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sabato, 30 maggio 2009

Una perversione molto logica

di Danilo Arona

Mi sono laureato nel 1974 con una tesi intitolata “Interferenza dell'affettività sullo sviluppo del pensiero”, roba tosta per appassionati di psicoanalisi qual ero io al tempo e per addetti ai lavori tra i quali progettavo di perdermi. Nel redarre i testi bibliografici di riferimento m'imbattei in uno studio di un noto psicoanalista, Giovanni Carlo Zapparoli, dal titolo “La perversione logica – Il rapporto tra sessualità e pensiero nella tradizione psicoanalitica”, un libro quanto mai affascinante, scritto in maniera divulgativa e fruibile anche da chi, ai tempi, non era avvezzo all'iper-specializzazione. Un libro pensato e prodotto nel '70 e talmente in anticipo da poterne ancora oggi parlare in termini di attualità a quarant'anni dall'uscita.

L'autore vi esaminava il problema della patologia evidenziata solo a livello delle funzioni di pensiero e non in quelle istintive e sessuali. In altre parole, così come esistono perversi sessuali con disturbi nella sfera intellettiva, ci sono anche persone (esistenza provata dalla pratica terapeutica) che a piena ragione si possono definire “perverse”, ma che non evidenziano alcuna perversione sessuale, avendo spostato tutta la loro patologia dalle funzioni sessuali a quelle logiche del pensiero. Tali individui venivano definiti dallo Zapparoli perversi o devianti logici. Personaggi che, a differenza dei perversi sessuali, non si rendono conto né della loro perversione, né delle anomalie delle loro funzioni intellettuali, che essi credono efficienti e funzionali. D'altra parte il disturbo può essere tale che all'occhio di chi non è psicoanalista tali soggetti appaiono del tutto normali.
Di sicuro gradireste degli esempi. Lo Zapparoli forniva due tipologie provenienti dai rilievi clinici: l'impotenza relativa (ovvero, poligamia per inibizione) e la potenza relativa (monogamia per inibizione), due aspetti dello stesso problema affettivo perché riguardano un analogo arresto nello sviluppo psicosessuale. La prima va riferita alle inibizioni relative all'oggetto d'investimento, che si riscontrano quando l'oggetto assume un ruolo sociale, oltre che affettivo, in conseguenza di un atto di matrimonio. Tali soggetti, per cui il rapporto sessuale con qualsivoglia partner può avvenire solo se non esiste un contratto matrimoniale che vincola la loro relazione, sviluppano nei confronti del coniuge un'inibizione sessuale relativa, manifesta nel maschio con impotenza e nella femmina con frigidità. Per loro l'attività sessuale si svolge senza inibizioni e in modo soddisfacente solo con altri individui che non siano il loro coniuge. In certi casi lo Zapparoli aveva osservato che, raggiunto lo scioglimento del contratto matrimoniale, veniva a cadere anche l'inibizione nei confronti dell'ex coniuge.
La seconda classificazione, potenza relativa, si riferisce invece a quei casi, all'apparenza distinti, in cui si sviluppa una specifica inibizione relativa all'attività sessuale extramatrimoniale e per cui l'impotenza relativa rappresenta una sicura difesa della fedeltà coniugale. Questi soggetti riescono a stabilire un soddisfacente rapporto con il coniuge a patto che si sviluppi l'inibizione sessuale nei confronti di ogni altro “oggetto del desiderio”.
Ovviamente le problematiche più profonde riscontrate nella pratica clinica sono assai più complesse di quel che appaiono, e soprattutto disturbanti a livello del pensiero per chi ne è affetto, ma qui mi fermo per passare ad altre considerazioni. Ai tempi trovavo l'analisi di Zapparoli stuzzicante, quasi divertente, e a suo modo inquietante. Mi divertiva il fatto che la psicoanalisi giustificasse organicamente temi di vissuto quotidiano quale la fedeltà o l'infedeltà al proprio partner. E di certo non lasciava indifferente il fatto che, in ottica psicoanalitica, la fedeltà richiesta in sede di tradizionale matrimonio religioso fosse, né più né meno, che la manifestazione di una particolare patologia mentale. Infine un po' perturbava l'affermazione, cara a Freud, della sostanziale indifferenziazione tra “normale” e “patologico” perché la possibilità d'imbattersi in un perverso logico, riconoscendolo come tale, era pari allo zero.
Invece oggi, in un 2009 carico d'incognite, con una cronaca – nera e non solo – in cui le “schedature” su quel che è la Norma sono di fatto saltate, gli argomenti di Zapparoli appaiono più che mai attuali. Perché quei normali di cui parlava (e parla ancora) lo studioso manifestano un disturbo che spiega a suo modo tante “stranezze” sociali del nostro momento storico.
Infatti i perversi logici “dispercepiscono” la realtà, oggettivando al suo posto un insieme di meccanismi ideali che non corrispondono al vero. Come gli oggetti d'amore vengono idealizzati con conseguenti rapporti a dir poco velleitari, così le sensazioni di pericolo futuro sono caricate di caratteristiche magiche e onnipotenti, e il perverso logico gioca con i pericoli futuri nello stesso modo di come gioca con le possibilità di incontro amoroso. Ovvero, le nega.
Si nega il pericolo, il bisogno, la possibilità di un piacere immediato. La logica viene posta al servizio di una sorta di eroismo illusorio che trascura il presente e valorizza solo il futuro. Per questi soggetti proprio la logica è soprattutto il mezzo per stabilire un rapporto con un feticcio (oggetto ideale) che compare e si forma in concomitanza con i propri bisogni, e che si dissolve e scompare con la saturazione dei bisogni stessi.
Non percepiscono la verità e sono anaffettivi, perché hanno sostituito il sentimento con un castello di apparente funzionalità logica. Quindi non sentono ma fingono di sentire.
Nel cinema di fantascienza forse li chiameremmo Ultracorpi. Stanno con noi e attorno a noi. Vicini di pianerottolo e al governo. Sfrecciano in macchina ai trecento all'ora perché quel pericolo non esiste. Diffondono l'AIDS perché non esiste. Mandano il mondo in bancarotta perché percepiscono un mondo economico che non esiste, quello che dovrebbe crescere all'infinito quando neppure l'universo è infinito.
Normalità? Bisognerebbe cominciare a capire quel che s'intende con questa parola. Ma non ci sarebbe da stupirsi se scoprissimo che il pianeta è in mano ai perversi logici.
In un saggio che scrissi e pubblicai nel 1980 a proposito di un film amatissimo come L'invasione degli Ultracorpi di Don Siegel scrivevo: “... se i perversi logici dovessero aumentare fino a saturare numericamente la quasi totalità del corpo sociale, forse si giungerebbe a una situazione in cui, al pari dell'invasione prospettata nel film, le emozioni e la sfera affettiva risulterebbero del tutto alienate.”
Non gioco a fare il bravo profeta, ma oggi – ventinove anni dopo – siamo qui a stupirci della scomparsa delle emozioni. Oppure non ce ne stupiamo, e magari l'emozione inizia a latitare anche in noi...

da carmillaonline

postato da floreana2 | 21:05 | link | commenti (2)
politica, riflessioni, la memoria storica, guerre, attualitĂ , cultura eventi poesia, in-formazione, corpi violati

giovedì, 28 maggio 2009

Pas à vendre

di Carla Fronteddu

Sul sito della Lobby europea delle donne si trova un film intitolato "Pas à vendre" che, attraverso il contributo di ex prostitute e di donne impegnate a vario titolo nella tutela dei diritti della donna, mette in discussione punti di vista e pregiudizi sulla prostituzione. In particolare il film pone l’accento sull’effetto devastante che la legalizzazione di quest’ultima, contrariamente a quanto spesso ritenuto dall’opinione pubblica, avrebbe sulla vita delle donne coinvolte nella rete del sesso a pagamento.

Una premessa indispensabile riguarda la condizione delle prostitute. Senza voler entrare nel merito della discussione sulla volontarietà o meno dell’esercizio della prostituzione, è un dato incontestabile che il mercato del sesso a pagamento rappresenta una fetta consistente del traffico di esseri umani e che è caratterizzato da un alto tasso di violenza.

Nel documentario viene citata a proposito, una ricerca del British Medical Journal secondo la quale il 93% delle prostitute è vittima di violenza e vengono raccolte numerose testimonianze di ex prostitute sulle brutalità a cui sono state sottoposte da protettori e da clienti.

La violenza, infatti, è un elemento intrinseco della prostituzione, funzionale a più scopi.
I protettori se ne servono sin dai primi momenti, per introdurre le donne nel mondo della prostituzione e vi ricorrono per soddisfare i propri desideri sessuali, per punire, intimidire, umiliare e sottomettere le prostitute.
Quest’ultime, per un’evidente diseguaglianza rispetto al protettore e al cliente in termini di forza fisica e di potere, sono costantemente esposte alla violenza e alla sottomissione. Considerati i tratti caratteristici del mercato del sesso, quali conseguenze produrrebbe la sua legalizzazione?

Legittimare la prostituzione, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non equivale a rafforzare il potere delle donne. Rendere la prostituzione “un lavoro come un altro” non conferisce maggiore dignità alle donne, ma spiana la strada ai protettori che si trasformano in imprenditori del sesso autorizzati ad assumere (o a trafficare) donne di cui sfrutteranno il corpo, e a far prosperare attività fondate sulla deumanizzazione di soggetti deboli.

Legalizzare la prostituzione significa rendere normale e giusta una forma di sfruttamento e di dominio e rendere ancor meno visibili, e quindi denunciabili, le violazioni ai diritti umani a cui sono esposte le prostitute.

Nel documentario viene posta la domanda: se la prostituzione viene legalizzata ed istituzionalizzata chi controllerà che i diritti delle prostitute vengano tutelati? Chi riterrà necessario fare controlli di questo tipo in un sistema istituzionalizzato?

Nei paesi in cui la prostituzione è stata legalizzata non viene fatto nulla per proteggere le prostitute all’interno delle case chiuse; l’unica protezione garantita è quella dei clienti.

Come testimoniano le ex prostitute intervistate in Pas à vendre lavorare in un marciapiede o in una casa chiusa non modifica le conseguenze di deumanizzazione e non ti rende meno esposta alla violenza.
Una delle intervistate riporta la sua esperienza in un bordello di Edimburgo e descrive un contesto gestito da un uomo “orribile e brutale ” che trafficava droga al piano inferiore dell’edificio e che minacciava di “licenziamento” le prostitute se si fossero ostinate a richiedere l’uso del preservativo a determinati clienti.

La legalizzazione della prostituzione non agisce contro la violenza a cui sono esposte e che subiscono le prostitute, ma anzi mantiene e radicalizza la loro condizione.

Dietro la proposta di legalizzare la prostituzione, a mio avviso, sta una banalizzazione del fenomeno e la miopia di non riconoscere che nel mercato del sesso predominano violenza e sopraffazione e si calpestano fondamentali diritti umani.

La depenalizzazione deve essere rivolta alle donne che si prostituiscono, che non devono essere punite per essere state sfruttate, ma non dovrebbe mai essere rivolta agli imprenditori del sesso a pagamento.

Le norme in materia di prostituzione dovrebbero porre l’enfasi sulla condizione delle prostitute e sulle minacce a cui sono esposte e muoversi in direzione del miglioramento della loro condizione e della tutela dei loro diritti, piuttosto che preoccuparsi, come avvenuto di recente, di avere strade ripulite dalle lucciole.

da womenews.net

postato da floreana2 | 17:02 | link | commenti (3)
politica, riflessioni, attualitĂ , femminicidio, corpi violati

martedì, 26 maggio 2009

La terra madre

di Lorella Zanardo

E’ uscito da poco il nuovo film di Ermanno Olmi “Terra Madre” che racconta della terra, che è di noi tutti, madre.

Esce il 5 giugno “Home” cioè casa nel suo senso piu ampio, terra nostra madre appunto, del fotografo e regista Yann Arthus Bertrand.

Diceva Pratibha Patil, la Presidente donna indiana nel suo discorso di insediamento: “Le donne dovrebbero essere responsabili del futuro sostenibile della terra”.

E Vandhana Shiva, l’economista indiana che ha fermato la Coca Cola impedendole la privatizzazione delle ultime falde acquifere del Kerala, ci esorta ad occuparci della terra.


Mi costa molto occuparmi di tv. Vorrei occuparmi di ciò che conta, della Terra appunto, nel senso piu ampio.

Mi costa e ci costa molto dovere subire l’affronto, l’insulto di vedere i nostri corpi smembrati per pubblicizzare una borsa, le nostre belle facce gonfiate per attirare, pare, piu audience, i corpi di quasi bambine addobbate da lolite per eccitare uomini stanchi.

Mi costa e ci costa da mesi dovere restare sobrie, calme, educate quando ci danno delle bacchettone, quando ci chiedono se vogliamo tornare alla censura: uomini di malafede, lo sapete che non è di questo di cui stiamo parlando.

La posta in gioco è la nostra sopravvivenza, la sopravvivenza della nostra identità.

La tv non ci rappresenta. Punto.

L’audience non è la vita.

L’auditel può provocare disastri.

Vorrei occuparmi di vita, e cio che vedo in tv è spesso simile alla morte.

Devo, dobbiamo occuparci di tv per ridarci dignità, perché è una pena infinita vedere mie simili a carponi, o quasi nude, labbra che scoppiano, già dalle 9 del mattino, umiliate da ruoli perennemente subalterni.


Gli ultimi giorni ci hanno scaraventate all’inferno. L’Italia intera intorno ad una quasi bambina con il suo pelouche ed il ragazzino nella foto al mare.

Donne contro donne. Donne contro Veronica. Donne contro Noemi.

Nessun rispetto piu, né per noi, ne per le nostre figlie. Sbattute in prima pagina a divorarci.

La Terra dicevamo.

Quando avremo finito di liberarci, ancora!, del nostro ruolo servile, potremo occuparci di cose urgenti.

Spazziamo via queste immagini che ci limitano, che ci imprigionano, che ci umiliano. Chiediamo altro.

Chiediamo che la tv ci rappresenti.

Costruiamo altro.

In "Home", il documentario di Bertrand, la donna è figura indissolubile con la Terra. La comprensione della vita viene affidata alle donne; dice il produttore del film: “In presa diretta con il futuro perché sempre in presa diretta con i figli, le donne ci mostrano la strada”.

Di vita mi voglio occupare, di vita vogliamo occuparci.

C’è una giovanissima filosofa svizzera Ina Pretorius, che parlando delle capacità delle donne usa un termine meraviglioso “daseinkompetenz”: la competenza dell’esserci.

Niente filosofia astratta quella delle femmine. Noi abbiamo la competenza dell’esserci.

Esserci nella vita. Nella cura, nelle relazioni.

E in politica, lascateci agire la nostra competenza dell’esserci, ce n’è bisogno.

Occupiamoci di politica, così come tutte noi, giovani e vecchie, sappiamo prenderci cura della Casa.

E da lì iniziare a prenderci cura della Terra.

Non facciamoci più limitare.

La Politica è competenza dell’esserci.

Occupiamocene.

A modo nostro.

da ilcorpodelledonne.blogspot.com

postato da floreana2 | 21:04 | link | commenti (3)
politica, miti, differenza, attualitĂ , campagna, in-formazione, corpi violati