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domenica, 13 luglio 2008
ANTIGONE E I SUOI FRATELLI
di Giancarla Dapporto

L’importanza del mito greco
(...) L’Antigone dovrebbe essere un testo fondamentale di lettura ed elaborazione nelle scuole medie-superiori, perché contiene in un concatenamento esemplare e fatale i cinque conflitti inconciliabili che caratterizzano la vita delle donne e degli uomini, in ogni tempo:uomo-donna,vecchi-giovani,individuo-società,leggi divine-leggi umane,vivi-morti.
Perciò ho voluto farne una riscrittura in forma di racconto per esaminare attraverso la trama che segna il destino di ciascuno, i caratteri dei cinque adolescenti che vi compaiono,le diversità che oppongono Antigone a Ismene e ai suoi fratelli,la personalità del dolce cugino Emone e indagare i loro rapporti con l’autorità, con la legge umana e la legge divina.
Partendo dall’inizio, dalla descrizione del mito della città di Tebe, la cui fondazione risale a Cadmo e Armonia, figli di dei, ed ai Seminati, guerrieri spuntati dalla terra in cui Cadmo aveva sepolto i denti del serpente sacro ad Ares , ho individuato il mito delle origini del genere umano e la duplicità della sua identità, divina e terrena. L’ambivalenza dell’identità umana trova la sua espressione più alta ,nel famoso stasimo del Canto all’Uomo“pollà ta deinà”, il conflitto natura e cultura.Ho voluto rintracciare le origini del carattere di Antigone, del suo pensiero e del suo gesto di pietà e descrivere la città da lei amata da bambina, e i paesaggi terribili dopo la fine della guerra, dove risuonano i pianti delle donne che raccolgono i morti, lo scenario di una città resa impura dagli uccelli che si pascono di cadaveri a causa del capovolgimento della legge antica, per cui vengono sepolti i vivi, invece dei morti.
Ho ricostruito le tre tragedie sofoclee in ordine di senso drammaturgico, che avviene attraverso la rievocazione delle vicende di Laio eGiocasta, del giovane Edipo e della sua morte a Colono, dell’incontro con Polinice, della immane carneficina della guerra dei Sette contro Tebe, fino a giungere al palcoscenico dell’Antigone,che ho seguito nella successione degli atti della tragedia, aggiungendo attraverso le parole di Ismene, il diario di ora in ora dell’accaduto.Ho affidato al personaggio di Ismene, sorella di Antigone, il compito di raccontare, come testimone dei fatti, tutto ciò che accadde dal momento dell’incontro col padre e la sorella a Colono, fino alla fine.
Il nucleo tragico della vicenda è noto. Antigone, figlia di Edipo, disobbedisce all’editto di Creonte che vieta di seppellire suo fratello Polinice, traditore della patria,pena la morte. Pur essendo consigliata a desistere dal compiere il suo gesto pietoso, Antigone, seppellisce Polinice e giudicata colpevole di disubbidienza e di superbia, viene condannata a essere sepolta viva.
Durante la stesura, mi si è imposto il confronto fra due personalità femminili, fra la sublime sapiente Antigone, che incarna il significato politico e filosofico attribuitole dal drammaturgo e la timida, piccola, inconsapevole Ismene. Due donne che vivono il loro tempo.
ISMENE
Ismene viene considerata, non senza un certo disprezzo, una ragazza timida, insicura, colei che non osa, perciò ho avuto qualche riluttanza ad assumerla come personaggio positivo. Poi mossa da compassione, ho abbracciato la causa della derelitta Ismene,simbolo della femminilità vituperata, perché immersa nella debolezza cui viene obbligato il suo sesso, che nessuno ama, che ognuno dimentica, destinata a un futuro oscuro fuori dalla storia. Non dimentichiamo che la posizione delle donne nella Grecia del V°secolo a.c. era paragonabile a quella degli schiavi: senza diritti, costrette all’ubbidienza, erano relegate nelle case, fuori dalla vita sociale e politica. Per questo avevano le belle braccia bianche che risplendono nei versi omerici!
La figura di Ismene compare in Euripide e in altri drammaturghi come sorella maggiore saggia e bella, in contrapposizione a un’Antigone non bella, adolescente ribelle e innocente.
Ho confrontato la figura di Ismene con la figura di Crisotemide,che, nella Elettra sofoclea, cerca di dissuadere la sorella a vendicare la morte del padre Agamennone. Questa ragazza rappresenta più che la prudenza, la saggezza che nasce dalla constatazione che è stupido andare incontro a morte certa davanti all’evidente maggiore forza dell’avversario. Inoltre ella denota una naturale repulsione verso gli atti sanguinari.
In Sofocle troviamo Ismene due volte: nella prima scena insieme ad Antigone e quando Creonte condanna Antigone a morte.
Nella prima scena Antigone si rivolge a lei chiamandola “sorella nel sangue comune” che vuol dire più che sorella, quasi fossero tessute insieme in rapporto osmotico.Le correnti osmotiche possono a volte annullare la personalità individuale, dissolvere la 1° persona e permettere agli esseri umani di fluire gli uni negli altri.(Bella la definizione di“osmotico”del poeta Keats, che descrive la penetrazione di altre presenze umane nel suo io psichico e addirittura corporeo in certe circostanze.
Ciò può accadere in momenti di grande ricettività, di grande sintonia con qualcuno, nel momento della creazione,dell’ispirazione artistica, quel momento di grande concentrazione che permette l’intuizione di ciò che ancora è sconosciuto).
All’inizio Antigone, offesa dall’affronto costituito dell’editto di Creonte, chiede a Ismene di aiutarla a seppellire Polinice, dicendo: mostrerai se sei di buona razza o , benché di nobile stirpe, vile perché considera la sorella parte di sé e del fratello amato in modo immediato (in effetti sono figli di un solo sangue). Poi quando Ismene si rifiuta di aiutarla e anzi la esorta a non fare cose troppo audaci per loro che sono donne dicendo:“pur chiedendo perdono,sarò docile, con chi regna dall’alto, se la forza mi costringe a far questo: nell’azione Varcare i propri limiti è follia”
Antigone risponde che non insisterà più nel richiedere il suo aiuto anche se cambiasse idea, ma la invita a essere sé stessa, “ Ma tu sii quale ti senti”. Da quel momento la considererà altro da sé, fuori della famiglia, dapprima con meraviglia, poi quasi con disprezzo, poi ormai certa della propria solitudine, con distaccata comprensione, come le riconoscesse una visione della realtà diversa dalla sua.
L’eccitazione, il sacro furore di Antigone, vengono considerati da Ismene una dismisura perché per la cultura dell’epoca, é follia varcare i limiti del possibile, è una superbia e una sfida.
Ho immaginato Ismene la minore dei fratelli, una ragazzetta da poco uscita dall’adolescenza e dalla solitudine a cui era stata costretta dopo la morte della madre Giocasta e la partenza per l’esilio di Edipo in compagnia di Antigone.
Ho immaginato la visione del mondo di una ragazza immatura, davanti a fatti gravi come l’incesto dei genitori, la cui scoperta provoca il suicidio della madre, l’accecamento del padre e tutte le altre disgrazie occorse in conseguenza di questo.
Ismene racconta la storia della famiglia in prima persona, al presente ,testimone di una tragedia che ha tentato, ma non ha potuto evitare. Ismene assiste a ogni azione, fin dal giorno in cui il padre Edipo si acceca. Soffre, interviene, cerca di aiutare la sorella, la interroga a volte senza comprenderla, la sgrida e la ammira , ma sa di essere diversa da lei, sa di non volere rinunciare alla vita, alle seduzioni di Eros che inizia a serpeggiare nel suo giovane corpo. Ho immaginato molti dialoghi fra le due sorelle che si snodano durante il loro viaggio di ritorno da Colono a Tebe, mentre infuria la battaglia sotto le sue mura prese d’assalto dai sette eserciti nemici, (I Sette contro Tebe di Eschilo) uno dei quali capeggiato da Polinice.Ismene interroga la sorella maggiore, vuole sapere la scala dei valori giusti, se colpa e responsabilità coincidono, se l’ì inconsapevolezza è innocente e in un sussulto di ira, quando le viene raccontato che Eteocle il fratello“eroe” ha maltrattato le donne di Tebe, si domanda perché le donne non hanno mai voce in capitolo. Ismene e Antigone si raccontano la storia della famiglia alle prese con la Sfinge ed allora ecco nascere dalle loro voci la storia di Edipo alle prese con la Sfinge e con la storia d’amore per la bella Giocasta. L’interrogarsi delle sorelle porta a un giudizio sui membri della loro famiglia, su chi per primo ha insultato le leggi degli dei meritando la maledizione che si ripercuote su ogni generazione, sul terribile rapporto tra responsabilità e destino.
Ismene non accetta un destino di sofferenza e spinge Antigone a gettarsi alle spalle i dolori tremendi da cui sono state colpite per correre verso il futuro, dimenticare la storia e ricominciare. Antigone invece rimpiange la figura del padre, sa di assomigliargli, deve difendere la sua memoria, sbugiardare quel Creonte invidioso di Edipo e perdente che cerca di annientare i suoi ultimi germogli, le figlie. Antigone difende la storia passata per renderla viva e saltarci dentro.
Quando Antigone viene condannata a morte,Ismene vacilla e in un impeto di generosa disperazione si auto accusa di averla aiutata a seppellire Polinice e chiede di condividere la stessa pena. Ma Antigone interviene a contraddirla e a scagionarla di ogni responsabilità, non senza un certo disprezzo:“non amo chi mi ama solo a parole… basterò io a morire … tu di vivere hai scelto, io di morire”.
Col suo distacco e il suo rifiuto beffardo Antigone salva Ismene non solo dalla morte, ma dai sensi di colpa di rimanere l’unica superstite della famiglia. La salva perché sa che sarà lei a raccontare a tutti quello che le hanno fatto.
Antigone ha accettato la scelta di Ismene di vivere a tutti i costi, anche sotto il giogo dell’oppressione perché il servo, che ha avuto paura di morire vive per cambiare il mondo, in questo caso per raccontare l’accaduto, per testimoniare la storia, perché anche le parole possono cambiare il mondo.
Come molti testimoni di gravi fatti luttuosi causati da ingiustizia, Ismene crescerà elaborando il dolore e diventerà l’erede delle sue idee, colei che racconterà al mondo, scrivendo sui fogli di papiro, importati dal suo avo Cadmo, la storia di Antigone e della città di Tebe,
ANTIGONE
Studiando questo personaggio e ricordando come altri personaggi eroici, assoluti, radicali, abbiano esercitato su di me un’attrazione fortissima, mi è sorta la domanda semplice nella sua complessità: come fanno ad agire spinti da un sentimento/pensiero/convinzione, senza essere condizionati dalla paura della morte, dal dubbio, dal ripensamento: come se fossero essi stessi quel pensiero, quel sentimento, quella purezza. Ho trovato rispondente alla mia domanda l’interpretazione che Hegel da’di Antigone. Per l’immediatezza del suo gesto ella viene paragonata a un’essenza etica.
L’Antigone di Hegel
Da un punto di vista filosofico, l’interpretazione hegeliana dell’Antigone è un classico, una pietra miliare da cui non si può prescindere, perché ha il merito di aver posto il significato filosofico del soggetto donna nella dialettica storica del mondo dell’antica Grecia. La sua è la prima interpretazione razionale, a fronte di molte altre di innumerevoli studiosi che si sono protratte fino al novecento, di natura religiosa, o spiritualistica, edificante, trascendente ecc.
Hegel aveva dedicato lunghi anni allo studio di Sofocle, che amava ed era un caposaldo della sua cultura(come viene testimoniato dal suo discepolo Rosenkranz in Vita di Hegel).E’dunque plausibile che l’interpretazione generale di questa tragedia nella Fenomenologia dello spirito ricalchi il significato di lotta fra la divinità e la ragione, che iniziava a serpeggiare proprio nel secolo di Pericle, la lotta per l’emancipazione umana .
Per Hegel lo Spirito è da intendersi l’identità umana, la consapevolezza di sé con gli altri, della storia dell’umanità e del mondo circostante.
Spirito è la comprensione suprema di essere ragione e azione, sapere di creare il mondo, la società la storia e di esserne responsabile. Spirito è vedere il proprio distacco dal mondo naturale, la nostra natura animale, prevedere, pianificare il proprio agire perché tutto ciò che è reale è razionale, cioé può venire esaminato, studiato ,compreso.
In quale senso Antigone viene da Hegel proiettata nello Spirito?
Lei singolarità in solitudine compie un gesto che sottrae il suo essere alla naturalità,per portarlo nella consapevolezza al di sopra dell’interesse contingente della legge del sangue. Il suo gesto le viene dettato da un insegnamento interiorizzato come un gesto etico rituale, ( sacro in quanto attiene alle forze potenti e sconosciute della morte) il dovere di seppellire i morti come imponeva la legge “divina” panellenica una delle leggi più antiche che le comunità si siano date. Sottrarre il defunto alle forze della natura e permettergli di entrare nell’Ade, con il rito della sepoltura.
Nella Grecia arcaica era dovere del viandante seppellire il cadavere che avesse incontrato per strada, per non essere costantemente inseguito e tormentato dalla sua ombra inquieta.
Vediamo qualche piccolo passo della Fenomenologia dello Spirito
La fenomenologia della coscienza etica .(Sezione V – C- a)
L’individualità sorge come natura originaria perché essa è in sé.
Soltanto dall’operazione(azione)l’individuo impara a conoscere la sua essenza originaria”
Nessun individuo può conoscere se stesso finché non si sia realizzato in un fare, un’azione, un gesto. Ma l’autentico atto di realizzazione della personalità è la ”sostanza etica”.
“La sostanza etica consiste nell’unità della coscienza con l’operare. L’unità dell’operare e dell’essere, del volere condurre a compimento un’azione, diventa sostanza etica e l’individuo in azione diviene perciò coscienza etica.”(v. 179,pag339. pag. 349)(F.d.S.De negri 1970).
Essa esprime in sé stessa l’esserci della legge per cui la ragione sa immediatamente che cosa è giusto e buono perché, dice Hegel, “Sono spiriti non scissi in sé stessi , immacolate figure celestiali che pur nelle loro differenze conservano l’intatta innocenza e l’armonia della loro essenza” (pag 359 , 203)
“Esse sono … esse valgono all’Antigone sofoclea come diritto degli dei, non scritto e infallibile”
“Non oggi ,né ieri ma sempre esso vive e nessuno sa quando sia apparso.”(Sofocle)
Vediamo qual’è il cammino che, secondo Hegel, Antigone fa verso lo spirito.
(Fenomenologia vol. II, Sez.VI, pag 7)
La ragione diventa spirito quando capisce di essere ogni realtà , è consapevole di sé e del mondo.Lo spirito è la reale essenza assoluta.Tutte le figure della coscienza sono il suo analizzarsi, il suo distinguere i propri momenti isolarli ,perché lo spirito è l’esistenza effettuale. Ha la consapevolezza di essere la vita epica di un popolo, perché dalla sintesi di ragione e azione nasce il concetto di eticità. Questa sintesi è la storia umana.Ma la sostanza etica si esprime nella duplice faccia di una legge della singolarità e di una legge dell’universalità che sono le sue determinazioni effettuali.
La legge umana
In questa determinazione dello spirito,il polo dell’universalità, la sostanza etica è la sostanza effettuale, lo spirito realizzato nella comunità, un popolo o una nazione che ha la certezza di sé stessa nel popolo in cui si rispecchia come qualcosa di effettuale esistente e vero.Questo spirito può venir chiamato Legge umana perché la legge data e il costume dato(ethos) vengono agiti da un governo che si rappresenta palese e alla luce del sole .
La legge divina
L’altra determinazione della sostanza etica è la legge divina.A questa potenza etica palese si contrappone un’altra potenza: la famiglia.
Il polo della singolarità rappresentato dal cittadino è il lato della sostanza immediata di cui lo Spirito non ha coscienza e che si esprime nell’essere etico con la costituzione di un’altra comunità , la famiglia. Essa non coincide con l’eticità della comunità ma ad essa si contrappone, “I penati si contrappongono allo Spirito universale.”
La famiglia non è una figura etica perché basata sui rapporti naturali dei suoi membri.Considerando il loro comportamento vediamo che l’azione di ognuno è volta ad accrescere il nome, la ricchezza.la potenza della famiglia con tutti i mezzi.Ma tutte queste istanze si realizzano nella comunità e il singolo viene edotto alla virtù in vista della sua vita sociale e politica, lavora cioè per l’universale. Perciò la famiglia per essere davvero una sostanza etica ha il compito di rivolgere la sue cure non più al membro vivente, ma al morto che ”raccoglie nella figura della morte la molteplicità del suo disperso esserci” e si innalza alla quiete dell’universalità. E’dovere della famiglia che questo essere, il defunto, non appartenga alla natura, ma vi sia affermato il diritto della coscienza. Lo spirito rivendica la morte alla natura e con il rito delle esequie vuole assumerla come significato etico.
Questo ultimo dovere costituisce la perfetta legge divina che trasforma il singolo in universale, dalla natura lo porta allo spirito che è storia, memoria e il gesto etico “l’usanza sacra del rito”. Le cure per il singolo membro della famiglia appartengono alla legge umana perché il fanciullo è destinato a diventare un cittadino, a integrarsi nella comunità. In questo senso la famiglia lavora per la comunità.
Perciò queste due potenze, la legge umana e la legge divina, sono conciliate dal cittadino che appartiene ad entrambe. Ma questa doppia appartenenza costituisce un latente conflitto interiore che rimane inconscio finché le due istanze non configgono. Il governo si realizza attraverso l’organizzazione sociale dei cittadini e la famiglia è il suo strumento necessario perché crea un movimento di espansione attraverso l’attività economica dei singoli. Lo spirito etico però ha la forza dell’intero che riconduce a unità tutte le individualità nell’essere un popolo, dove tutti si riconoscono nell’universalità dei costumi delle usanze, delle leggi.
Il governo, per non lasciar disgregare l’intero deve intervenire sui sistemi che si formano nel tessuto sociale in cui i cittadini operano per fini singoli,” deve scuoterli, sconvolgere questi sistemi isolatesi togliere sicurezza all’indipendenza individuale, deve dare a sentire con la guerra il loro padrone: la morte.”(governi dittatoriali, imperialismo ecc.)
Così lo spirito conserva il Sé della propria coscienza, le impedisce di scivolare dall’esserci etico al naturale e lo eleva alla libertà.
“la comunità trova dunque il rafforzamento del suo potere nella legge divina e nel regno delle ombre”( F.d.S. 2° vol. pag. 15)
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domenica, 18 maggio 2008
L'ombra della madre
(II nono volume della Comunita' filosofica Diotima)

E’ in libreria “L’ombra della madre”, nono volume di Diotima, comunità di filosofe nata all’Università di Verona nel 1983, www.diotimafilosofe.it, che gia’ dal nome, scelto, Diotima, la sacerdotessa greca che nel Simposio di Platone parla a Socrate dell’amore, segna il percorso della riflessione filosofica della comunità. Partire dalla differenza femminile, alla cui luce rileggere il passato individuando nuovi significati.
Nei fatti, l’intera speculazione filosofica elaborata nel corso dei secoli precedenti ha universalizzato un unico modello di pensiero, quello maschile. Ne è scaturita una presa di coscienza che ha avuto innumerevoli campi di applicazione, dalla riflessione filosofica a quella teologica, alle scienze sociali e giuridiche. In questo senso la produzione giuridica ha universalizzato non i diritti dell’umanità nella sua interezza, composta da donne e da uomini, bensì i diritti di un unico modello di individuo, ancora una volta, maschile. Tant’è che, nonostante un’uguaglianza formalmente garantita dagli assetti legislativi vigenti, l’uguaglianza effettiva dei diritti tra donne e uomini stenta ancora a trovare una concreta applicazione.
l percorso della differenza sessuale della Comunita’ Diotima si è articolato attraverso opere quali Etica della differenza sessuale (1985), Il pensiero della differenza sessuale (1987), Mettere al mondo il mondo (1990), L’ordine simbolico della madre (1991 riedito nel 2006), Il cielo stellato dentro di noi (1992), Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità (1995), La sapienza di partire da sé (1996), fino al più recente La magica forza del negativo (2005), testi che segnano la cristallizzazione momentanea di una riflessione filosofica sempre alla ricerca, perennemente in divenire.
Il testo “L'ombra della madre”, nono volume prodotto dalla Comunita', si avvale anche dei contributi resi nel corso del seminario annuale di Diotima del 2005, intitolato appunto L’ombra della madre, al quale ha fatto seguito un ciclo di incontri, nel gennaio 2006, tenutisi alla Libreria delle donne di Milano, dal titolo Tra il matricidio e il monumento alla madre: la politica delle donne (materiale in parte scaricabile dal sito www.libreriadelledonne.it ).
Nella prefazione al libro Chiara Zamboni e Luisa Muraro spiegano perche’ questa nuova opera torni su una delle questioni che hanno maggiormente coinvolto il femminismo e il rapporto politico tra donne: il legame con la madre, snodo cruciale nel raggiungimento della libertà femminile.
Su questo aspetto il dibattito è ancora aperto tra chi sostiene che la libertà delle donne dipende anche dalla qualità del rapporto con la figura materna e chi nega la necessità di riconoscere valenza politica a questo legame atavico.
Come scrive Laura Colombo, nel capitolo “La passione di esserci”, “ (...) la spinta ugualitaria del femminismo moderno era sorretta da un gesto di negazione della madre e dall’assunzione del maschile come universale. Mirare a ottenere l’inclusione nel mondo degli uomini come emancipazione da uno stato di subordinazione altro non è se non il rifiuto della madre e il disconoscimento della differenza sessuale, che sul piano politico si traduce nella rivendicazione della parità con l’uomo. E’ una posizione che avalla l’assunto patriarcale del marchio di inferiorità che accompagna la donna, il suo corpo, il suo legame con la vita come immediatezza: la donna è vista come meno umana, vicina all’animalità essendo legata alla riproduzione del corpo. Gli aspetti legati alla riproduzione della vita e alle relazioni appartengono alla sfera del non detto, relegati in un privato che continua a rimanere non codificato.
Negli anni Settanta Carla Lonzi stigmatizza lucidamente la posizione ugualitaria “Il mondo dell’uguaglianza è il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale; il mondo della differenza è il mondo dove il terrorismo getta le armi e la sopraffazione cede al rispetto della varietà e della molteplicità della vita. L’uguaglianza tra i sessi è la veste con cui si maschera oggi l’inferiorità della donna. […] La valorizzazione della differenza femminile e della relazione con la madre sono due mosse che permettono l’apertura alle genealogie femminili e a una figura materna accettabile. A partire da questi presupposti la pratica della politica della differenza si basa sulla relazione privilegiata tra donne, e l’immaginario fa riferimento alla figura simbolica della madre.
Mettere al centro della riflessione e della pratica la differenza femminile e la madre ha consentito di sottrarsi ad un meccanismo di elaborazione patriarcale.”.
A questo riguardo Diana Sartori, nel capitolo “Con lo spirito materno”, osserva: “(...) Il pensiero della differenza sessuale ha messo al centro la genealogia femminile, la relazione con la madre, il pagamento del debito simbolico e la riconoscenza per lei, l’autorità materna, l’ordine simbolico della madre e tutte quelle pratiche simboliche e politiche che si sono messe in atto per parlare e vivere al di là della stretta mortifera del patriarcato. La libertà femminile è venuta al mondo e si è annunciata la fine del patriarcato.”.
L’argomento non è certamente nuovo nella produzione letteraria del pensiero femminista italiano e internazionale. E allora perché tornare ancora a scandagliare un tema così ampiamente dibattuto?
Da un lato perché, come ha affermato Wanda Tommasi nel corso della presentazione del volume a Roma, nelle relazioni tra donne emergono conflitti talmente inconciliabili, ingiustificabili, odi talmente feroci che, con molta probabilità, sono legati proprio al nodo irrisolto del rapporto madre-figlia.
Un’ombra della madre, appunto, legata a “ciò che della relazione materna non si può portare del tutto alla luce: per esempio, le contraddizioni non risolte della madre, la sua sofferenza, che può essere inesplicabile per la figlia, le sue consegne tacite, sotterranee, e non quelle esplicite”.
Un’ombra che, spiega Diana Sartori nel suo contributo, delinea il paesaggio “interiore, intimo profondo, quello a partire dal quale muoviamo i passi dal nostro singolare percorso di vita intrecciandoli con i percorsi di altri passi e di altre vite, sempre accompagnate da quell’ombra che sentiamo si attiva fortemente nei passaggi cruciali, nei nostri rapporti, nella nostra politica di relazione tra donne, prepotentemente quando questa va in scacco”.
A questa considerazione se ne aggiunge un’altra, ampiamente svolta nel testo da alcune autrici, tra cui Chiara Zamboni, Luisa Muraro e Maria Luisa Boccia.
Nel 2005 il dibattito sul referendum per l’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita si è alimentato di un confronto irreale sul tema dell’inizio della vita, che non ha affrontato in alcun modo la centralità della madre e la dipendenza della vita da lei. Ne è scaturito un dibattito fortemente viziato da una rappresentazione alienata della procreazione assistita, dalla quale è stata estromessa la madre.
E’ stata oscurata la potenza del materno. Oscuramento che, seppur comprensibile da parte degli uomini, evidentemente intimoriti da una potenza che esula dal loro controllo, non altrettanto comprensibile appare da parte delle donne il cui silenzio, in quella circostanza, è un elemento che dà da pensare. Di qui la riflessione per cui, con molta probabilità, c’è anche un nodo irrisolto legato all’enigma del materno che noi stesse non riusciamo ancora, in un’epoca di emancipazione femminile, ad affrontare.
Maria Luisa Boccia ha parlato, molto efficacemente, di una eclissi della madre alla quale fa eco la considerazione di Diana Sartori che legge la rimozione della madre dalla politica come un elemento che, lungi dall’essere contingente, si pone come fattore strutturale, profondo e congenito della politica stessa.
L’esempio del referendum sulla procreazione assistita è indicativo di una difficoltà di portare il materno nello spazio pubblico, difficoltà propria delle stesse donne che, per avere una voce autorevole su un tema come l’inizio della vita, devono assumersi anche il lato oscuro del materno, quello che più fa paura e da cui si sentono più schiacciate.
Sempre Diana Sartori osserva che il “paesaggio della realtà della nostra vita comune e della politica è fortemente tratteggiato dall’ombra materna” perché i conflitti della realtà del presente “si disegnano, anche se nascostamente, su questa sottile linea d’ombra”.
Non tutte le autrici sono concordi nel riconoscere la possibilità di portare il materno nello spazio pubblico e questa diversità di opinioni è emersa anche dai contributi resi da Wanda Tommasi e da Ida Dominijanni nel corso della presentazione del libro. D’altro canto tutte le autrici, in omaggio al tema trattato e alle proprie madri, per la prima volta hanno firmato i testi con il cognome del padre e della madre. Segno che l’ombra del loro materno è già pubblico.
Un libro denso, magmatico, profondo che pone interrogativi, suscita emozioni. E offre molte chiavi di lettura.
da women in the city
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venerdì, 18 gennaio 2008
Simone de Beauvoir: una donna che ancora dà fastidio

“L’annata 2008 comincia decisamente molto male”: così aprono il 2008, senza fare i soliti auguri di “bob ton”, "Les Penelopes", le femministe francesi che nel loro sito preferiscono piuttosto soffermarsi sul modo con cui i media celebrano il centenario della nascita di Simone de Beauvoir.
Il titolo con cui aprono l’anno: Une femme derangeante, una donna che disturba, fa dis/ordine.
“Si celebra il centenario della nascita di Simone de Beauvoir. No, non gridate al lupo. Non è la celebrazione in sé che ci fa drizzare il capelli in testa, ma la poltiglia per gatti che i media ci offrono e anche lo scandalo che rappresenta il loro perverso bisogno di fare del sensazionalismo piuttosto che informazione.
Di anestesizzare il pensiero piuttosto che di suscitarlo. Certamente, nulla sarà stato risparmiato a Simone de Beauvoir, la donna libera e fiera, la militante, la filosofa, la scrittrice, la grande testimone impegnata del suo tempo. Quella che ha segnato le nostre vite, lo si riconosca oppure no, quella che ha dato senso all’intuizione delle ribellioni isolate, dei tormenti individuali, delle inquietudini impossibili a formularsi. Lei, la prima a descrivere la fabbricazione della donna. Quella che ha dimostrato razionalmente che non si nasce donna ma lo si diventa”.
Sotto accusa è in particolare “le Nouvel Observateur” che - per illustrare il carattere scandaloso per la morale borghese di quei tempi del modo di vita di Simone de Beauvoir, e soprattutto delle “idee di libertà e d’indipendenza che lei rivendicava fieramente ed incarnava” - pubblica una foto di Simone de Beauvoir, nuda, nell’intimità di una sala da bagno, titolando “la scandalosa”.
Les Penelopes si chiedono il perché di questa operazione: “Il pensiero di Simone de Beauvoir sarebbe ancora così attuale da meritare … che la si desacralizzi non con le argomentazioni, il ragionamento ma con l’immagine delle sue natiche? Come se occorresse innanzitutto mostrare che lei era donna come le altre, donna come si guardano le donne, sarebbe a dire sempre e prima di tutto i loro corpi, le loro forme, i loro culi. E che così, … sia messo in scena quello che era impensabile immaginare di questa filosofa deliberatamente ribelle mai rientrata nei ranghi? Come se fosse così possibile depennare tutti gli effetti del pensiero rivoluzionario (si, osiamo questo aggettivo) di quella che ha voluto vivere come credeva giusto pensare”.
E’ una donna che ancora disturba “ molto semplicemente perché in fondo il patriarcato non ha ceduto granché. Malgrado le lotte delle donne, le leggi, e l’esplosione delle famiglie tradizionali, la discriminazione persiste, il dominio permane. Se noi siamo meglio attrezzate oggi per farvi fronte, per comprenderne le radici, è in gran parte perché Simone de Beauvoir ha liberato uno spazio concettuale in cui alcune donne si sono riversate, per dire, produrre idee, analizzare la realtà di milioni di altre donne.
Milioni di donne di tutti i paesi si sono riconosciute nei suoi scritti, nelle sue parole, le sue azioni. L’universalità dell’opera di Simone de Beauvoir è attuale, vivente, vibrante. Cento anni dopo la sua nascita, quasi sessanta dalla pubblicazione de “il secondo sesso”, continua a suscitare ammirazione e denigrazione.
A lei che non credeva al destino eterno, sarebbe terribilmente piaciuto di poter dire che la lotta da lei condotta ha portato alla vittoria per l’eguaglianza, la libertà ma poiché non è ancora vero, noi non abbiamo altra scelta che proseguire questa lotta e passare la fiaccola a quelle che, bambine di oggi, avranno domani bisogno di armi per resistere al ritorno del conservatorismo, dell’oscurantismo, dell’integrismo e del liberismo, tutti predatori dell’eguaglianza e dell’emancipazione. Per questo, dobbiamo innanzitutto non perdere la memoria di quelle che ci hanno preceduto”
da womenews.net - penelopes.org
postato da floreana2 | 13:31 | link | commenti (3)
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