[Il Vento e L'Anima]
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domenica, 01 febbraio 2009

Scene da un diario tragico

di Katia Ricci

(immagini tratte  da www.dialogare.ch)

Charlotte Salomon nacque a Berlino il 16 aprile del 1917 da Franziska Grünewald, musicista, e Albert, medico chirurgo. Figlia unica, trascorse un’infanzia serena fino a nove anni, quando la madre si suicidò, gettandosi da una finestra. Le fu raccontato che la causa della morte era stata un’influenza. Soltanto dopo il suicidio della nonna, molti anni più tardi, il nonno le rivelò che anche la madre e altre quattro donne della famiglia si erano tolte la vita. Nel 1930 il padre si risposò con Paula Levi, nota cantante lirica, con la quale Charlotte ebbe un intenso rapporto affettivo. All’avvento del nazismo con l’emanazione delle Leggi di Norimberga contro gli ebrei, dovette abbandonare il liceo, il Fürstin-Bismarck. Viaggiò in Italia con i nonni, rimanendo affascinata dalle opere di Michelangelo. Anche per questo volle dedicarsi all’arte e nel ’36 fu ammessa all’Accademia, poiché, pur di religione ebraica, il padre si era distinto nella I Guerra Mondiale. Nel ’38 abbandonò la scuola per paura delle persecuzioni, quando il padre fu rinchiuso per qualche tempo nel campo di Sachsenhausen. Il pogrom della “notte dei cristalli” consigliò alla famiglia di mandarla a Nizza, dove già si erano rifugiati i nonni. Li raggiunse a Villefranche nella villa di Ottilie Moore, che le offrì assistenza e amicizia e comprò molti dei suoi dipinti. Nel ‘40 dopo la morte della nonna e l’internamento per tre settimane nel campo di lavoro di Gurs nei Pirenei, Charlotte, per superare una grave crisi nervosa, riprese il lavoro artistico. In soli due anni dipinse i 1325 fogli di Vita? o Teatro?, che affidò all’amico, dottor Moridis, dicendogli: “ Ne abbia cura. Le affido tutta la mia vita.”


 Nel ’43 il nonno ebbe un infarto per strada, in seguito al quale morì in febbraio. Charlotte si sposò con Alexander Nagler, ebreo austriaco, il quale dichiarò di essere ebreo, pur avendo un passaporto falso, poiché i matrimoni misti erano vietati. La polizia, messa così sulle loro tracce, li arrestò in settembre. Internati ad Auschwitz, Charlotte, incinta di quattro mesi, non passò la selezione e il 10 ottobre fu uccisa nella camera a gas. Stessa sorte toccò il 1 gennaio del ’44 ad Alexander Nagler. Le sue opere sono al Museo Giudaico di Amsterdam, a cui Albert Salomon le donò.
Leben? Oder Theater? (Vita? o Teatro?) è un’autobiografia per immagini; divisa, secondo la classica struttura teatrale, in tre parti, prologo, parte centrale e epilogo, è definita dalla stessa Salomon, ein singspiel, melodramma. Gli attori sono personaggi reali indicati con uno pseudonimo, che ne mette in evidenza il carattere.
Ciascuna gouache -colori mescolati con acqua, colla e biacca-, ottenuta con i tre colori primari (dalla cui mescolanza ricava tutti gli altri) più il bianco, è formata da figure, musica e testi scritti, che contengono sia i dialoghi dei personaggi, sia i commenti dell’artista come voce narrante. L’accompagnamento musicale varia, da una sinfonia a una canzone popolare, dall’aria di un’opera lirica alla colonna sonora di film. Charlotte fa della sua vita un’opera d’arte e nell’opera raffigura il senso della vita. Ne rievoca i nodi fondamentali: l’infanzia, la ricerca della bellezza, a cui la madre aspirava, il suicidio della madre, quel lugubre 30 gennaio del ’33. E poi l’assalto ai negozi degli ebrei, l’internamento del padre, la contestazione antisemita al concerto di Paula, sua seconda madre, la bocciatura agli esami dell’Accademia, la tanto sospirata ammissione, il complesso rapporto di amore e gelosia con Paula, l’amore per Alfred Wolfsohn (Amadeus Daberlohn), le appassionate discussioni sull’arte, fino all’amaro distacco dell’esilio.

Ella non si presenta come vittima, non oppone odio a odio, non esprime solo la necessità di uscire dall’orrore che la circonda, ma il desiderio di diventare la donna che vuole essere. Crea un linguaggio originale, in cui sono evidenti influenze degli Espressionisti e di Chagall, del linguaggio cinematografico, dei fumetti e dell’espressione grafica infantile, rivisitata dalle avanguardie. Gli episodi della persecuzione si mescolano con le scene di affettività e di amore per la vita in tutte le sue forme. La presa di potere di Hitler è rappresentata da un compatto drappello di nazisti, tutti uguali, minacciosi nella loro divisa rossa, simbolo di pericolo, come la bandiera con la svastica, che agitano. Su quelle teste, quasi del tutto prive di connotati umani, è stampigliata quella data sinistra, 30 -I -1933. Il commento suona come una satira della propaganda: “La svastica- un simbolo luminoso di speranza- ora spunta il giorno della libertà e del pane.”
Nella gouache in cui rievoca le vacanze sulle montagne bavaresi, l’azzurro, secondo Kandinskji il più spirituale dei colori, e il verde richiamano sensazioni di serenità e di agio. Inquadrata in alto e in basso da due treni, che vanno in direzioni diverse per indicare l’arrivo e la partenza, tra prati, mucche, laghetti e cime montuose, la piccola Charlotte vestita di azzurro corre e salta con il padre e la madre, rappresentata un trentina di volte nella sua gonnella rossa. Nel racconto dei momenti immediatamente successivi alla morte della madre, usa, invece, colori scuri: Charlotte corre a precipizio in un buio corridoio per cercare di sfuggire al dolore, rifugiandosi infine nel bagno.

L’arte per lei non è certo evasione e fuga dal reale, ma unica possibilità di sopravvivenza, fluisce direttamente dalla vita, dalla necessità di trovare alternative possibili. Questo la salvò dalla depressione e dal sentirsi vittima e l’aiutò a interrogare e elaborare fino in fondo le proprie emozioni. Il suo scopo non era solo “salvare se stessa”, come disse Etty Hillesum in quegli stessi anni, ma costruire una testimonianza di come poter uscire da un destino che si presentava ineluttabile e dare un senso universale alla sua vicenda. Per raccontare questo singolare percorso, ha inventato una nuova forma narrativa e un linguaggio artistico composito. Con vari mezzi sottolinea la distanza tra l’essere protagonista degli avvenimenti e l’esserne narratrice: il commento è in terza persona, la realtà si mescola alla fantasia, lo stesso titolo pone un legame, ma anche un’ambiguità, tra vita e teatro, vale a dire tra realtà e finzione. Il tono è vario, a volte ironico, i testi talvolta in rima, come in qualche gouache in cui rappresenta Daberlhon, il maestro di canto. Con lui Charlotte polemizza, pur amandolo, e mette in scena il conflitto tra uomo e donna nella visione dell’artista, non genio solitario, ma legato alla vita. Inoltre da narcisista qual è, egli si sente un pigmalione. Mortificato dalla reazione di Paula, tutt’altro che propensa a farsi condizionare nella sua libertà espressiva di cantante, seduto al tavolino del caffè, davanti a un boccale di birra, sfoga la sua delusione. La nota ironica consiste nel fatto che le parole pronunciate da Daberlhon, in rima, “lascia che io ti plasmi, lascia che io ti plasmi. Questo è tutto ciò che chiedo, tutto ciò che chiedo”, siano scritte sopra il boccale, come se fossero la continuazione delle bollicine di schiuma che trabocca dal bicchiere.
Riflettendo sui motivi per cui le donne della famiglia si erano tolte la vita e rielaborando il dolore, Charlotte comprende che esse, cercando la propria libertà, con il suicidio riuscirono solo a sottrarsi all’oppressione patriarcale, che per lei è la matrice del nazismo. Lavorando freneticamente, riempiva i fogli con una gestualità, che, quanto più procedeva nel racconto e si avvicinava al tempo presente, tanto più diventava ampia e veloce, ottenendo un tratto più essenziale e un colore più puro. Man mano l’opera diventava la sua vita e la vita l’opera, al punto tale che nell’immagine di chiusura si ritrae di spalle, in ginocchio di fronte al mare, con la mano sinistra che regge il foglio, il braccio destro libero di muovere il pennello sulla carta, che in realtà non c’è, perché al posto del foglio c’è il mare stesso. Sulla schiena è dipinto il titolo Leben oder Theater, Vita o Teatro, senza il punto interrogativo, come se non solo la sua vita, ma il suo stesso corpo fosse diventato l’opera. La ricerca di Salomon va dal figurativo all’informale, frutto del passaggio da uno sguardo all’indietro verso le vicende vissute, pur trasfigurate dal ricordo, ad uno sguardo rivolto dentro di sè, perché, come afferma in una delle ultime pagine, bisogna entrare in se stessi per poterne uscire. Se confrontiamo le gouache del prologo con quelle dell’epilogo, notiamo come le prime siano più descrittive e dense di segni, colori, parole e elementi narrativi.

 

Quelle dell’epilogo, invece, rifuggendo dai particolari, acquistano tratti quasi informali per rappresentare non tanto gli eventi quanto il loro senso, come quando cerca di confortare la nonna in preda alla disperazione, ricordandole i motivi per cui la vita vale la pena di essere vissuta.
Molto tenere sono alcune pagine, in cui Charlotte racconta i giorni della sua infanzia popolati di figure amorevoli, il padre, la tata, ma soprattutto la madre, mentre l’allatta, l’abbraccia, la porta in giro in carrozzina. Non c’è nessun riferimento ai luoghi in cui si svolgono le azioni, perché per una bambina gli spazi significativi sono quelli affettivi, che sono tutto il suo mondo. In una scena Charlotte saluta dal suo recinto i genitori che escono, agitando una mano assai grande, come se la bambina volesse colmare la distanza che la separa da loro. Il ritmo veloce, la disposizione in cerchio delle figure intorno a Charlotte suggeriscono quasi il suono delle voci che spesso nel ricordo accompagna le immagini. La memoria dell’abbandono fiducioso, del rapporto pulsionale e carnale con il corpo materno costituisce l’humus della sua lingua poetica, musicale e visiva. E’ da lì che Charlotte è venuta al mondo, quelle sono le sue radici; averle riconosciute e aver trovato un linguaggio così originale per raccontarle le ha dato la possibilità di riuscre a vedere altre strade oltre a quella della disperazione e della sventura. Ha ritrovato la sua libertà di donna, restituendo vita e senso alla figura tragica della madre, e consegnando un luminoso esempio alle generazioni future.

da www.women.it/oltreluna

postato da floreana2 | 06:56 | link | commenti
differenza, cultura eventi poesia, 27 gennaio giorno della memoria

lunedì, 26 gennaio 2009

Frauenkonzentrationslager.

Il lager delle donne
(foto tratta da olokaustos.org)
Ravensbruck, il campo di concentramento per le donne, situato a 90 chilometri a nored-est di Berlino, sulle rive del lago Schwedt, dove si getta il fiume Hawela, era stato costruito nel 1939.
Gritt Philips nel suo libro “Kalendarium der Ereignisse in Frauen-Konzentrationslager Ravensbrück" , indica la data del 15 maggio 1939 come data dell’apertura ufficiale del campo, e in 310 il numero delle donne che vi sono subito rinchiuse, perloipiu’ provenienti dal campo di Lichtemburg.
Il primo documento disponibile e’ di qualche giorno dopo, 21 maggio (Gefangenenstärkemeldung des KZ Ravensbrück), e riguarda una prima lista di 974 donne registrate come prigioniere. Accanto al nome, ed al distintivo che le individua, c’e’ l’indicazione del ruppo mdi apparteneza, “ebree” con la stessa gialla, “profanatrici della razza”, “antisociali”, “Testimoni di Geova”, “criminali” triangolo nero, “prigioniere politiche” triangolo rosso.
E’ in questo campo che viene deportata anche Teresa Noce, antifascista, capa delle lotte delle mondine e delle tessili nel Ventennio fascista, partigiana combattente con il nome di “Estella”. Sopravvissuta a Ravensbuck, Teresa/Estella segnera’ con la sua personalita’ politica le lotte delle lavoratrici del dopoguerra nel solco dell’uguaglianza storica.

La deportazione piu’ massiccia a Ravensbruck comincia nell’aprile del 1940, e riguarda le polacche dai territori annessi dalla Germania in Polonia. I trasporti da Kielce, Czestochowa, Radom, Tarnow, Krakow, e quelli piu’ imponenti da Varsavia e Lublino, arrivano tra l’aprile e il maggio 1942. Nell’agosto del 1944, dopo la repressione dell’insurrezione di Varsavia, 12.000 donne della citta’ vengono deportate nel campo. Contemporaneamente, aumentano di numero i trasporti dal lager di Auschwitz.
Esperimenti medici ed esecuzioni di massa (la prima camera a gas viene impiantata nel 1944), solo gli strumenti della soluzione finale pianificati nel lager per le deportate. Li comanda il medico delle SS, Karl Gebhardt.
La fonte piu’ importante sugli esperimenti medici condotti sulle deportate polacche e’ rappresentata dal libro di Wanda Machlejd “ Gli esperimenti sulle progioniere del campo di Ravensbruck”, pubblicato in Polonia nel 1960, mentre sui medici nazisti che operavano a Ravensbuck fa fede il documento “Azione penale di Norimberga 1946-1947”, trascrizione dei materiali documentali che riguardarono l’accusa e la difesa.
Si accerto’ che sulle deportate di Ravensbuck venivano condotti esperimenti con l’acido sulfonamide, destinati alla cura delle infezioni delle ferite dei soldati al fronte. Le internate vennero deliberatamente ferite e fratturate ed infettate con batteri virulenti. Per meglio simulare le infezioni in alcune ferite vennero introdotti pezzi di legno, vetro o stoffa, attendendo lo sviluppo della cancrena. Le ferite venivano successivamente curate con i nuovi farmaci per verificarne l'efficacia.
La seconda serie (settembre 1942 - dicembre 1943) di esperimenti riguardò lo studio del processo di rigenerazione di ossa, muscoli e nervi e la possibilità di trapiantare ossa da una persona all'altra: alcune donne subirono amputazioni, altre, come nel caso precedente, fratture e ferite.
Quando l’Armata Rossa, il 30 aprile 1945, libera il campo il numero totale delle donne incarcerate e’ di circa 123.000, provengono da 40 Paesi.
Nelle liste rinvenute all’interno degli uffici, sono scrupolosamente annotati il nome di ciascuna e il motivo della deportazione. Oltre quelli gia’ presenti nella prima lista del 1939, - “ebree”, “prigioniere politiche”, “criminali”, “profanatrici della razza”, “testimoni di Geova” -, si legge: Fanatishe Polin, mit Juden sympathisier, Mitglied des polnischen Bundes Ausweisungshaft, Behilfe zur Rassenschande und sog. Kuppelei, Sekte Neusalem, mit Populorum befreundet, Lesbish, Negermischling, Arierin Rassenschande, Adventistin, Emigrantin…
Eppure, anche se mortificate, torturate, assassinate in massa, le donne di Ravensbuck rerano riuscite d organizzarsi per resistere. Una delle forme piu’ praticate, un vero modello, fu l'organizzazione clandestina di lezioni scolastiche realizzata dalle prigioniere “acculturate” per le compagne meno fortunate. Alcune deportate polacche erano riuscirte ad organizzare persino lezioni universitarie con insegnanti qualificate.
da womeninthecity.articolo21.com
Esperimenti di infezioni per lo studio dei sulfamidici - La metodologia dell'orrore
Nel luglio 1942 Gebhardt comunicò a Fischer che avrebbe dovuto assisterlo in una serie di esperimenti da condursi a Ravensbruck per testare la reale efficacia dei sulfamidici. L'ordine proveniva direttamente da Himmler e da Grawitz Capo del Servizio Medico delle SS. La prima serie di esperimenti coinvolsero 5 prigionieri.
L'Istituto di Igiene delle SS aveva inviato le culture di batteri infettivi che vennero inoculati nelle prigioniere alle quali veniva praticata una ferita nella gamba profonda mezzo centimetro e lunga otto. La ferita veniva poi ricucita e la gamba fasciata in modo tale che il decorso dell'infezione non fosse disturbato da altri eventi. Seguì a breve una seconda serie di cinque prigionieri.
Ci si accorse tuttavia che i batteri usati erano troppo deboli e
Gebhardt scrisse al capo dell'Istituto d'Igiene delle SS Joachim Mugrowsky per ottenere batteri più attivi. Una volta ottenute le nuove culture altri dieci prigionieri vennero infettati.
Il comandante del campo di Ravensbruck a questo punto fece sapere a
Gebhardt che da quel momento in poi avrebbe fornito soltanto detenute donne. A questo punto per circa due settimane gli esperimenti vennero interrotti e da Berlino si decise di utilizzare prigioniere politiche polacche.
In più emerse che le infezioni provocate non rispecchiavano con esattezza le condizioni del campo di battaglia e perciò si decise di introdurre nelle ferite anche piccole schegge di legno per simulare meglio la tipologia militare delle ferite. Le successive trenta pazienti vennero divise in tre gruppi di dieci: il primo gruppo fu infettato con batteri e pezzetti di legno, il secondo con batteri e frammenti di vetro, il terzo gruppo oltre ai batteri venne infettato con vetro e legno contemporaneamente.
Per rendersi conto personalmente degli sviluppi delle ricerche il dottor
Grawitz si recò a Ravensbruck. Grawitz ascoltò il rapporto sugli esperimenti e chiese quante persone fossero decedute. Saputo che ancora non vi erano stati decessi disse che gli esperimenti non simulavano in alcun modo le condizioni che si verificavano al fronte.
Grawitz
spiegò a Fischer che si stavano studiando infezioni nate su ferite provocate da colpi di arma da fuoco e che perciò occorreva sparare alle prigioniere e ordinò che gli esperimenti venissero condotti in questo modo. Gebhardt e Fischer decisero che si doveva evitare di sparare alle prigioniere perché i risultati della ferita potevano essere imprevedibili. Perciò per simulare la rottura dei tessuti provocata dall'impatto del proiettile cominciarono a tagliare i vasi sanguigni in modo da non far irrorare la ferita. L'interruzione della circolazione avrebbe dovuto favorire il fiorire della infezione. Furono anche abbandonate le inserzioni di legno e vetro e oltre ai batteri vennero inoculate colture di streptococchi e stafilococchi.
Il risultato fu che nel giro di 24 ore tutte le pazienti svilupparono infezioni intense. A questo punto
Gebhardt e Fischer adottarono due tecniche: una parte delle prigioniere venne trattata con i metodi chirurgici e un'altra con i sulfamidici.
Le sofferenze delle prigioniere erano indicibili, le morti si susseguivano. La ragione era semplice:
Gebhardt non aveva alcun interesse a dimostrare la validità dei sulfamidici: il suo punto di vista era che soltanto i metodi chirurgici potessero portare ad una guarigione effettiva. Fischer aggiunse poi altri esperimenti non previsti: una polacca di 18 anni, Veronika Kraska venne infettata con il tetano e anziché curarla con il siero antitetanico le vennero somministrati sulfamidici. Ovviamente la ragazza morì in modo atroce ma ancora una volta l'équipe di Gebhardt aveva dimostrato l'inutilità dei sulfamidici.
Il 24-26 maggio 1943 a Berlino alla Accademia Militare di Berlino
Gebhardt dinanzi a più di 150 medici militari comunica le sue conclusioni: i sulfamidici non sono efficaci, occorre continuare a trattare le ferite chirurgicamente.

postato da floreana2 | 21:09 | link | commenti (2)
differenza, la memoria storica, guerre, 27 gennaio giorno della memoria, corpi violati

giovedì, 25 gennaio 2007

 La Memoria degli Altri *

Tra il 1939 e il 1945 vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo. La storia della deportazione e dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata: ancora oggi la documentazione è frammentaria e lacunosa.
Eppure la persecuzione degli zingari in epoca nazista è l'unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, furono perseguitati e uccisi in quanto "razza inferiore".
E anche il regime fascista di Mussolini diede il suo "contributo".


Oggi, 25 gennaio, all’Auditorium Ara Pacis di Roma, le Associazioni Altromodo, Opera Nomadi ed E.T.I.C.A. presentano La Memoria degli Altri: dalle 9.00, fino a tarda serata, una serie di spettacoli, conferenze, documentari e concerti in occasione della Giornata della Memoria 2007.

È il primo appuntamento di un progetto triennale che - partendo dalla celebrazioni della Giornata della Memoria - si estende e vuole ricordare il dramma degli altri, in questi caso i Rom, vissuto nello stesso contesto storico e che non sono stati finora ricordati.
Quest’anno, quindi, il Porrajmos dei Rom e, successivamente, l’ annientamento dei disabili e poi quello degli omosessuali.

Questo è il desiderio dei due ideatori del progetto, Angela Teichner Accardi, (Associazione Altromodo) e Vittorio Pavoncella (Associazione E.T.I.C.A.).
Gli stessi dichiarano che l’idea è nata dalla sensazione di una scarsa considerazione verso i Rom, sterminati con logiche simili a quelle degli ebrei, rendendo così loro, attraverso la comune celebrazione, quella giustizia finora disattesa. Per i Rom i morti vanno lasciati riposare in pace; non hanno quindi una cultura del ricordo, della sua importanza e valenza storica.
Per gli ebrei, invece, la memoria ha una estrema importanza, sia storica che sociale. Due popoli, quindi, diversi tra loro ma uguali nell’essere state vittime del nazismo, perseguitati e sterminati nei Lager.

Il progetto triennale “La memoria degli Altri” unisce popoli differenti, ma accomunati da quello che hanno subito anche se in diverse proporzioni, spostando così il discorso da un livello numerico a quello d’identità. Ecco perché ricordare i disabili, gli omosessuali, le altre minoranze che venivano giudicate dai nazisti razzialmente.
La volontà è quella di fare un’operazione ampia e più completa contro il razzismo, cercando di disinnescare quell’odio razziale già scoppiato durante la seconda guerra mondiale, ma sempre a rischio di ritornare anche ai giorni nostri.

 Porrajmos

 La persecuzione e lo sterminio nazifascista dei Rom e dei Sinti

 Quanti conoscono la parola "Porrajmos"?

Porrajmos nella lingua dei Rom significa "divoramento" e indica la persecuzione e lo sterminio che il Terzo Reich attuò nei loro confronti.

Durante la seconda guerra mondiale vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo e dei suoi folli progetti di dominazione razziale. La storia dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata e offesa dalla mancanza di attenzione di storici e studiosi: ancora oggi la documentazione risulta frammentaria e la relazione dei fatti lacunosa. Eppure l'argomento dovrebbe suscitare interesse anche solo per il fatto che la persecuzione degli zingari in epoca nazista risulta essere l'unica, ovviamente con quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto " razza inferiore" destinata, secondo l'aberrante ideologia nazionalsocialista, non alla sudditanza e alla servitú al Terzo Reich, ma alla morte. Ma proprio questo è il nodo centrale del problema. Per molto tempo dopo la guerra, infatti, lo sterminio nazista degli zigani non è stato riconosciuto come razziale ma lo si è considerato conseguenza - in un certo senso anche ovvia - di quelle misure di prevenzione della criminalità che, naturalmente, si acuiscono in tempo di guerra. Una tesi che trova fondamento nella definizione di " asociali" con la quale, almeno nei primi anni del potere hitleriano, gli zingari vengono indicati nei vari ordini e decreti che li riguardano. Come sappiamo, però, la terminologia nazista non è sempre esplicativa dei fatti: in questo caso il termine " asociale" viene usato per indicare coloro che, per diverse ragioni, non sono integrabili o omologabili col nuovo ordine nazionalsocialista.
In realtà, gli zingari furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché zingari e, secondo l'ideologia nazista, " razza inferiore" , indegna di esistere. Gli zingari erano geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti. (Giovanna Boursier, in Zigeuner, lo sterminio dimenticato, Sinnos editrice)

Fonti: smemoranda.it  - http://www.etica.name/La_Memoria_degli_altri.htm

postato da floreana2 | 17:17 | link | commenti (7)
politica, la memoria storica, cultura eventi poesia, in-formazione, 27 gennaio giorno della memoria