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domenica, 12 luglio 2009
Perché nessuno parla di Marwa?
di Rita Armeni

Marwa Al Sherbini era una giovane donna che indossava la hijab, il velo islamico che copre i capelli e il collo. Viveva in Germania. Mercoledì scorso è stata uccisa in un tribunale di Dresda da un uomo che i giornali definiscono un “fanatico antislamico”. La giovane donna, incinta di tre mesi, è stata colpita da 18 coltellate ed è morta sotto gli occhi del marito e del figlio di due anni. L’omicidio è avvenuto proprio nel tribunale di Dresda dove Marwa era andata per avere giustizia, dopo aver denunciato il suo vicino di casa che l’aveva aggredita con insulti tipo “prostituta islamica”, “terrorista” e le aveva chiesto con minacce di togliersi il velo. Abbiamo trovato questa notizia, e data con rilievo, solo su il Corriere della Sera. Gli altri grandi giornali nazionali non ne hanno tenuto conto. Lo stesso Corriere riferisce che anche i quotidiani tedeschi non l’hanno messa in rilievo o ne hanno parlato solo per insistere sulla necessità di maggiore sicurezza nei tribunali. Naturalmente anche questa scelta giornalistica è indicativa di quanto nel nostro civile occidente vengano tenute in considerazione le vite degli “altri”, immigrati o mussulmani che siano.
E’ evidente, infatti, che una notizia capovolta ed egualmente atroce, la morte di una giovane occidentale per mano di un islamico che le grida di coprirsi la testa e la definisce “prostituta cristiana”, avrebbe impegnato cronisti, opinionisti e provocato un grande scandalo.
Per Marwa silenzio, almeno qui, in Europa, mentre in Egitto le donne in piazza piangono la martire del velo, la shahidat al hijab, e protestano contro l’occidente. Ma al di là della triste notizia sui due pesi e due misure usati dalla stampa europea la morte di Marwa pone una domanda sulle responsabilità di questo crimine così atroce e ingiusto. Non quelle penali che sono chiare, ma quelle politiche e morali sulle quali sarebbe bene che la politica e la stampa dei paesi occidentali si interrogasse. Al centro degli interrogativi il velo, questo lembo di stoffa che le donne islamiche portano in modi diversi sul capo come segno evidente e chiaro della loro fede. Nei paesi occidentali è diventato il simbolo di una cultura arretrata e di un rapporto uomo donna fondato sulla subordinazione se non sulla schiavitù. Se quel pezzo di stoffa, variamente annodato e indossato e che assume nomi diversi, si è scatenata una guerra di civiltà. Esso è diventato la misura del rapporto fra uomo donna, fra oriente e occidente, fra cristianesimo e islam. Alcuni paesi, fra i quali la Francia, hanno ritenuto addirittura di dover legiferare promulgando delle norme che ne impediscono l’uso negli uffici pubblici e nelle scuole. Il velo nell’immaginario occidentale è diventato il simbolo dell’oppressione e dell’assenza di democrazia e persino del terrorismo. La liberazione da quell’indumento che tiene imprigionate le donne di paesi lontani e sconosciuti dopo l’11 settembre 2001 è diventata la metafora della democrazia. Il corpo coperto, è servito alla perfezione per giustificare una guerra, la violenza questa volta legale con cui si rispondeva alla violenza del terrorismo. E’ stato così per l’Afghanistan. E anche per l’Irak. Gli occidentali in questi anni hanno esibito “come” armi e “con” le armi il corpo libero delle “loro” donne contrapponendolo a quello coperto delle donne islamiche. Mentre i paesi mussulmani attaccavano specularmente l’uso commerciale nei paesi occidentali della nudità e del corpo delle donne, l’offesa alla loro dignità. Il risultato di tutto questo è stato un odio gratuito, un’affermazione ideologica, un’idea di democrazia che passava da quel pezzo di stoffa da strappare con la forza nella guerra o nei giardini pubblici o addirittura in un tribunale come è avvenuto per Marwa. L’occidente può fondatamente considerare la condizione delle donne nei paesi islamici arretrata e diseguale. Chi scrive ne è così convinta che ogni giorno si scandalizza di come questo problema, cruciale per la democrazia di quei paesi, venga taciuto e sottovalutato. Dall’Afghanistan al Pakistan, passando per l’Iran e gli Emirati arabi e l’Arabia saudita, le donne vivono in una condizione di tale limitazione delle loro espressioni e di eguaglianza nella vita sociale e politica quando non di oppressione che nei peggiore dei casi è solo leggermente diversa dalla schiavitù. Per quanto il giudizio possa apparire estremo di questo si tratta. Ma questo non impedisce ai nostri paesi di fare affari, di far politica, di dialogare e, naturalmente,di criticare quei paesi e quelle scelte. E allora perché anche sul velo non si fa una scelta di saggezza e di buon senso? Perché non si fa in modo che siano le donne mussulmane ad abbandonarlo se lo ritengono opportuno? E se invece preferiscono indossarlo, esso non significhi rinuncia alla libertà? Perché tanto astio e tanta insistenza su un pezzo di stoffa, che, per altro le giovani islamiche sanno ormai usare con grazia e con civetteria? Sono loro che facendo intravedere riccioli e orecchini, che, utilizzando chador colorati e fiorati, addobbandosene come un vestito della festa stanno vincendo la guerra del velo. A dispetto degli oppressori orientali e occidentali.
da l’Altro.
postato da floreana2 | 09:18 | link | commenti (2)
politica, riflessioni, differenza, attualitĂ , censura mediatica, in-formazione, femminicidio, corpi violati
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