tenuti in una cella frigorifera, per poi essere “seminati” in quel campo di cotone che si trova proprio di fronte a uno dei simboli della città: l’associazione delle maquiladoras (l’AMAC che si intravede nella foto), le fabbriche di assemblaggio che dagli anni ’70 hanno invaso la frontiera con gli Stati Uniti impiegando mano d’opera, nei primi anni soprattutto femminile, a basso costo.

Lo stato messicano verrà chiamato a rispondere della scomparsa delle ragazze e della loro morte, per non aver prestato protezione alle giovani donne in una città in cui, a novembre 2001 era già evidente la gravità e la ricorrenza di crimini di questo tipo. Verrà chiamato a rispondere per non aver prestato sufficiente attenzione alle denunce di scomparsa presentate dai familiari delle ragazze uccise e che, prese in tempo, avrebbero potuto impedire quei crimini. Verrà chiamato a rispondere per il susseguirsi di irregolarità e negligenze che hanno seguito il ritrovamento dei corpi, che vanno dalla falsificazione delle prove, alla loro cattiva conservazione, alle drammaticamente affrettate dichiarazioni sull’identificazione di alcune delle vittime che hanno confuso e illuso famiglie intere, alle indagini altrettanto frettolose che portarono, nel lasso di pochissimi giorni, all’incarcerazione di due conduttori di autobus, ritenuti presunti responsabili. Furono denunciate – e dimostrate – torture per ottenere le loro dichiarazioni e uno dei due morì in carcere due anni dopo a seguito di una banale operazione di ernia, così come morirono i loro avvocati, a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, sotto i colpi di quel che i media mainstream definirono, non senza ambiguità, scontri tra narcotrafficanti e polizia.

Il fatto che la Corte abbia deciso di intervenire solamente sui casi di tre delle otto vittime del “campo algodonero”, a causa delle già segnalate irregolarità nell’identificazione delle vittime, permette una speranza solo a metà di capire fino in fondo una vicenda che non può non essere letta nella sua integrità. Gli otto corpi del “campo algodonero” insieme ad almeno un altro centinaio tra i quasi 500 femminicidi degli ultimi 16 anni, rispondono ad un modus operandi simile (colpire ragazze giovani, povere, spesso migranti, sequestrarle e sottoporle a torture, violazioni, mutilazioni, farle ritrovare in zone desertiche o semi-desertiche, abbandonate in campi anche centrali, ma che permettano di occultare almeno in parte i corpi) che, per la totale impunità in cui sono stati lasciati i crimini, deve fare pensare probabilmente non ad un unico gruppo o efferato serial killer ma ad una serie di persone e gruppi di persone che vengono (o furono) protetti, quando non direttamente appoggiati, dalle autorità. Insabbiamento di prove, incompletezza degli atti giudiziari, utilizzo della tortura per estorcere confessioni, “fabbricazione” di colpevoli, minacce ed attentati a giornalisti, avvocati, attivisti ed attiviste e soprattutto il totale disprezzo verso le vite delle ragazze e dei loro familiari, potrebbero per la prima volta essere riconosciuti, se pur in tre soli casi (i primi di una serie?), da un Tribunale di giustizia internazionale.

Non si può quindi non riconoscere l’importanza di queste giornate di sessione della Corte Interamericana che per la prima volta potrebbe lanciare un segnale forte sulle responsabilità gravi che lo stato messicano ha, ai suoi vari livelli, nei femminicidi di Juárez.

postato da floreana2 | 21:30 | link | commenti
politica, differenza, in-formazione, femminicidio, corpi violati

martedì, 28 aprile 2009

Letteralmente femminista

Perché è ancora necessario il movimento delle donne


di Monica Lanfranco

(edizioni Punto Rosso)

A tutte le donne che ho incontrato, e a quelle che non conoscerò mai: madri, figlie, sorelle, nonne, zie, cugine, nuore, suocere, amiche, amanti.
Se solo le donne si concedessero più credito, se solo si rafforzassero reciprocamente, per la libertà di scelta di tutte. Se solo il mondo si accorgesse di loro

Un inizio, e una dedica

A te che stai leggendo queste pagine, donna o uomo che tu sia, un saluto.
Quello che hai tra le mani è il frutto della mescolanza di saggi, articoli, brani di interviste, di ritratti accumulati nel corso degli ultimi anni di vita, lavoro, incontri, scontri, perdite e guadagni.
Ma, forse, meglio sarebbe dire che si tratta di una lunga lettera, in forma di racconto e riflessione, scritta da una attivista femminista di mezza età, che ha cercato di fare fin da adolescente il mestiere di giornalista e di formatrice non prescindendo mai dalla sua appartenenza al genere femminile.
Essere una femmina, se all’inizio della comparsa nel ventre di mia madre è stato un caso, ha assunto nella mia vita un significato e una centralità imprescindibile.
Per questo, una volta entrata nel mondo adulto, non ho mai condiviso l’affermazione secondo la quale «siamo tutti persone», spesso usata per conciliare fintamente, e non affrontare mai, l’inevitabile conflitto tra i due generi. Secondo questa visione il definirci così, persone, basterebbe per situarci nel mondo in modo automatico e indolore, senza discriminazioni.
E’ la realtà a smentire chi lo sostiene: spesso usare il generico ‘persona’ è un modo per sfuggire all’ingombrante verità che l’avere un corpo maschile o uno femminile non è indifferente, in ogni società e visione culturale. Essere persone non basta per essere degne di memoria, diritti, cittadinanza, libertà.
Al contrario è basilare e vincolante il genere che ti capita alla nascita, per stabilire il proprio posto nella scala gerarchica collettiva, perché questa scala è costruita ancora, da tutte le culture della storia umana in modo molto, molto lontano dal considerare, ascoltare e dare valore equamente alle voci distinte dei due generi.
E’ un maschio, è una femmina: alla nascita l’una o l’altra eventualità sono decisive; in molti luoghi del mondo alla constatazione del sesso femminile scatta un destino intriso di limitazione, divieti e obblighi che non valgono per l’altro sesso, e che chiudono sin dall’inizio la possibilità di scelta e di padronanza sull’intera propria esistenza, quando non si sfocia nella soppressione immediata, o prima ancora della nascita nell’aborto selettivo in attesa dell’erede maschio, quello perfetto, quello prescelto.   
Queste pagine sono, dunque, una lunga lettera, la cui trama si snoda attraverso un filo lieve ma saldo legato a parole importanti del quotidiano e del politico, interrogate per comunicare una urgenza, altrettanto politica e personale, che si esprime con una domanda: dove è finita l’eredità del movimento femminista,  la più grande rivoluzione nonviolenta del ‘900?
Dove ha sbagliato la mia generazione di femministe nel trasmettere i saperi e i valori per i quali abbiamo lottato, e con i quali abbiamo anche ottenuto dei cambiamenti che hanno modificato, seppur in parte, la vita delle donne e degli uomini in questo paese, e  nel mondo?
E’ una domanda che non può avere una risposta sola, nè una sola donna a pensarla.
Ma quello che può succedere è che, con la lettura di queste pagine, si possa aprire un varco, e un percorso, per cominciare a capire come rimediare alla sempre più pericolosa archiviazione da parte della politica e della storia recente della visione femminista che, nel guardare il mondo, ha cercato e cerca di cambiarlo, a favore sia delle donne che degli uomini che ci vivono.
Ti propongo questo viaggio attraverso alcune parole che hanno mutato il loro corso consueto e scontato, nel significato simbolico come nella realtà, proprio grazie all’irruzione della soggettività femminile nella storia; un transito che offro a chi legge alla stregua di un viatico, di uno strumento per intavolare una relazione con chi è più giovane, o anche per riprendere tra sé e sé il bandolo di un discorso, forse interrotto.
Lo dedico a tutte le donne e uomini che, come scrisse Ursula Le Guin, sono disposte e disposti a correre il rischio di finire nel ridicolo, pur di contribuire a cambiare il mondo.
Per non dimenticare che, come sostiene Robin Morgan nel suo Il demone amante:  «Non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori.
Si tratta della metà del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di prendere parola su tutto. Il femminismo è questo».

da www.monicalanfranco.it

postato da floreana2 | 20:40 | link | commenti
politica, libri, differenza, attualitĂ , cultura eventi poesia, 8 marzo e seguenti