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domenica, 01 febbraio 2009 Scene da un diario tragico di Katia Ricci
(immagini tratte da www.dialogare.ch) Charlotte Salomon nacque a Berlino il 16 aprile del 1917 da Franziska Grünewald, musicista, e Albert, medico chirurgo. Figlia unica, trascorse un’infanzia serena fino a nove anni, quando la madre si suicidò, gettandosi da una finestra. Le fu raccontato che la causa della morte era stata un’influenza. Soltanto dopo il suicidio della nonna, molti anni più tardi, il nonno le rivelò che anche la madre e altre quattro donne della famiglia si erano tolte la vita. Nel 1930 il padre si risposò con Paula Levi, nota cantante lirica, con la quale Charlotte ebbe un intenso rapporto affettivo. All’avvento del nazismo con l’emanazione delle Leggi di Norimberga contro gli ebrei, dovette abbandonare il liceo, il Fürstin-Bismarck. Viaggiò in Italia con i nonni, rimanendo affascinata dalle opere di Michelangelo. Anche per questo volle dedicarsi all’arte e nel ’36 fu ammessa all’Accademia, poiché, pur di religione ebraica, il padre si era distinto nella I Guerra Mondiale. Nel ’38 abbandonò la scuola per paura delle persecuzioni, quando il padre fu rinchiuso per qualche tempo nel campo di Sachsenhausen. Il pogrom della “notte dei cristalli” consigliò alla famiglia di mandarla a Nizza, dove già si erano rifugiati i nonni. Li raggiunse a Villefranche nella villa di Ottilie Moore, che le offrì assistenza e amicizia e comprò molti dei suoi dipinti. Nel ‘40 dopo la morte della nonna e l’internamento per tre settimane nel campo di lavoro di Gurs nei Pirenei, Charlotte, per superare una grave crisi nervosa, riprese il lavoro artistico. In soli due anni dipinse i 1325 fogli di Vita? o Teatro?, che affidò all’amico, dottor Moridis, dicendogli: “ Ne abbia cura. Le affido tutta la mia vita.”
Nel ’43 il nonno ebbe un infarto per strada, in seguito al quale morì in febbraio. Charlotte si sposò con Alexander Nagler, ebreo austriaco, il quale dichiarò di essere ebreo, pur avendo un passaporto falso, poiché i matrimoni misti erano vietati. La polizia, messa così sulle loro tracce, li arrestò in settembre. Internati ad Auschwitz, Charlotte, incinta di quattro mesi, non passò la selezione e il 10 ottobre fu uccisa nella camera a gas. Stessa sorte toccò il 1 gennaio del ’44 ad Alexander Nagler. Le sue opere sono al Museo Giudaico di Amsterdam, a cui Albert Salomon le donò. Ella non si presenta come vittima, non oppone odio a odio, non esprime solo la necessità di uscire dall’orrore che la circonda, ma il desiderio di diventare la donna che vuole essere. Crea un linguaggio originale, in cui sono evidenti influenze degli Espressionisti e di Chagall, del linguaggio cinematografico, dei fumetti e dell’espressione grafica infantile, rivisitata dalle avanguardie. Gli episodi della persecuzione si mescolano con le scene di affettività e di amore per la vita in tutte le sue forme. La presa di potere di Hitler è rappresentata da un compatto drappello di nazisti, tutti uguali, minacciosi nella loro divisa rossa, simbolo di pericolo, come la bandiera con la svastica, che agitano. Su quelle teste, quasi del tutto prive di connotati umani, è stampigliata quella data sinistra, 30 -I -1933. Il commento suona come una satira della propaganda: “La svastica- un simbolo luminoso di speranza- ora spunta il giorno della libertà e del pane.”
L’arte per lei non è certo evasione e fuga dal reale, ma unica possibilità di sopravvivenza, fluisce direttamente dalla vita, dalla necessità di trovare alternative possibili. Questo la salvò dalla depressione e dal sentirsi vittima e l’aiutò a interrogare e elaborare fino in fondo le proprie emozioni. Il suo scopo non era solo “salvare se stessa”, come disse Etty Hillesum in quegli stessi anni, ma costruire una testimonianza di come poter uscire da un destino che si presentava ineluttabile e dare un senso universale alla sua vicenda. Per raccontare questo singolare percorso, ha inventato una nuova forma narrativa e un linguaggio artistico composito. Con vari mezzi sottolinea la distanza tra l’essere protagonista degli avvenimenti e l’esserne narratrice: il commento è in terza persona, la realtà si mescola alla fantasia, lo stesso titolo pone un legame, ma anche un’ambiguità, tra vita e teatro, vale a dire tra realtà e finzione. Il tono è vario, a volte ironico, i testi talvolta in rima, come in qualche gouache in cui rappresenta Daberlhon, il maestro di canto. Con lui Charlotte polemizza, pur amandolo, e mette in scena il conflitto tra uomo e donna nella visione dell’artista, non genio solitario, ma legato alla vita. Inoltre da narcisista qual è, egli si sente un pigmalione. Mortificato dalla reazione di Paula, tutt’altro che propensa a farsi condizionare nella sua libertà espressiva di cantante, seduto al tavolino del caffè, davanti a un boccale di birra, sfoga la sua delusione. La nota ironica consiste nel fatto che le parole pronunciate da Daberlhon, in rima, “lascia che io ti plasmi, lascia che io ti plasmi. Questo è tutto ciò che chiedo, tutto ciò che chiedo”, siano scritte sopra il boccale, come se fossero la continuazione delle bollicine di schiuma che trabocca dal bicchiere.
Quelle dell’epilogo, invece, rifuggendo dai particolari, acquistano tratti quasi informali per rappresentare non tanto gli eventi quanto il loro senso, come quando cerca di confortare la nonna in preda alla disperazione, ricordandole i motivi per cui la vita vale la pena di essere vissuta. postato da floreana2 | 06:56 | link | commenti lunedì, 26 gennaio 2009 Frauenkonzentrationslager.
Il lager delle donne ![]() (foto tratta da olokaustos.org)
Ravensbruck, il campo di concentramento per le donne, situato a 90 chilometri a nored-est di Berlino, sulle rive del lago Schwedt, dove si getta il fiume Hawela, era stato costruito nel 1939.
Gritt Philips nel suo libro “Kalendarium der Ereignisse in Frauen-Konzentrationslager Ravensbrück" , indica la data del 15 maggio 1939 come data dell’apertura ufficiale del campo, e in 310 il numero delle donne che vi sono subito rinchiuse, perloipiu’ provenienti dal campo di Lichtemburg. Il primo documento disponibile e’ di qualche giorno dopo, 21 maggio (Gefangenenstärkemeldung des KZ Ravensbrück), e riguarda una prima lista di 974 donne registrate come prigioniere. Accanto al nome, ed al distintivo che le individua, c’e’ l’indicazione del ruppo mdi apparteneza, “ebree” con la stessa gialla, “profanatrici della razza”, “antisociali”, “Testimoni di Geova”, “criminali” triangolo nero, “prigioniere politiche” triangolo rosso. E’ in questo campo che viene deportata anche Teresa Noce, antifascista, capa delle lotte delle mondine e delle tessili nel Ventennio fascista, partigiana combattente con il nome di “Estella”. Sopravvissuta a Ravensbuck, Teresa/Estella segnera’ con la sua personalita’ politica le lotte delle lavoratrici del dopoguerra nel solco dell’uguaglianza storica. La deportazione piu’ massiccia a Ravensbruck comincia nell’aprile del 1940, e riguarda le polacche dai territori annessi dalla Germania in Polonia. I trasporti da Kielce, Czestochowa, Radom, Tarnow, Krakow, e quelli piu’ imponenti da Varsavia e Lublino, arrivano tra l’aprile e il maggio 1942. Nell’agosto del 1944, dopo la repressione dell’insurrezione di Varsavia, 12.000 donne della citta’ vengono deportate nel campo. Contemporaneamente, aumentano di numero i trasporti dal lager di Auschwitz. Esperimenti medici ed esecuzioni di massa (la prima camera a gas viene impiantata nel 1944), solo gli strumenti della soluzione finale pianificati nel lager per le deportate. Li comanda il medico delle SS, Karl Gebhardt. La fonte piu’ importante sugli esperimenti medici condotti sulle deportate polacche e’ rappresentata dal libro di Wanda Machlejd “ Gli esperimenti sulle progioniere del campo di Ravensbruck”, pubblicato in Polonia nel 1960, mentre sui medici nazisti che operavano a Ravensbuck fa fede il documento “Azione penale di Norimberga 1946-1947”, trascrizione dei materiali documentali che riguardarono l’accusa e la difesa. Si accerto’ che sulle deportate di Ravensbuck venivano condotti esperimenti con l’acido sulfonamide, destinati alla cura delle infezioni delle ferite dei soldati al fronte. Le internate vennero deliberatamente ferite e fratturate ed infettate con batteri virulenti. Per meglio simulare le infezioni in alcune ferite vennero introdotti pezzi di legno, vetro o stoffa, attendendo lo sviluppo della cancrena. Le ferite venivano successivamente curate con i nuovi farmaci per verificarne l'efficacia. La seconda serie (settembre 1942 - dicembre 1943) di esperimenti riguardò lo studio del processo di rigenerazione di ossa, muscoli e nervi e la possibilità di trapiantare ossa da una persona all'altra: alcune donne subirono amputazioni, altre, come nel caso precedente, fratture e ferite. Quando l’Armata Rossa, il 30 aprile 1945, libera il campo il numero totale delle donne incarcerate e’ di circa 123.000, provengono da 40 Paesi. Nelle liste rinvenute all’interno degli uffici, sono scrupolosamente annotati il nome di ciascuna e il motivo della deportazione. Oltre quelli gia’ presenti nella prima lista del 1939, - “ebree”, “prigioniere politiche”, “criminali”, “profanatrici della razza”, “testimoni di Geova” -, si legge: Fanatishe Polin, mit Juden sympathisier, Mitglied des polnischen Bundes Ausweisungshaft, Behilfe zur Rassenschande und sog. Kuppelei, Sekte Neusalem, mit Populorum befreundet, Lesbish, Negermischling, Arierin Rassenschande, Adventistin, Emigrantin… Eppure, anche se mortificate, torturate, assassinate in massa, le donne di Ravensbuck rerano riuscite d organizzarsi per resistere. Una delle forme piu’ praticate, un vero modello, fu l'organizzazione clandestina di lezioni scolastiche realizzata dalle prigioniere “acculturate” per le compagne meno fortunate. Alcune deportate polacche erano riuscirte ad organizzare persino lezioni universitarie con insegnanti qualificate. da womeninthecity.articolo21.com
Esperimenti di infezioni per lo studio dei sulfamidici - La metodologia dell'orrore
Nel luglio 1942 Gebhardt comunicò a Fischer che avrebbe dovuto assisterlo in una serie di esperimenti da condursi a Ravensbruck per testare la reale efficacia dei sulfamidici. L'ordine proveniva direttamente da Himmler e da Grawitz Capo del Servizio Medico delle SS. La prima serie di esperimenti coinvolsero 5 prigionieri.
L'Istituto di Igiene delle SS aveva inviato le culture di batteri infettivi che vennero inoculati nelle prigioniere alle quali veniva praticata una ferita nella gamba profonda mezzo centimetro e lunga otto. La ferita veniva poi ricucita e la gamba fasciata in modo tale che il decorso dell'infezione non fosse disturbato da altri eventi. Seguì a breve una seconda serie di cinque prigionieri. Ci si accorse tuttavia che i batteri usati erano troppo deboli e Gebhardt scrisse al capo dell'Istituto d'Igiene delle SS Joachim Mugrowsky per ottenere batteri più attivi. Una volta ottenute le nuove culture altri dieci prigionieri vennero infettati. Il comandante del campo di Ravensbruck a questo punto fece sapere a Gebhardt che da quel momento in poi avrebbe fornito soltanto detenute donne. A questo punto per circa due settimane gli esperimenti vennero interrotti e da Berlino si decise di utilizzare prigioniere politiche polacche. In più emerse che le infezioni provocate non rispecchiavano con esattezza le condizioni del campo di battaglia e perciò si decise di introdurre nelle ferite anche piccole schegge di legno per simulare meglio la tipologia militare delle ferite. Le successive trenta pazienti vennero divise in tre gruppi di dieci: il primo gruppo fu infettato con batteri e pezzetti di legno, il secondo con batteri e frammenti di vetro, il terzo gruppo oltre ai batteri venne infettato con vetro e legno contemporaneamente. Per rendersi conto personalmente degli sviluppi delle ricerche il dottor Grawitz si recò a Ravensbruck. Grawitz ascoltò il rapporto sugli esperimenti e chiese quante persone fossero decedute. Saputo che ancora non vi erano stati decessi disse che gli esperimenti non simulavano in alcun modo le condizioni che si verificavano al fronte. Grawitz spiegò a Fischer che si stavano studiando infezioni nate su ferite provocate da colpi di arma da fuoco e che perciò occorreva sparare alle prigioniere e ordinò che gli esperimenti venissero condotti in questo modo. Gebhardt e Fischer decisero che si doveva evitare di sparare alle prigioniere perché i risultati della ferita potevano essere imprevedibili. Perciò per simulare la rottura dei tessuti provocata dall'impatto del proiettile cominciarono a tagliare i vasi sanguigni in modo da non far irrorare la ferita. L'interruzione della circolazione avrebbe dovuto favorire il fiorire della infezione. Furono anche abbandonate le inserzioni di legno e vetro e oltre ai batteri vennero inoculate colture di streptococchi e stafilococchi. Il risultato fu che nel giro di 24 ore tutte le pazienti svilupparono infezioni intense. A questo punto Gebhardt e Fischer adottarono due tecniche: una parte delle prigioniere venne trattata con i metodi chirurgici e un'altra con i sulfamidici. Le sofferenze delle prigioniere erano indicibili, le morti si susseguivano. La ragione era semplice: Gebhardt non aveva alcun interesse a dimostrare la validità dei sulfamidici: il suo punto di vista era che soltanto i metodi chirurgici potessero portare ad una guarigione effettiva. Fischer aggiunse poi altri esperimenti non previsti: una polacca di 18 anni, Veronika Kraska venne infettata con il tetano e anziché curarla con il siero antitetanico le vennero somministrati sulfamidici. Ovviamente la ragazza morì in modo atroce ma ancora una volta l'équipe di Gebhardt aveva dimostrato l'inutilità dei sulfamidici. Il 24-26 maggio 1943 a Berlino alla Accademia Militare di Berlino Gebhardt dinanzi a più di 150 medici militari comunica le sue conclusioni: i sulfamidici non sono efficaci, occorre continuare a trattare le ferite chirurgicamente. postato da floreana2 | 21:09 | link | commenti (2) giovedì, 25 gennaio 2007 La Memoria degli Altri *
Tra il 1939 e il 1945 vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo. La storia della deportazione e dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata: ancora oggi la documentazione è frammentaria e lacunosa.
È il primo appuntamento di un progetto triennale che - partendo dalla celebrazioni della Giornata della Memoria - si estende e vuole ricordare il dramma degli altri, in questi caso i Rom, vissuto nello stesso contesto storico e che non sono stati finora ricordati. Questo è il desiderio dei due ideatori del progetto, Angela Teichner Accardi, (Associazione Altromodo) e Vittorio Pavoncella (Associazione E.T.I.C.A.). Il progetto triennale “La memoria degli Altri” unisce popoli differenti, ma accomunati da quello che hanno subito anche se in diverse proporzioni, spostando così il discorso da un livello numerico a quello d’identità. Ecco perché ricordare i disabili, gli omosessuali, le altre minoranze che venivano giudicate dai nazisti razzialmente. Porrajmos Quanti conoscono la parola "Porrajmos"? Porrajmos nella lingua dei Rom significa "divoramento" e indica la persecuzione e lo sterminio che il Terzo Reich attuò nei loro confronti. Fonti: smemoranda.it - http://www.etica.name/La_Memoria_degli_altri.htm postato da floreana2 | 17:17 | link | commenti (7) |